Il conflitto di coppia: le 4 regole della comunicazione


Ogni terapeuta che si occupa di coppie e famiglie sa che un nucleo familiare non è semplicemente la somma delle singole parti. Due individui che si uniscono portano con sé la loro storia individuale, le esperienze fatte, la cultura di appartenenza e, soprattutto, le influenze della propria famiglia di origine. Questo significa che ogni legame di coppia è influenzato da tanti altri soggetti invisibili, che in parte condizionano il presente del rapporto, rendendo indispensabile la comunicazione su tali influenze che concretamente divengono regole e ruoli genitoriali.

Non c’è coppia né famiglia senza comunicazione. È attraverso il modo in cui comunichiamo che si gettano le basi dei rapporti, delle relazioni e della qualità della vita familiare. In una celebre opera, “La pragmatica della comunicazione umana”, vengono individuati 4 assiomi o regole generali della comunicazione che risultano particolarmente efficaci per comprendere il funzionamento familiare ed il conflitto di coppia.

Primo assioma: non si può non comunicare

Parlare con qualcuno, dire qualcosa, non ha che fare soltanto con il linguaggio parlato. Ad esempio è intuibile quanto il silenzio possa essere fortemente comunicativo; può indicare rispetto, rabbia, indifferenza, tatto. Anche in modo involontario, potremmo dire inconscio, finiamo con il veicolare messaggi fatti di gesti, comportamenti, espressioni del volto e posizioni del corpo.

Secondo assioma: ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto ed un aspetto di relazione

All’interno di una comunicazione vanno distinti due livelli; il primo è quello di contenuto, che dice cosa stai comunicando. Il secondo è il livello di relazione, che dice il tipo di rapporto che vuoi instaurare con l’interlocutore. Il contenuto si esprime su un piano verbale (<<metti le tue cose apposto>>, ad esempio), la relazione si intuisce dalla dimensione non verbale (il tono più o meno acuto, l’espressione del volto, la gestualità, la posizione del corpo con cui diciamo una frase). Il livello di contenuto è fondamentale per quanto riguarda il significato, quello di relazione per il senso, ovvero su come il significato di un messaggio debba essere interpretato.
Terzo assioma: ogni comunicazione può essere punteggiata in modo diverso.

La punteggiatura è una sorta di sceneggiatura comunicativa, che sottolinea le relazioni di causa/effetto tra gli attori di un messaggio. Un esempio aiuterà a capire. Il marito se ne sta in poltrona a leggere il giornale, completamente assorto e disinteressato rispetto al mondo circostante; la moglie lo rimprovera per questo suo atteggiamento indifferente. Tale spiegazione può calzare con il punto di vista della moglie (“si fa sempre gli affari suoi….”). Il marito potrebbe punteggiare in un altro modo; il continuo brontolio di mia moglie fa si che mi allontani e mi isoli spesso, leggendo. Questo tipo di ribaltamento causale può essere utilzzato in ogni narrazione.
Quarto assioma: la comunicazione può essere simmetrica o complementare.

La natura delle relazioni si può definire in funzione di un rapporto di uguaglianza o differenza. Nel caso ci sia uguaglianza si parla di relazione simmetrica, altrimenti, complementare. Nello scambio simmetrico gli interlocutori si considerano sullo stesso piano di “potere”, quindi i partecipanti rispecchieranno l’uno il comportamento dell’altro, rendendo più frequente lo scontro (rapporto dipendente-dipendente o il conflitto di coppia ad es.). Nella comunicazione complementare invece un soggetto assume una posizione superiore rispetto all’altro (rapporto madre-figlio). Ogni individuo nelle proprie relazioni ha rapporti complementari e simmetrici, i quali nel tempo possono cambiare, come nel caso dell’invecchiamento o di una malattia.

Questo elenco esemplificativo ha lo scopo di far riflettere sull’importanza della comunicazione nella coppia e nella famiglia. Vivere con l’altro significa comunicare, non solo contenuti, l’oggetto delle nostre discussioni, ma soprattutto i nostri stati d’animo ed il tipo di rapporto che vogliamo instaurare con l’altro. È proprio su questo tipo di aspetti che tende ad innescarsi il conflitto di coppia. Un’efficace psicoterapia di coppia non può prescindere dall’analisi e dall’intervento sui pattern comunicativi.

Caratteristiche della Depressione

 «La depressione si configura come un singolare stato d’animo che costringe la persona in una condizione di prigionia emotiva e di allontanamento dal mondo. La “prigione” è data dall’individuo stesso, dal suo mondo interno che lo inghiottisce ogni giorno di più, dalle tenebre dentro le quali precipita accompagnato solo dalla spiacevole sensazione di non poter più fare ritorno. Non c’è nulla, ma proprio nulla, nella realtà esterna che possa sollecitare l’interesse del depresso, men che mai accendere un barlume di progettualità. Quando sentiamo parlare della cosiddetta “mancanza di interessi” che caratterizzerebbe le persone depresse, non facciamo altro che confrontarci con un banalissimo luogo comune, un buffo eufemismo che riesce a spostare l’attenzione solo sulla punta dell’iceberg. La depressione distrugge gli interessi della persona, li sgretola fino al punto di farli diventare finissima sabbia. E per quanti sforzi l’individuo compia, per quanto impegno possa metterci, per quanto aiuto possa ricevere, i suoi granitici interessi e le sue solide attività sono ora solo sabbia che sfugge tra le sue dita. Uno stato depressivo non lascia spazio alla forza d’animo, alle motivazioni, alla capacità di progettare. In questa cupa sensazione di disperato abbandono l’unico “desiderio” che è possibile avvertire è che l’incubo finisca il prima possibile. E per un buffo scherzo del destino è il depresso stesso a procrastinare sempre più il risveglio dall’incubo: dormendo quasi tutto il giorno — oppure aspettando con ansia di poterlo fare — la persona depressa si arrende supina alla letargia della sua vita. Eppure, sebbene possa sembrare paradossale, soprattutto quando sopraggiunge una depressione profonda è il caso di dire “non tutti i mali vengono per nuocere”. Lo stato di grave prostrazione e l’abbattimento che si vengono così a creare, infatti, costringono gioco-forza l’individuo a confrontarsi con gli aspetti più oscuri, segreti e imprevedibili della sua personalità. Sprofondando fino negli abissi dell’anima, prima o poi giunge il momento in cui “si tocca il fondo”. Gli elementi che permettono di comprendere di aver “toccato il fondo” variano da persona a persona, ma in genere è la consapevolezza di aver calpestato se stessi, di essersi lasciati risucchiare da una condizione di degrado personale e psicologico, a far si che il depresso si senta percorso da un brivido raggelante. E questo un breve ma preziosissimo momento, in cui una flebile luce rischiara per qualche istante il buio in cui si è immersi. Sono attimi da prendere al volo, in cui si deve decidere rapidamente se distendersi su quel fondale attendendo la morte dell’anima o, viceversa, se trasformare quello stesso fondale in una piattaforma di lancio da cui ripartire ed emergere. Soltanto chi avrà vissuto sulla propria pelle l’avventura spaventosa e affascinante di un viaggio nei sotterranei della propria anima potrà capire questo discorso, tutti gli altri dovranno accontentarsi di assistere increduli alle evoluzioni della psiche altrui. Un aspetto veramente interessante della depressione è dato dallo sfacciato contrasto tra la sterilità di giorni trascorsi come creature prigioniere della propria vita, e la grande fertilità del momento in cui si decide di ricominciare a vivere. In quel momento, infatti, l’individuo porta sulle proprie spalle un pesante carico: si tratta di tutte le esperienze psicologiche e delle riflessioni generate dalla depressione stessa. Che non sono una zavorra, ma un prezioso bagaglio che l’individuo potrà decidere di mettere a frutto. Da una depressione non si emerge mai come si era prima di sprofondarvi, la depressione è soprattutto metamorfosi e, spesso, arricchimento interiore. La sofferenza dell’anima e la depressione, che di essa costituisce uno dei più “illustri” rappresentanti, divengono spesso scintille da cui divampa un vero incendio creativo, o la volontà di occuparsi di rinnovati interessi.»

A. Carotenuto, Il Fondamento della Personalità, Studi Bompiani, Milano 2000


I sintomi della depressione

La depressione è un’alterazione cronica dell’umore contraddistinta da tristezza, riduzione dell’interesse e delle attività (apatia), senso di solitudine, senso di colpa e incapacità di provare piacere (anedonia). Chi ne è colpito prova un senso di noia continuo, di difficoltà nello svolgimento delle normali attività, tutto sembra essere difficile e privo di interesse. Il distacco affettivo verso i familiari e le persone care diventa sempre più forte così come la sensazione di sentirsi aridi e vuoti, privi di sentimenti. Lo stato depressivo si manifesta con una riduzione dei movimenti spontanei e con un irrigidimento della mimica; anche il linguaggio diventa più sterile, le risposte sono brevi e concitate e gli argomenti di cui trattare si riducono al minimo. Diventa tutto pesante e faticoso, muoversi, parlare, esprimere le proprie idee.



Si può uscire dalla depressione?

Col termine depressione si intende descrivere uno stato d’animo che tutti prima o poi possono provare. È normale sentirsi tristi o depressi ogni tanto, ma generalmente questi sentimenti tendono a passare velocemente, e con essi la causa che li ha dato origine. Questo può creare confusione, e spesso sottovalutare o sopravvalutare quelli che sono i sintomi che ci fanno capire di trovarci davanti a una diagnosi di depressione. Coloro a cui viene diagnosticata una “depressione” soffrono di un grave malessere che influisce non solo sull’umore, ma anche su alcune delle normali funzioni fisiche. Le persone depresse si sentono spesso tristi, indifese, inutili ed irritabili. La durevolezza e l’intensità delle emozioni provate, distingue la depressione, come malattia mentale, dalle normali variazioni di umore.

A differenza delle normali esperienze emotive di tristezza, la depressione clinica persiste nel tempo e può interferire significativamente con la capacità di funzionamento dell’individuo. La depressione può incidere negativamente su tutti gli aspetti della vita quotidiana, comprese le relazioni familiari, le amicizie e la capacità di lavorare o di andare a scuola.

I sintomi che generalmente caratterizzano un quadro depressivo sono i seguenti:

  • tono dell’umore basso
  • tendente alla tristezza
  • sensazione di inutilità o disperazione
  • senso di colpa inappropriato;
  • ricorrenti pensieri negativi tra cui quello di morte;
  • perdita di interesse per le attività preferite;
  • difficoltà di concentrazione;
  • incapacità nel prendere decisioni;
  • agitazione;
  • senso di affaticamento e rallentamento delle funzioni fisiche;
  • calo o aumento dell’appetito;
  • calo o aumento di peso significativi;
  • alterazioni del sonno;
  • insonnia o eccessiva sonnolenza;
  • tendenza ad ammalarsi con frequenza.

Quando almeno quattro di questi elementi sono presenti si può fare la diagnosi di depressione. In alcuni individui la depressione può associarsi a stati di mania in cui il tono dell’umore è eccessivamente alto, in questi casi si è davanti a uno stato detto maniaco-depressivo dove è presente una instabilità dell’umore e vi è la possibilità di compiere degli azioni senza saperle controllare. Non esiste una singola causa di depressione dato che sono molti i fattori che possono contribuire ad originarla. In alcune persone, la depressione si sviluppa a causa di più fattori concomitanti, mentre per altre può esserne sufficiente uno solo.

Spesso la depressione colpisce persone che prima stavano bene, ma che si trovano a dover affrontare problemi quali: la morte, la malattia improvvisa di una persona cara, la perdita di un lavoro, una malattia grave, etc. In altri casi invece, la depressione si sviluppa senza un’apparente causa immediata. Indipendentemente dai fattori coinvolti, la depressione deve essere diagnosticata e curata. È importante ricordare che la depressione clinica può colpire chiunque a qualsiasi età. Sebbene i meccanismi che scatenano la depressione non siano ancora completamente chiariti, possiamo ipotizzare la presenza di più concause, queste possono essere esplorate assieme al parere di un esperto.

La ricerca di un aiuto avviene generalmente all’apice del malessere, e spesso a fare questa richiesta sono le persone che stanno accanto a chi è depresso che lo spingono a chiedere aiuto o lo fanno al suo posto. E’ molto importante capire come avviene questa richiesta perché in base a questo si può decidere che tipo di trattamento effettuare. Nel caso in cui una persona si attiva per chiedere aiuto per un componente del suo nucleo familiare che non è in grado di farlo, si può pensare di intraprendere terapia familiare, e lavorare tutti insieme per uscire dagli schemi rigidi in cui si è incastrati.

Un esempio può essere il seguente: il depresso sta male e la sua famiglia si attiva per farlo star meglio, ma poiché questo è l’unico modo che chi è depresso utilizza per chiedere aiuto, questo rinforzerà il suo malessere avendo avuto il beneficio secondario di avere cure e attenzioni dalla sua famiglia. Ridefinendo in un contesto terapeutico questi giochi relazionali, si potranno sciogliere i vecchi schemi e crearne di nuovi e più salutari per tutto il sistema.

Un altro modo attraverso cui è possibile trattare la depressione è con la psicoterapia individuale. Anche in questo caso è molto importante la modalità attraverso cui avviene la richiesta e la motivazione al cambiamento, dato che il pessimismo che accompagna chi soffre di questo male da poche speranze di cambiamento.

Nella fase iniziale un fattore terapeutico è costituito da un lavoro sulla creazione della relazione terapeutica, col tempo si svilupperà la possibilità di potersi affidare e si imparerà a parlare del proprio malessere, abbandonando le modalità disfunzionali sino ad allora utilizzate.

La depressione è una malattia che affligge le persone per molti anni, e per questo il processo di cambiamento richiede tempi di trattamento lunghi, ma una buona motivazione, una solida rete sociale e familiare possono favorire l’uscita da questo doloroso malessere.

 

Famiglia e depressione, un possibile legame

La famiglia è la fonte delle maggiori fortune e delle più grandi sfortune

Dr Saraceni Carlo, Psicoanalista

La depressione rappresenta un tema controverso per gli addetti ai lavori. Da molti anni, essendo questo disturbo in drammatico aumento, psichiatri e medici, spalleggiati dal potente sponsor delle case farmaceutiche, si battono affinché la depressione rientri a pieno titolo tra le “patologie organiche”.Questo tipo di pazienti si presta molto bene ad essere medicalizzato. Accettano volentieri ogni tipo di farmaco e, nel momento in cui la terapia non funziona, si autocolpevolizzano. In fin dei conti, spesso, sono cresciuti in un ambiente familiare che sconsiglia la critica, l’espressione della frustrazione e dell’ostilità e, per questo motivo, si sentono più sicuri in ambienti medici che psicoterapeutici.Tuttavia, nonostante la netta prevalenza di interventi farmacologici, ritengo che non ci sia disturbo psicologico più legato ad aspetti relazionali, in particolar modo familiari. Soltanto che tale ordine di cause non è sempre evidente e non c’è propensione a parlarne, per lo meno non come la controparte medica.In ogni modo, prima di andare avanti con la descrizione dei meccanismi familiari alla base della depressione, ritengo necessaria una precisazione. Quando affermo che la depressione è un disturbo medicalizzato non intendo negare l’importanza degli aspetti biologici. Essi costituiscono la base sulla quale si innestano le nostre esperienze, una sorta di terreno su cui si impiantano gli effetti delle relazioni umane. Tuttavia per avere un buon raccolto non si può solo concimare “chimicamente” il terreno, bisogna curarlo giorno per giorno, scegliendo che cosa seminare. Possiamo individuare due tipologie “generali” di contesto familiare depressogeno; uno legato ad aspetti clinici importanti (Disturbo Depressivo Maggiore, DMS IV-TR), l’altro connesso a forme più attenuate di umore depresso; iniziamo dalla prima tipologia.

Le caratteristiche della famiglia d’origine nel Disturbo Depressivo Maggiore

Il futuro depresso viene al mondo all’interno di una coppia coesa, in cui il livello di conflitto è basso e la tendenza è quella di un funzionamento generalmente armonioso. Questa coppia dando priorità alla coniugalità sulla genitorialità, presenta difficoltà a svolgere le funzioni genitoriali. Tali difficoltà sovente si traducono in richieste eccessive e scarso riconoscimento degli sforzi che il futuro paziente compie. Questo tipo di comportamento dei genitori non è necessariamente manifesto, può essere anche estremamente sottile, ambiguo. L’esempio tipico è la figlia nubile o il figlio “debole di costituzione” che devono occuparsi dei genitori anziani o malati. Questi non sono necessariamente poco riconoscenti ma sostanzialmente è sempre la stessa persona a doversi sottomettere alle richieste. Ad una prima analisi la famiglia della persona depressa può apparire molto unità ma in realtà sotto questa parvenza di coesione si rintraccia un fondo di espulsività e disimpegno. Anche se si parla molto di unità, il soggetto può avere l’impressione che la sua presenza sia in realtà superflua. La coppia genitoriale è effettivamente coesa ma esiste un forte contrasto tra la forza di questo legame ed il distacco emotivo nei confronti dei figli, soprattutto espresso nei confronti del paziente.La gerarchia familiare è molto rigida, con un coniuge che ricopre un ruolo dominante (in “psicologia sistemica” prende il nome di one-up) e l’altro ha una funzione subalterna (one-down). Lo stile genitoriale è tendenzialmente autoritario, anche se non necessariamente dispotico. Il genitore one-up, che è quello che esercita l’autorità, ha un ruolo più attivo nello sviluppo del disturbo depressivo; è più esigente, svalutante, squalificante. Per contro, il genitore one-down, sebbene risulti più amorevole e accondiscendente, non può ne vuole rovesciare le “regole del gioco”, contribuendo in modo passivo al mantenimento dello status-quo.Il livello di adattabilità della famiglia alle situazioni sociali è molto scarso; ogni cambiamento è osteggiato e vissuto come una minaccia, così come le fasi di sviluppo e di crescita da parte dei figli.Il tema che contraddistingue il nucleo familiare è la necessità di rispettare, di essere all’altezza, delle richieste esterne e delle apparenze sociali. Il successo sociale diviene un elemento indispensabile per essere accettati dalla coppia genitoriale; tutto questo si traduce in un alto livello di richieste e di obiettivi difficili da raggiungere per i figli, costretti a vivere in un contesto basato su richieste continue e irraggiungibili. Tale meccanismo innesca una spirale di situazioni, in cui si da per scontato, il fallimento del futuro paziente, rendendo, di conseguenza, l’incapacità “reale ed effettiva”.

In un clima familiare di questo tipo il giovane adulto si abitua a fallire e a non ribellarsi, costruendo la propria identità intorno a tematiche quali l’autoaccusa, il bisogno di perfezione, la necessità di rispettare le apparenze. Questo aspetto spiega il motivo per cui, se il depresso cede alla disperazione, cerca nel suicidio, atto supremo di depressione, la soluzione alla sua situazione. Suicidandosi la persona si autopunisce per non essere stata all’altezza delle richieste che gli altri esigevano da lui e, allo stesso tempo, si vendica dell’ingiusto trattamento di cui è stato oggetto, lasciando un amaro senso di colpa (esattamente ciò che la persona sente, quindi una sorta di: “occhio per occhio, dente per dente”) in quelli che sopravvivono.

Il periodo in cui la persona è maggiormente vulnerabile agli effetti nefasti del clima familiare è l’infanzia, inclusa la preadolescenza. Se il disturbo depressivo non emerge in seguito a stress durante l’adolescenza e la prima età adulta, diviene probabile che si “attivi” durante la prima “importante” relazione di coppia, nel momento in cui l’individuo comprende, rimanendone deluso, che, neanche in quel rapporto, l’assoluto bisogno di sostegno e aiuto può essere soddisfatto in toto. Ci occuperemo in dettaglio di questo aspetto nei paragrafi successivi; adesso passiamo alla descrizione della struttura familiare nei casi di depressione meno grave.

La famiglia del depresso nei casi di depressione “minore”

Le caratteristiche familiari delle persone con disturbi depressivi minori, che chiameremo distimiche, sono molto diverse dalle precedenti. In primo luogo la coppia genitoriale è tutt’altro che coesa; il livello di conflitto tra i coniugi è molto alto e questi non esitano ad utilizzare i figli all’interno delle loro battaglie.Catturato in questo “gioco” familiare, il futuro distimico sperimenta l’ansia legata al conflitto di lealtà, quando si avvicina “parteggiando” per uno dei genitori, si associa rapidamente la perdita della relazione con l’altro.Il tema della perdita diverrà quindi centrale per la persona, generando tristezza e ansia, ogni qualvolta la storia di vita proporrà mancanze relazionali significative (rottura di rapporti di coppia ad es.).Sebbene all’interno della famiglia le capacità genitoriali siano ben conservate, l’interesse per i figli è ostacolato dalla difficoltà della coppia a risolvere i propri conflitti, portando ciascun membro alla disperata ricerca di alleati. Si tratta, per usare una metafora, di una atmosfera politica, fatta di alleanze, coalizioni e continue rivalità. Se il primo figli cade nel campo della madre, è molto probabile che il secondo finisca nell’orbita del padre, innescando una serie di conflitti anche tra fratelli. Questo ci permette di capire come il clima emotivo familiare sia costantemente teso ed esplosivo, con un alto livello di esplicitazione dei conflitti, punizioni e ricompense. La comunicazione intrafamiliare è fortemente condizionata dalle alleanze, si può parlare con gli alleati ma non è concesso essere aperti con gli antagonisti.

Come si costruisce la coppia nei casi di depressione grave?

Considerando la descrizione (pur sempre generale) che abbiamo dato della famiglia del depresso, non ci sorprende che questi ricerchi protezione, tentando di fuggire al più presto e con urgenza, dai legami che lo imprigionano nella squalifica. La scelta del partner è dunque connessa con la necessità di ottenere ciò che gli è sempre mancato: una relazione caratterizzata da protezione e valorizzazione, piuttosto che da richieste. Nel momento in cui la incontra è possibile che i problemi finiscano.Tuttavia, spesso succede che il futuro depresso si lasci ingannare da un’offerta relazionale solo superficialmente adeguata alle sue esigenze. Il tipico coniuge del depresso, infatti, è qualcuno che ha bisogno di mostrare a se stesso e al mondo che è in grado di sostenere e proteggere chi ha bisogno del suo aiuto. Il problema insorge perché l’aiuto che offre e di cui inizialmente la persona potenzialmente depressa usufruisce, è concesso più per le esigenze del dispensatore, che deve mostrare al mondo la sua forza, che di chi lo riceve.Nel momento in cui il futuro paziente si rende conto del nuovo inganno (considerando quelli “subiti” nella famiglia di origine), può darsi per vinto, soccombendo definitivamente alla depressione. La nuova coppia, una volta emersi i sintomi, si struttura in modo rigido: il paziente si abbandona progressivamente al disturbo ed il coniuge acquista sempre maggiore responsabilità e prestigio. Questa facciata serve al compagno per mascherare le sue debolezze; tanto più la persona depressa starà male quanto più il coniuge potrà dimostrare agli altri la sua bontà, la sua abnegazione, il suo impegno.Riassumendo, la coppia si attorciglia intorno ad un meccanismo circolare, per cui le continue richieste di attenzione del paziente, frustrate dal consorte incapace di farvi fronte, fanno emergere i sintomi; questi innescano ancora di più una “reazione di aiuto” nel membro “sano” della coppia, rafforzando in chi manifesta il disturbo, l’idea di essere incapace, malato e dipendente. Se il meccanismo non viene interrotto la depressione si cronicizza.

La coppia nei casi di depressione lieve

La coppia del distimico si costruisce secondo modalità diverse dalla coppia del depresso “classico”. Generalmente si tratta di una relazione più equilibrata, in cui il potere decisionale è distribuito equamente ma che, proprio per questo, è più vulnerabile al conflitto. Effettivamente il futuro distimico tende a scegliere una persona con una storia familiare simile alla sua. Quando una nuova perdita (la morte del genitore alleato, l’emancipazione dei figli, la disoccupazione, ecc.) scatena la dinamica sintomatica nella persona, l’equilibrio di coppia si rompe, generando conflitti ancora più potenti. Il meccanismo che si instaura è il seguente: a causa dell’impatto di eventuali perdite significative, il futuro paziente esprime delle lamentele che vengono percepite eccessive dal coniuge; tale percezione impedisce all’altro di mettere in atto adeguate risposte di sostegno e solidarietà. Il suo atteggiamento critico è percepito dal partner, che risponde, a sua volta, con distanziamento ed ostilità. L’emergere dei sintomi ansiosi e depressivi, che avviene solitamente in questa fase, determina un riavvicinamento del coniuge asintomatico, ma tale ricongiungimento tende ad essere vissuto, con il tempo, come manipolatorio e non autentico dal partner (“non lo fa per me, ma per non avere problemi”, ecc.).Così facendo, la coppia si appiattisce intorno ad un processo di accuse, recriminazioni e sfiducia, che rendono cronico il disturbo.

Linee guida per l’intervento psicologico

L’intervento terapeutico, con tutte le eccezioni del caso, dato che si tratta di considerazioni generali mentre ogni situazione terapeutica è singola ed irripetibile, si muove fondamentalmente su due versanti.In primo luogo agire sulle dinamiche attuali della coppia, cercando di interrompere i circoli viziosi che mantengono il disturbo. Nel caso della depressione maggiore, ad esempio, diviene fondamentale lavorare sulle dinamiche potenza del coniuge “sano” vs impotenza del coniuge “malato”, facendo comprendere come i sintomi depressivi siano anche il prodotto di questa struttura relazionale.Nelle situazioni distimiche gran parte del lavoro terapeutico con la coppia si focalizzerà sulla riduzione del conflitto coniugale. Diviene fondamentale per lo psicologo evitare alleanze, rischio concreto poiché la coppia tende a coinvolgere nelle loro battaglie tutti coloro che tentano di intervenire nella situazione.In secondo luogo il lavoro si dovrà concentrare sullo scardinamento della rappresentazione di un sé “inefficace”, che il paziente ha maturato nella famiglia di origine, prendendo anche in considerazione la possibilità di convocare in seduta la famiglia allargata.

Riferimenti bibliografici• Kerr, M., Bowen, M., La valutazione della famiglia, (1988), Astrolabio, Roma.• Gabbard, G., La psichiatria psicodinamica, (2000), Raffaello Cortina, Milano.

Abbuffate. Le caratteristiche del “Binge Eating Disorder”

I disturbi dell’alimentazione più frequenti sono l’Anoressia nervosa e la Bulimia: la prima caratterizzata dall’ossessione di mantenere un peso corporeo al di sotto di quello minimo normale, la seconda contraddistinta soprattutto da ricorrenti “abbuffate”, seguite da condotte di compensazione (vomito autoindotto, uso di lassativi, diuretici, digiuno o attività fisica praticati in maniera eccessiva) attuate allo scopo di non prendere kg. Entrambe queste problematiche di origine psicologica si fondano su un’alterata percezione della propria immagine corporea e del peso (molte persone si percepiscono grasse anche se sono emaciate).

Risulta spesso difficile tracciare una linea di demarcazione netta tra Anoressia e Bulimia; molti autori hanno evidenziato che esiste una sovrapposizione nel 50% dei casi, dove il sintomo maggiormente condivisibile è rappresentato proprio dalle abbuffate. Tale problema si presenta, in ogni caso, anche isolato dai più celebri disturbi alimentari sopracitati, prendendo il nome clinico di “abbuffata compulsiva” (Binge Eating Disorder). Si tratta di un fenomeno che ha una forte incidenza sulla popolazione generale, anche se occorre ricordare che molti non arrivano mai a consultarsi con uno specialista, sottraendosi dalle stime. Normalmente un “binge eater” riferisce di consumare una grande quantità di cibo in un tempo limitato, durante il quale percepisce una totale perdita di controllo, ovvero la spiacevole sensazione di fare qualcosa che non si dovrebbe fare, ma che non si riesce ad evitare, insieme al godimento e alla pena legati al fatto.

La ricerca internazionale è concorde nell’attribuire una pluralità di fattori che, con maggiore o minore incidenza, a seconda dei casi, possono essere alla base del problema:

1) Fattori predisponenti, cioè aspetti “interni”, che riguardano la struttura psicologica dell’individuo, e che predispongono il soggetto ad alcune difficoltà psicologiche, tra cui il Binge Eating:

– una persistente sensazione di insoddisfazione, caratterizzata da scarsa autostima, pensieri di svalutazione o di fallimento;

– la tendenza al perfezionismo, caratteristiche che predispongono alle restrizioni dietetiche e al bisogno di controllo, per ottenere il quale si deve agire sul peso e sulla forma del corpo;

– il funzionamento familiare;

– la tendenza ad escludere le emozioni dolorose, spesso attraverso la messa in atto di comportamenti impulsivi;

2) Specifici stimoli attivanti, si tratta di elementi “esterni”, più immediati, in grado di partecipare alla crisi bulimica. Sono raggruppati in due grandi categorie:

– craving per il cibo, che deriva dagli sforzi estremi  tesi al controllo del peso. La dieta, infatti, spesso pre-esiste al Binge eating, contribuendo a causarlo, promuovendo uno stile alimentare strettamente regolato che incrementa il rischio di abbuffate.

– stati emotivi negativi, abbassamento dell’umore, ansia, disforia, anche momentanea, tendono a precipitare la crisi bulimica, la quale diviene una sorta di via di fuga dai sentimenti negativi.

Nel breve periodo l’abbuffata può essere considerata un meccanismo di difesa che permette all’individuo un sollievo temporaneo dalla percezione negativa di sé e dei propri sentimenti. Si tratta però di una tregua transitoria che, al contrario, finisce per impedire al soggetto di mettere in pratica strategie più congrue.
Nel lungo periodo il Binge Eating intensifica le sensazioni di colpa, di disgusto di sé, di perdita di controllo. Da un punto di vista strettamente medico, le “abbuffate compulsive”, sfociano spesso nell’obesità, generando problematiche consequenziali, come ipertensione, diabete e malattie cardiovascolari.

Le strategie terapeutiche per questa patologia si fondano sull’acquisizione di una serie di abilità:

1.    individuare le emozioni e gli stimoli esterni che innescano l’abbuffata;

2.    acquisire strategie alternative per fronteggiare queste emozioni;

3.    imparare ad esprimere verbalmente i sentimenti negativi;

4.    attuare un automonitoraggio delle proprie abitudini alimentari;

Ognuno di questi punti non rappresenta una “ricetta preconfezionata”, utile indiscriminatamente per tutti; ma si basa su un processo di conoscenza approfondita delle caratteristiche della singola persona e dei problemi relazionali collegati con il sintomo.

Riflessione su una società multietnica

“L’unica costante della vita è il cambiamento

Buddha

Gli stranieri residenti in Italia, censiti dall’Istat il 1° gennaio 2013, sono 4.387.721, 334 mila in più rispetto all’anno precedente (+8,2%). Le stime che vengono proposte per il gennaio 2014 prevedono un ulteriore aumento. Il 50% circa è a rischio povertà ed il pericolo è decisamente maggiore all’interno di quelle comunità in cui c’è un basso livello di integrazione sociale. Guerre, carestie, catastrofi naturali da un lato, ma anche il miraggio della ricchezza e la convinzione che il mondo è diventato più piccolo e, altrove, più ricco spingono molti africani, asiatici, slavi, russi e albanesi a varcare i mari ed i deserti per giungere nel nostro paese.

All’interno di questa babele di lingue e tratti somatici alberga un comune “conflitto psicologico”, quello tra la fiducia e la voglia di mettersi in gioco in un nuovo contesto e la paura di non riuscire a mettere radici. Le radici però hanno bisogno di un buon terreno per ricevere nutrimento e permettere alla pianta di dare “frutti”. Come evidenzia la CINFORMI (Centro Informativo per l’Immigrazione), “…negli ultimi anni l’immigrazione ha prodotto tra gli italiani un sentimento di contrarietà e ostilità…” poiché c’è la percezione che la presenza degli stranieri abbia aggravato la situazione economica, privando di risorse e servizi, già di per sé esangui, i cittadini “autoctoni”. A questo si associa il tema della sicurezza, in quanto si ritiene che la popolazione immigrata vada ad ingrassare le fila dei delinquenti “nostrani”. Questo clima di competizione (per le risorse) e paura (della presenza) genera una situazione di conflitto che è alla base delle tensioni sociali, dell’emarginazione e della povertà.

I contributi che la psicologia può offrire per la comprensione del fenomeno immigrazione sono molteplici. Ci si potrebbe concentrare sugli aspetti “materiali” della questione, riflettendo sugli stereotipi ed i pregiudizi sociali, ponendo in discussione l’utilità collettiva dell’assunto “competizione noi/loro”. Potremmo argomentare sul significato psicologico dell’assenza di normative di “qualità”, sottolineando come la mancanza di leggi che regolino la convivenza contribuisca a  rendere il diverso “nemico”. Tuttavia, qui scegliamo di soffermarci sugli aspetti affettivi, in particolare sull’emozione della paura. La paura è un emozione potente; ha a che fare con la perdita di controllo, con l’ignoto, l’incertezza, la minaccia. Questo sentimento “sgradito” è quello che maggiormente condividiamo con lo straniero e la motivazione che lo genera è comune.

Gli immigrati sono, nella maggior parte dei casi, dei “fuori luogo”. Questa proposizione vuole significare una generazione di persone che è fuori dai luoghi originari, senza più i riferimenti culturali che danno significato alla realtà e che aiutano ciascuno di noi a dare un senso a ciò che accade; ma anche un gruppo di individui che è fuori dai luoghi del paese ospite, senza diritto (talvolta di soggiorno) e senza visibilità negli spazi comunitari dell’essere con gli altri. Si tratta, in sostanza, di persone che stanno perdendo la loro identità. Cosa può fare più paura?

La nostra sorte è analoga. La globalizzazione, l’idea del villaggio globale, il processo sociale che investe le società occidentali, rendendoci sempre più simili l’uno all’altro nei gusti, nei bisogni, nei desideri, nelle priorità, altro non è che la progressiva perdita delle radici culturali che ogni comunità ha coltivato nel corso della sua storia. Questo mette a dura prova la nostra identità, che etimologicamente racchiude il significato di medesimo nel tempo, stesso nella sua “unicità” e che la modernizzazione tenta di trasformare in ognuno uguale a tutti gli altri. Anche noi stiamo diventando fuori luogo ed in questo contesto l’immigrato diventa emblema e causa della nostre paure, perché se ci “mescoliamo” ci perderemo ancora di più.

Abbiamo ragione ad aver paura. Il cambiamento è minaccioso. Ma che cosa vogliamo farne di questa emozione? Possiamo farci paralizzare, scegliere la chiusura all’altro, in un estremo (quanto improbabile) ritorno alle origini; oppure possiamo farci attraversare dalla diversità, consentendole di arricchirci, di vedere in ciò che non conosciamo una risorsa. Per poter ri-conoscere ciò che è noto dobbiamo prima imparare a conoscerlo.

E’ concesso vivere la propria morte?

Il richiamo della morte è anche un richiamo d’amore. La morte è dolce se le facciamo buon viso, se l’accettiamo come una delle grandi, eterne forme dell’amore e della trasformazione

Hermann Hesse, (postumo)

morte vita

 A partire dalla metà del ‘900 la morte diviene di completa pertinenza medica. La medicina, infatti, non solo la definisce e sancisce, ma anche regola e gestisce. Una delle conseguenze di questo predominio è rappresentato dall’isolamento del morente che, escluso dal conforto degli affetti familiari, è oggetto spesso di un accanimento terapeutico impietoso.

Oggi la morte è diventata un fatto esclusivamente biologico, è stata ridotta a concetto di corpo necrotico da smaltire, qualcosa di cui inorridire e prendere le distanze. Tutto questo ha contribuito a mettere in ombra, a rendere debole, la componente umana, culturale, religiosa e sociale di un evento importante “per chi va e per chi resta”. La separazione della persona, ridotta esclusivamente alla connotazione di malato, dai parenti e dall’ambiente familiare mette in rilievo il carattere anonimo che i moderni ospedali conferiscono al morire, secondo quella caratteristica tipica del nostro mondo culturale che opera una sistematica rimozione della morte e dei suoi riti.

La medicalizzazione della morte ha prodotto, dunque, solitudine nel morente, alla quale si associa spesso la menzogna, raccontata da parenti ed amici, che nega alla persona la possibilità di “vivere la morte”; come se d’improvviso l’individuo fosse divenuto un bambino, incapace di sostenere il peso e la responsabilità di una notizia definitiva, inadeguato a sopportare il tragico annuncio, la cruda verità. Ciò che non si può dire non si può condividere. L’essenza stessa della solitudine.

Questo argomento apre questioni fondamentali per la realtà contemporanea: l’uomo può vivere soltanto fino alla morte o, piuttosto, può vivere anche la morte, dato che il morire fa parte della stessa vita? E ancora: la scienza medica e la tecnicizzazione della salute hanno davvero allungato la vita o, piuttosto, hanno cronicizzato la malattia? Nel momento in cui l’approccio farmacologico e le terapie analgesiche mitigano le atroci sofferenze del moribondo, è giusto che parallelamente ne annullino anche la personalità, relegandolo nel limbo vegetativo del coma? Ritengo che riflettere su questi interrogativi possa contribuire a ri-creare un modo ed un tempo più appropriato per il morente ed i suoi familiari di vivere il fine-vita.

Certo, sarebbe ingiusto connotare solo negativamente il progresso medico che ha trasformato l’ospedale da anticamera della morte a baluardo della vita mortalmente minacciata, come pure va osservato che la professione medica si è posta di fronte alla questione in oggetto in modi diversi e dissimili. Allo stesso tempo, in ospedale, ultima fortezza della vita (luogo che praticamente ha soppiantato ormai la morte in casa), accade ancora, anzi sempre più spesso, che si muoia e che questo imprevisto metta a disagio i medici, nuovi sacerdoti della salute, perché ciò li costringe a passare, loro malgrado, dalla guarigione della malattia alla cura del malato agonizzante.

Forse è importante, doveroso, prendere in considerazione anche altre prospettive. L’uomo contemporaneo e la sua medicina sopprimono il dolore, ma anestetizzano le persone che muoiono ancor prima di spirare e in tal modo le persone vivono fino alla morte ma non la morte, evento più che mai personale ma allo stesso tempo curativamente condivisibile e prezioso.

La diagnosi in un’ottica complessa. La prospettiva psicodinamica

se vogliamo comprendere i sintomi, dobbiamo conoscere qualcosa della persona che li ospita

Gabbard, 2005

diagnosi psicodinamica

Attualmente, la prospettiva che in psicologia racchiude quella miriade di scuole di pensiero che hanno avuto origine dalla metapsicologia freudiana e che vanno sotto l’appellativo di orientamento “psicodinamico”, è quella che maggiormente diffida dell’attività diagnostica tradizionale. Riprendendo un espressione di Nancy Mc Williams (1994) per molti psicoanalisti diagnosi è una “brutta parola”. Impegnarsi in una diagnosi appare poco rilevante al fine di comprendere le dinamiche psicologiche profonde, se non addirittura controproducente, nella misura in cui implica un atteggiamento distaccato ed oggettivante- il contrario di quella partecipazione al modo di pensare e di sentire dell’altro che permette di avvicinarsi alla sua dinamica inconscia. Riteniamo, in accordo con queste posizioni, che per il clinico formulare una diagnosi, se intesa nella sua accezione più riduttiva, e cioè come attribuzione di un’etichetta nosografica ai problemi ed ai disturbi di una persona, non dovrebbe essere la sua preoccupazione principale. Allo stesso tempo, pensiamo che il processo diagnostico non andrebbe trascurato: il tipo di ragionamento che viene elaborato nella fase di conoscenza della persona è fondamentale nel percorso di cambiamento su cui dovrebbe fondarsi la psicoterapia.

Bisogna a questo punto trovare un accordo su cosa si intende per diagnosi. Se la si considera nell’accezione biomedica, come atto di identificazione di una patologia, la sua utilità in un contesto psicologico clinico è scarsa. Se, invece, pur continuando ad utilizzare il termine diagnosi, la si intende in un’accezione assai più estesa, e cioè come processo di interpretazione dei dati raccolti e di organizzazione delle inferenze sui meccanismi di funzionamento psicologici che abbia come punto di partenza conoscitivo la relazione, allora la prospettiva diagnostica può entrare utilmente a far parte dell’approccio psicodinamico.

Secondo la Mc Williams, una delle massime esperte di diagnosi in ambito psicodinamico/psicoanalitico, il percorso conoscitivo del cliente avviene attraverso l’esplorazione di tre aree:

  • l’area dei conflitti interni: questo ambito fa riferimento alla seconda topica freudiana e alla struttura di personalità che ne consegue (Es, Io, Super-Io). Valutando questa dimensione il clinico cerca di individuare eventuali conflitti pulsionali tra istanze, ad esempio tra  le motivazioni (Es o Io) e la morale della persona (Super-Io).
  • l’area dei meccanismi difensivi: esplorando questa sfera lo psicologo tenta di cogliere i principali strumenti impiegati dal soggetto per gestire l’angoscia. Autori come Kernberg e Anna Freud hanno tentato di suddividere i meccanismi difensivi in “primitivi” (negazione, scissione, identificazione proiettiva, ecc.) e di “ordine superiore” (razionalizzazione, rimozione, spostamento, ecc.); sulla base del loro utilizzo, più o meno massiccio e pervasivo, sono state proposte teorie sul funzionamento affettivo/cognitivo del paziente.
  • l’area delle relazioni oggettuali: questo spazio diagnostico si concentra sulle modalità con cui l’individuo rappresenta se stesso e le relazioni significative. Il paziente riesce a mantenere una rappresentazione di Sé integrata? Quali caratteristiche si attribuisce e quali assegna agli altri? Come si percepisce all’interno delle relazioni? Queste sono alcune delle domande a cui il terapeuta tenta di rispondere per cogliere le modalità con cui la persona si rapporta con gli “oggetti” interni ed il Sé.

La struttura diagnostica di valutazione psicodinamica, sopra descritta in modo estremamente sommario, non deve seguire uno schema di intervista fisso e precostituito. All’interno di un approccio dinamico il colloquio deve svolgersi liberamente; sarà in un secondo momento che il clinico cercherà di tradurre il groviglio di pensieri e di impressioni in una forma strutturata di riflessione clinica.

Il rischio che questo approccio corre è legato alla possibilità di “tagliare fuori” la dimensione contestuale dall’inquadramento clinico. In altre parole, l’eccessiva attenzione all’individuo può contribuire a fondare l’idea che l’apparato psichico abbia una sua autonomia “monolitica”, invariante, e che la persona è in un certo senso indipendente dall’ambiente relazionale in cui è inserita. Paradossalmente, dunque, c’è il pericolo di sostituire un’etichetta diagnostica, sebbene sommaria e poco utile come quella nosografica, con un’altra, anche se più complessa come quella idiografica. Diviene, quindi, fondamentale che la psicologia dinamica non si perda il “pezzo” che la generale svolta epistemologica in senso post-moderno ha messo a disposizione; ovvero che il processo mentale, e quindi anche quello psicopatologico, sia intrinsecamente intersoggettivo e che si pensa, si esperisce, ci si “ammala”, con altri, entro specifici contesti relazionali, culturali, sociali.  

L’utilizzo della diagnosi in un’ottica complessa. La prospettiva sistemica

Una delle malattie più diffuse è la diagnosi

Karl Kraus, 1912

 

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Il tema della diagnosi dei disturbi psichici, nell’ultimo decennio, ha ripreso un posto centrale tra le diverse scuole di psicoterapia. La mia posizione critica rispetto alla scarsa utilità terapeutica della diagnosi medico-nosografica è già stata esposta in un post precedente (http://spazioinascolto.altervista.org/dottore-che-cosa-ho-i-rischi-della-diagnosi/); qui cercherò di occuparmi di alcune posizioni cliniche che potremmo definire “alternative” al classico “etichettamento sintomatologico” e che pongono al centro della definizione psicopatologica l’aspetto relazionale/contestuale. Il tentativo che mi propongo, in questo e nei prossimi post, è quello di creare un filo rosso tra i diversi approcci terapeutici, sostanziato dal desiderio condiviso da differenti “scuole di psicoterapia” di inquadrare il disagio psichico in un’ottica complessa. Inizierò dalla psicoterapia sistemica, sottolineando i 4 parametri di valutazione essenziali che il clinico utilizza per ottenere una più chiara comprensione della situazione di difficoltà su cui si trova ad intervenire.

  1. Quali sono i modelli di interazione impiegati? Questo livello fa riferimento alle modalità con cui avvengono gli scambi comunicativi della persona che si rivolge a noi con chi condivide il suo contesto relazionale significativo (famiglia, amici, luogo di lavoro, ecc.). I ruoli giocati nella relazione sono fluidi, intercambiabili, o rigidi. C’è una struttura di relazione fondata sulla dominanza/sottomissione (rapporto complementare) oppure di conflitto per il “potere” (rapporto simmetrico).
  2. Quale è la storia del “sintomo”? Aspetto fondamentale per il clinico non è solo capire che costellazione sintomatologica ha di fronte (per poi magari utilizzare la tecnica adeguata…) ma comprendere come la patologia si sia strutturata nel tempo, cristallizzandosi nella vita della persona. Cosa è accaduto nel periodo in cui il sintomo si è manifestato? Come ha gestito, sia l’individuo che le persone intorno a lui, il disturbo? Quali cambiamenti nei rapporti interpersonali ha prodotto?
  3. Quale è il momento del ciclo vitale? Con questa domanda si fa riferimento al particolare momento evolutivo attraversato dal consultante e dalla sua famiglia/coppia, nel momento in cui si è verificato il sintomo. Si tratta del tempo dello “svincolo”, quando il soggetto entra nell’adultità dovendosi costruire un futuro lontano dal nucleo familiare, nella fase di costruzione della coppia, nel momento della nascita di un figlio. E’ importante riuscire a cogliere come il sintomo si costruisce intersecandosi con lo specifico periodo vitale percorso dal soggetto.
  4. Quale è l’assunto fondamentale mediante cui si struttura la vita della persona? Ogni individuo acquisisce nel corso della sua storia personale una filosofia di costruzione della realtà, che inquadri se stesso e attribuisca senso al mondo che lo circonda. E’ fondamentale per lo psicologo capire quale è la componente attraverso cui l’individuo racconta se stesso e la sua esperienza. Chi ha pratica con la psicoterapia avrà avuto a che fare con persone che narrano la maggior parte della loro esistenza secondo alcuni dei seguenti assunti: “Devo essere perfetto”, “devo essere amato da tutti e farmi accettare”, “Non mi posso fidare della gente”, “E’ tutta colpa mia”, ecc.

Come possiamo vedere ciascuno dei punti corrisponde ad una domanda. La persona viene dunque interrogata e, ciò che è più importante, questo viene fatto nella sua soggettività e tenendo in primaria considerazione il contesto relazionale. Alla fine del percorso quello che rimane non è un “dato”, né una categoria, ma un’ipotesi, che non va interpretata all’interno di un’accezione sperimentale, dunque, semplicemente “vera o falsa”. Infatti l’ipotesi che emerge dall’incontro delle risposte ai quesiti è più o meno “utile”, rispetto alla sua capacità di produrre un cambiamento. Vero e proprio obiettivo della diagnosi al servizio della terapia. Davanti ad un sistema che, metaforicamente, ha nella rigidità delle sue certezze il fulcro della sua patologia, è sterile che il clinico contrapponga a queste le proprie certezze, come accade con le categorie diagnostiche tradizionali. E’ invece più utile che, attraverso la formulazione di ipotesi che sono già “interventi”, il terapeuta attivi nel sistema la possibilità di rimettere in discussione quelle certezze.

Minorenni e bisogno di forti emozioni. L’amore per il rischio

Si crede di inseguire la felicità; non si inseguono che le emozioni”

Jean Josipovici 1989

12 novembre, un auto guidata da un minorenne nei pressi di Roma investe un’altra vettura, gravi entrambi i conducenti. 13 novembre, un mezzo con a bordo 5 giovani, sfrecciando ad alta velocità, si schianta contro un ostacolo a Milano, due i feriti gravi. Queste sono notizie non-notizie. Purtroppo il bollettino di ragazzi (e non) che, infrangendo il codice della strada, provoca danni a se e agli altri è quotidiano. E’ una questione di adrenalina? Di bisogno di forti emozioni? Da dove origina questa necessità? Proviamo a specificare meglio.

La preferenza di alcuni individui per le emozioni forti non è certo un fenomeno nuovo. Già quaranta anni fa Zackerman descrisse i “cacciatori di sensazioni” (sensation seekers), caratterizzati da un incessante bisogno di forti eccitazioni, di provare esperienze esaltanti sempre nuove e diverse, dal rifiuto della monotonia e della routine quotidiana. Per poter raggiungere il loro obiettivo, non esitano ad assumere rischi personali e sociali, che affrontano con impulsività e scarso controllo. Seconde l’autore, questo tipo di comportamento è biologicamente determinato. Sarebbe il genoma umano a rendere le persone bisognose di emozioni. Sebbene affascinate, l’ipotesi di Zackerman, non può spiegare da sola l’incredibile impennata di situazioni a rischio che quotidianamente le cronache ci riportano. La necessità del pericolo, dell’azzardo, è attualmente un fenomeno sociale.

 

Riteniamo che in particolare i mezzi di comunicazione abbiano contribuito ad innalzare l’”asticella” delle emozioni, che sono diventate l’amo per catturare gli spettatori/consumatori. Ogni giorno scene di “pornografia emotiva” entrano nelle case attraverso talk show, tribune elettorali, salotti televisivi. Come nel caso della pornografia sessuale, gli affetti sono amplificati, “sbattuti” in primo piano a favore di telespettatori affamati di lacrime, amore, rabbia ed esaltazione. Il risultato è che quello che appariva eccitante ieri oggi è noioso. Tutto ciò che non è degno di emozione non può essere vissuto con soddisfazione. Ad adeguarsi a questo tipo di cultura sono soprattutto gli adolescenti, in cui l’urgenza di provare intense sensazioni rappresenta il “marchio di fabbrica” della fase evolutiva. Il bisogno di comprendere se stessi, la necessità di costruire la propria identità, spesso porta i giovani alla ricerca di situazioni pericolose, in cui possono sperimentarsi.

Tuttavia, l’esigenza di adrenalina attualmente accomuna persone di tutte le età: uomini maturi si lanciano in sport acrobatici come il deltaplano o il bangi jumping, altri ignorano qualsiasi divieto, utilizzando la statale come un autodromo. Anche il crescente utilizzo di sostanze psicoattive eccitanti, cocaina ed anfetamina in primis, rappresentano un mezzo artificiale per provare emozioni nuove. Essere fuori dall’ordinario è diventata la nuova moda. Una vera e propria trappola per l’identità.

 

Infatti, questo modo generalizzato di vivere gli affetti pone, su un piano psicologico, numerosi problemi, simili a quelli provocati da una tossicodipendenza. Ogni obiettivo raggiunto da rapidamente assuefazione, trasformandosi celermente in noiosa routine. La persona, per essere appagata, è costretta a ricercare continuamente nuove esperienze, possibilmente più eccitanti delle precedenti. Uno scopo come questo, nel lungo periodo, diventa irraggiungibile, aprendo la strada a tendenze depressive che si alternano a momenti di esaltazione. Come gli psicologi cognitivi hanno evidenziato, la depressione è soprattutto connessa al modo in cui le persone interpretano gli eventi. Per questo le strategie per una vita equilibrata implicano la necessità di valorizzare il raggiungimento delle mete prefissate, senza ricercarne immediatamente di nuove.

 

Anche sul piano delle relazioni, la nuova ideologia sociale della ricerca emozionale produce conseguenze negative. Soprattutto all’interno della coppia, dove il “faticoso vivere insieme” è sostituito dalla necessità di provare continuamente l’ebbrezza dell’innamoramento, contribuendo alla costruzione di rapporti sempre più inconsistenti, deboli. Allo stesso modo ne risulta danneggiato il rapporto con i figli, ora che pure le persone adulte sono state contagiate da questo stile di vita. Infatti non solo i bambini ma anche gli adolescenti hanno bisogno di sicurezza e stabilità, soprattutto negli affetti; padri e madri alla continua ricerca di stimoli anche nei figli non sono in grado di offrirne. Come i figli non chiedono ai genitori di sorprenderli ogni momento, anche la famiglia non può pretendere che il bambino mostri quotidianamente chissà quale prodezza. Attendiamo, un po’ rassegnati, nuove notizie dalla cronaca.

Di che cosa si occupa la psicologia?

La realtà non esiste, l’hanno inventata gli uomini per i loro scopi.
Angelo Fiore, 1963

 

realtà

Di che cossi occupa la psicologia? E’ una domanda provocatoria, perniciosa, ma assolutamente non scontata. Un po’ essa rappresenta la “croce e la delizia” della nostra disciplina. Se ci mettessimo totalmente d’accordo sulla risposta forse perderemmo importanti opportunità di riflessione e di crescita; allo stesso tempo, il conflitto che spesso scaturisce dalle diverse posizioni emergenti fa perdere credibilità alla professione, paradossalmente rendendo “vero” il vecchio adagio: “Siamo tutti un po’ psicologi”, nel senso che ognuno può dire la sua.

Ritornando alla domanda incipit del testo, credo che dieci psicologi chiusi dentro una stanza farebbero fatica a mettersi d’accordo: chi direbbe il comportamento, chi l’inconscio, chi il rapporto mente cervello, chi i sistemi familiari, chi i processi di pensiero, chi la narrazione, ecc.

Anche noi vogliamo dire la nostra. Dal nostro punto di vista l’oggetto di studio della psicologia è la relazione, l’analisi della quale permette di sviluppare una teoria che diventa anche tecnica, seppure non nel modo tradizionale di intenderla. Vediamo di spiegare meglio.

Quanto la relazione sia strumento dell’intervento, o quanto ne sia cornice, come vedremo, fa la differenza.

Pensiamo ad una gamma di diverse posizioni psicologiche: lo sperimentatore, lo psicologo “tecnico” ed il consulente. Lo sperimentatore osserva le reazioni del soggetto sottoposto a stimoli, all’interno di un contesto “controllato”, il laboratorio. Infatti tutte le variabili alternative a quelle studiate sono ritenute trascurabili, convenzionalmente irrilevanti, in particolare per quanto riguarda le dimensioni emozionali.

Lo psicologo “tecnico”, invece, applica le sue procedure  “standard” alla domanda di consulenza posta dal paziente. Il tipo di relazione che si instaura tra psicologo e cliente, in questo caso, si fonda sulla dimensione della “dipendenza”. L’intervento diventa “rito”; a domanda rispondo. Chi dipende da chi non è ancora chiaro. Il cliente che accetta la tecnica del professionista o lo psicologo che risponde automaticamente alla domanda posta dal paziente?

Certo è che lo psicologo tecnico è più strettamente in relazione con lo sperimentatore di quanto non lo sia con il paziente. Infatti, lo psicologo applica al caso che si presenta in studio procedure derivate dai principi generali che lo sperimentatore gli ha fornito attraverso l’analisi di laboratorio.

Il consulente, per utilizzare una terminologia cara a Renzo Carli,  al contrario fonda l’intervento sulla specifica relazione che si viene a creare con il cliente. Non ha la pretesa del “controllo” delle variabili, non teme la soggettività tanto da redigere rigidi protocolli nel tentativo, utopico, di escluderla; non ha i problemi dello sperimentatore né quelli del “tecnico”. Riteniamo che non esiste in psicologia alcun tipo di relazione diretta causa/effetto, né modelli standard di lettura del contesto relazionale.

Solo attraverso la sospensione dell’azione tecnica, esclusivamente mediante la riflessione sulla relazione terapeutica, la consulenza può essere conoscenza e fonte di sviluppo per i nostri clienti.

Finché la relazione sarà pensata come cornice o, addirittura, come elemento di disturbo da “controllare”, ogni intervento non sarà altro che un prodotto statistico e normalizzante.Questa è la nostra idea dell’oggetto della psicologia.