Terapia familiare: la famiglia come punto di osservazione

Terapia Familiare

La terapia familiare rappresenta un ottimo strumento terapeutico per un gran numero di problematiche psicologiche, indispensabile nel caso di problemi che riguardano l’infanzia e l’adolescenza. In questo scritto proveremo a delineare alcuni degli aspetti che rendono la terapia familiare così efficace.

Come tutte le forme di conoscenza, dalla fisica alla biologia, anche la psicologia inizia dall’osservazione della realtà per la descrizione di un fenomeno. La famiglia può essere descritta essenzialmente attraverso due modalità fondamentali di funzionamento (ciascuna delle quali sarà analizzata in dettaglio in altri articoli): la sua struttura e le modalità di stare in relazione dei suoi membri. Nella famiglia esistono elementi che vanno oltre il ruolo di padre, madre e figlio e che hanno a che fare con tutta una serie di elementi, o legami, che non sono visibili senza un “occhio allenato”, come ad esempio le alleanze transgenerazionali, il tipo di comunicazione, i confini rigidi o blandi tra i suoi membri, le fasi evolutive e molto altro ancora.

Una terapia familiare può aiutarci a capire sia come si è sviluppata una problematica psicologica in uno dei suoi membri, sia quali possono essere le risorse a cui la famiglia può attingere per raggiungere il cambiamento e creare salute; ovvero le famiglie possono ammalarsi ma possono anche guarire, hanno in sé gli anticorpi necessari per innescare un cambiamento. Sempre.

Proviamo a spiegarci meglio con un ipotetico esempio clinico:

un bambino di tre anni fa molti capricci ad ogni diniego da parte dei genitori, i quali tendono a guardare ai capricci come intollerabili e non gestibili. I bambini hanno molte difficoltà con i “no”, non riescono a tollerare i limiti, devono abituarsi al principio di realtà, per questo motivo i divieti sono generatori di rabbia ed intensa frustrazione. E’ principalmente per questo motivo che i bambini piccoli si oppongono ai “no”, mettendo alla prova la capacità di tenuta dei genitori. A questo punto se il genitore cede il bambino imparerà ad utilizzare la rabbia per ottenere ciò che vuole; ma non solo. Si accorgerà, con il trascorrere degli anni, che l’ira che lui stesso non riesce a controllare, non è gestibile neanche dai suoi genitori. Neppure le figure di riferimento, dalle quali il bambino impara a gestirsi, sono in grado di difenderlo dalla sua stessa rabbia. A questo punto, è probabile che il bambino inizi a pensare che nessuno sia in grado di controllare la sua rabbia, entrando in un circuito circolare che andrà ad attivarsi ogni volta che emerge un comportamento negativo e che i genitori non sono in grado di controllare. Nei genitori tenderà a rinforzarsi l’idea di avere un “figlio impossibile”, quindi cattivo, un piccolo prepotente che ottiene tutto ciò che vuole con un comportamento sbagliato. In queste circostanze, i genitori tendono a mettere in atto comportamenti rigidi e punitivi che arrivano anche ad anticipare i possibili comportamenti negativi del figlio (“Tu non vieni…. tanto ti comporti male!”).

Il mantenimento della teoria “abbiamo un figlio incontrollabile” finisce per influire negativamente sull’identità del bambino futuro adolescente e sul senso di efficacia dei genitori, aumentando la probabilità di uno sviluppo familiare patologico. Una buona terapia familiare dovrebbe interrompere questo circuito, questa circolarità patologica negativa, innescando un cambiamento. Molto spesso le famiglie non hanno bisogno di percorsi terapeutici e riescono ad uscire da sole da situazioni di stallo come quella appena descritta. Tuttavia, in alcune circostanze, le insicurezze dei genitori, i conflitti di coppia, le influenze delle famiglie di origine (nonni), rendono difficile l’innescarsi di un processo di autocura. Questo ci permette di capire come mai la terapia familiare risulta fondamentale nella risoluzione di alcuni tipi di problemi.

 

Bibliografia

“Il legame invisibile”; A. Candoni e S. Ciappi, 2016

Psicologia Infantile: genitori e figli

La psicologia Infantile, nella totalità degli approcci che la compongono, è concorde nell’affermare che con la nascita dei figli la famiglia cambia radicalmente in ognuno dei suoi componenti ed in ognuna delle sue relazioni. La relazione, nel momento in cui un bambino nasce, diventa proprio l’elemento centrale dei suoi processi di sviluppo. Un esempio; un neonato piange perché ha fame. Se la mamma risponde in modo adeguato, il bimbo si sentirà protetto e rassicurato, iniziando a costruire la modalità della sua relazione con le figure di riferimento (mamma, papà, nonni ecc.).

Psicologia Infantile e relazioni

Al bambino conviene attaccarsi alle figure adulte di riferimento; senza di loro non può sopravvivere. L’attaccamento è una relazione reciproca in cui il genitore interagisce e attiva/risponde in modo più o meno adeguato al figlio. Attraverso questo circuito relazionale, il bambino costruisce il suo primo modello del mondo (il giusto e lo sbagliato, a chi dare fiducia, ciò che è da considerarsi pericoloso, ecc.). In realtà il bambino vede il mondo con gli occhi della madre, il vero è quello che gli viene trasmesso dai genitori.
Psicologia Infantile e comportamenti genitoriali

Semplificando e generalizzando possiamo individuare due tipologie di risposte comportamentali:

  1. Se la risposta è adeguata alla richiesta, il bimbo si sentirà rassicurato e risponderà di conseguenza (sorridente, curioso di scoprire cosa gli sta intorno). Questo comportamento del bambino influenzerà la madre che, vista la risposta positiva del figlio, continuerà ad attivare questo modo di rapportarsi, innescando un circuito positivo.
  2. Se la risposta genitoriale non è adeguata, il bambino mostrerà paura ed angoscia. La mamma/il padre, vedendo questi sentimenti nel figlio, comprenderà che ciò che ha fatto non va bene e potrà decidere di cambiare modo di agire, ripristinando uno stile sano. Viceversa, se i genitori, nel tempo, continuano a rispondere in modo inadeguato, nel bambino nascerà un atteggiamento difensivo ed insicuro rispetto al mondo esterno, che si trascinerà per il resto della vita.

La Psicologia Infantile sostiene che non è una risposta sbagliata che crea un bambino insicuro, ma il ripetersi di un circolo di risposte inadeguate nella primissima infanzia (0/3 anni). Jonh Bowlby (“Attaccamento e perdita”, 2000), individua tre tipologie di attaccamento, che sono il risultato di queste precoci relazioni genitori/bambino:

  • Attaccamento Sicuro;
  • Attaccamento Insicuro/evitante;
  • Attaccamento Insicuro/resistente.

Psicoterapia e Tossicodipendenza: il ruolo della famiglia

La tossicodipendenza viene definita dal DSM V (Manuale Diagnostico Psichiatrico, 2014) come un insieme di comportamenti, reazioni psicologiche e processi psichici che si instaurano successivamente all’utilizzo cronico di sostanze (sia “droghe” permesse, come l’alcool ed i farmaci, che illegali).

Da un punto di vista descrittivo, ciò che caratterizza la tossicodipendenza è:

  • L’impulso irrefrenabile nella ricerca e nell’assunzione della sostanza;
  • Lo scarso controllo nel rapporto con la stessa;
  • Sintomi di astinenza nel momento in cui la sostanza non è disponibile;

Questa descrizione ci dice, comunque, molto poco sulle cause del disturbo e sulle modalità di intervento con persone tossicodipendenti. Una dipendenza può essere il prodotto di numerosi fattori, che spesso agiscono in sinergia: aspetti sociali, psicologici individuali, culturali, relazionali e familiari. Qui ci occuperemo prevalentemente di questi ultimi, evidenziando alcuni contributi che la terapia familiare può offrire nella cura alla tossicodipendenza.

Accenni di Terapia Familiare

La terapia familiare non è un approccio unitario, ci sono numerose scuole di pensiero, ognuna delle quali pone l’accento su aspetti diversi della famiglia, sia dal punto di vista della genesi del disagio che della possibilità di intervento sullo stesso.

Alcuni approcci pongono maggiormente l’accento sulla comunicazione, evidenziando come una comunicazione indiretta ed ambigua sia spesso presente in famiglie problematiche e/o con pazienti psichiatrici.

Altre linee teoriche sottolineano l’importanza della dimensione storica, ritenendo fattore fondamentale alla nascita della psicopatologia la presenza di miti familiari (particolari storie o simboli che rappresentano la famiglia, i quali non sono stati rielaborati) o di modalità di concepire ruoli genitoriali e filiali essenzialmente distorti e generatori di dolore.

Infine, l’ultimo modello teorico si concentra prevalentemente sul concetto di struttura, ponendo l’attenzione sugli slittamenti gerarchici dei ruoli familiari (figlie che si mettono a svolgere la funzioni madri o nonni che si comportano ancora come figli ecc.); ciascuna di queste chiavi di lettura non esclude l’altra e nel nostro ragionamento proveremo a sintetizzarle tutte.

Famiglia e Tossicodipendenza

E’ bene precisare fin da subito che il sottotitolo è fuorviante. Come non esiste un unico copione per spiegare la dipendenza da sostanze, non ci può essere un unico modello familiare alla base del problema. Quello che vogliamo mostrare è un assetto familiare frequente e/o una chiave di lettura utile ad affrontare e prevenire questo tipo di disagio.

Dunque, come spiegavamo sopra, la famiglia può essere interpretata come un sistema dove uno degli obiettivi principali è quello di favorire lo sviluppo psicologico e sociale dei suoi membri. Infatti le crisi individuali, la comparsa dei sintomi, sono spesso correlabili con fasi critiche e particolari momenti di passaggio nella vita familiare (l’adolescenza, l’uscita dei figli dal “nido”, la morte di uno dei componenti, ecc). In questi momenti di passaggio è fondamentale per la famiglia ristrutturare i modelli relazionali preesistenti, trovandone di nuovi (ad esempio cambiare il rapporto con figli già grandi, rinvigorire la relazione di coppia quando i figli escono di casa, saper limitare le intrusioni delle famiglie di origine in corrispondenza di un lutto o di un “semplice” pensionamento).

La presenza di un sintomo importante, come la tossicodipendenza, consente alla famiglia di non doversi confrontare con nuove modalità di interazione, di evitare l’angoscia che proviene dal cambiamento, di congelare i ruoli così come sono.

Il figlio che fa uso di sostanze, in un certo senso, si dichiara immaturo, irresponsabile ed incapace di assumere un ruolo adulto, consentendo ai genitori di non congedarsi dalla loro funzione di protezione e guida.

A questo proposito possiamo citare un dato statistico interessante, ovvero che il 95% dei casi di tossicodipendenza si sviluppa tra i 15 ed i 24 anni (Rossi, 2009). Dalla nostra prospettiva questo ci dice che le esordio della dipendenza si situa tra due fasi estremamente importanti del ciclo evolutivo familiare:

  1. La famiglia con adolescenti: in questo momento i genitori si trovano a dover negoziare con i figli una relazione oscillante tra due poli opposti di autonomia e di dipendenza. Questa negoziazione (tutt’altro che semplice) si fonda sull’ambiguità adolescenziale tra bisogno di autonomia e di libertà.
  2. La famiglia come “trampolino di lancio”: in questa fase la prole esce da casa, pronta a costruirsi una vita più autonoma e questo comporta una duplice negoziazione: all’interno della coppia (che a più tempo per se stessa); tra genitori e figli, ossia tra le generazioni dove la “nuova” si incammina verso l’adultità e la vecchia sulla via dell’anzianità.

In presenza di una dipendenza, il consueto ciclo evolutivo si arresta. I modelli relazionali non cambiano e l’intera famiglia si trova a reiterare lo stesso schema di rapporti all’infinito, generando disagio e sintomi. Il tossicodipendente diviene una sorta di regista che ribadisce, con il suo disagio, l’impossibilità che l’intera famiglia ha di cambiare. Ne deriva che, da un vertice sistemico, la dipendenza da sostanze non sia un attacco al sistema familiare ma una sorta di atteggiamento protettivo che il tossicodipendente ha nei confronti dei membri spaventati dalle sfide che il cambiamento impone loro.

Considerazioni finali

Quanto appena scritto ci permettere di capire come un intervento veramente terapeutico nei confronti della dipendenza non possa essere esclusivamente farmacologico. E’ vero che la sostanza agisce sulla chimica celebrale come è vero (molti studi lo evidenziando) che l’equilibrio biologico di un abusatore di sostanze è alterato. Tuttavia, la dipendenza non è il disagio ma la conseguenza di una crisi sia individuale che familiare e questo rende imprescindibile che un’azione psicoterapeutica sia rivolta contemporaneamente alla persona e alla famiglia in cui essa è inserita per rendere l’aiuto efficace. In particolare l’intervento familiare dovrebbe agire su tutti e tre i livelli critici in cui una famiglia può scivolare: comunicazione, rielaborazione storica e struttura.

Le malattie che nascono in famiglia

Nonostante molte delle attuali teorie psicologiche sulla nascita della “malattia” siano sempre più influenzate dalla medicina e dalla biologia, la famiglia con i suoi intrecci, triangolazioni e comunicazioni confuse ha un ruolo fondamentale nella genesi di un disturbo psicologico. La nostra discussione si orienta verso quelle distorsioni comportamentali, perverse e psicotiche che avvengono quotidianamente in una famiglia ma che sono così sottili e celati da non destare alcun sospetto ad un osservatore esterno ed inesperto.

In un libro dal titolo i giochi psicotici nella famiglia una nota psicologa, Mara Selvini Palazzoli ed i suoi collaboratori evidenziarono una forma di triangolazione tra i membri di diverse generazioni (generazione dei genitori e generazione dei figli) così disfunzionali al punto da creare delle condizioni di convivenza così estreme da indurre i membri più giovani verso reazioni psicopatologiche di vario genere che andavano dai comportamenti schizofrenici a vere e proprie sindromi depressive e/o disturbi del comportamento alimentare.

Gli autori dello studio evidenziarono che quanto più i vari membri di un sistema famigliare fossero invischiati tra di loro più gravi erano le reazioni psicopatologiche e tracciarono un percorso comportamentale alla base di queste reazioni che, seppur presenti  quasi universalmente in tutte le famiglie, in determinate occasioni si irrigidiscono e si estremizzano.

Gli autori individuano innanzitutto una coppia in stallo, ossia conflittuale con una comunicazione inefficace carica di accuse reciproche e di  risentimenti. Uno dei due membri assume un atteggiamento più attivo nei confronti dell’altro, con accuse esplicite, rimproveri  tesi all’evidenziazione delle mancanze o inadeguatezze del partner nei diversi campi famigliari (educazione, doveri domestici o coniugali) . Per contro, l’altro membro assume un atteggiamento passivo, di vera vittima che assorbe la accuse del coniuge e reagisce a quest’ultimo solo con lamentele celate, sospiri o sguardi di disapprovazione.

Il membro passivo aggiunge alle sue reazioni contenute una ricerca di disapprovazione verso il partner con sguardi impliciti, celati di sofferenza e di richiesta di aiuto da parte di un figlio cercando una sorta di alleanza nascosta. I suoi sguardi, i suoi sospiri hanno una funzione di allertare il figlio come se, in questi atteggiamenti, vi fossero comunicazioni del tipo. “guarda che mi tocca subire” .

Questa comunicazione celata appare così efficace a tal punto da ottenere questa complicità da parte del figlio che viene implicitamente aizzato contro l’altro genitore, quello più attivo, quello persecutore. Il figlio, quasi come un paladino della giustizia del membro passivo e debole, assume le difese di quest’ultimo con una implicita comunicazione del tipo: “visto che tu non reagisci lo faccio io per te” e mette in atto una serie di comportamenti insoliti di vera e propria protesta. Questi atteggiamenti possono essere tra i più vari quali di rabbia, di provocazione ( come ad esempio tornare tardi la sera senza avvisare, rifiutarsi di studiare, spendere troppo denaro ecc.). In pratica questi comportamenti sarebbero anche una specie di lezione verso il genitore debole quasi una dimostrazione di come dovrebbe comportarsi.

Tali atteggiamenti, tuttavia, risultano insoliti ad entrambi i partner compreso quello debole che, in realtà, ha cercato l’alleanza del figlio più per una forma di strumentalizzazione che per una vera ricerca di aiuto. Entrambi i partner non vedono di buon occhio questi atteggiamenti poiché vanno ad intaccare uno pseudo equilibrio che li ha mantenuti fino a quel momento. A prendere l’iniziativa di contrastare questo nuovo atteggiamento del figlio è ovviamente il genitore attivo con rabbia e punizioni fino al raggiungimento di un vero e proprio conflitto con quest’ ultimo. Ma la cosa spiacevole che accade è che anche il genitore passivo, quello debole, che inizialmente aveva cercato quella alleanza, ora si schiera con il coniuge prendendo addirittura le proprie difese .

Il figlio vive questa condizione come una sorta di tradimento poiché viene a cadergli addosso quel mondo di convinzioni e di alleanze che credeva di aver costruito. Inoltre questa nuova alleanza dei genitori viene vissuta come il fallimento della sua missione di protesta. Da qui mette in atto una serie di reazioni patologiche che, paradossalmente, mettono in accordo ed appianano i vecchi conflitti della coppia in quanto un nuovo interesse li accomuna. La malattia del figlio. Su questa malattia la coppia si unisce e la mantiene in vita. Quest’ultima infatti crea nella coppia una buona dose di benefici secondari che vanno dalla comprensione e compassione di altri membri della famiglia e della comunità.

Da questo studio gli autori inducono a considerare alcune  reazioni patologiche in virtù di questa perversa triangolazione e descrivono l’anoressia come un vero sciopero della fame, la depressione come la reazione ad un abbandono e la psicosi come la conseguenza di uno stato confusionale in cui ci sono stati dei voltafaccia e dei cambiamenti di carte in tavola.

In alcune famiglie anche la comunicazione assume una vera e propria forma perversa, infatti Watzlawick e collaboratori in  pragmatica della comunicazione umana descrivono  come determinate reazioni psicotiche siano la conseguenza di una comunicazione cronicamente distorta e ripetuta carica di contraddizioni in cui una richiesta o una affermazione è subito disconfermata da una affermazione uguale ed opposta da creare una vera e propria via senza uscita. Un esempio  è dato da una frase del tipo: “devi imparare ad essere autonomo, ma  l’importante è che tu faccia ciò che ti dico io” una spinta verso l’autonomia che viene contemporaneamente castrata ed impedita, o addirittura ne viene favorita la condizione opposta. Da questo atteggiamento un figlio si difenderebbe reagendo con un atteggiamento sospettoso come se si fosse perso qualche elemento della comunicazione e cercandone i sotterfugi sottostanti con un quadro simile alla paranoia. Oppure reagisce non reagendo ma abbandonandosi a sé stesso e staccandosi dalla realtà rifugiandosi in un mondo interiore con un atteggiamento simile alla catatonia o ancora  con uno stato di profonda confusione da somigliare ad un ebefrenico.

Appare ovvio  che, come conseguenza di questi giochi famigliari disfunzionali possiamo aggiungere, dal canto nostro, che il giovane figlio può reagire  con impulsi profondamente aggressivi o con vere e proprie fantasie di morte verso qualcuno dei membri della sua famiglia, impulsi e/o fantasie ovviamente inaccettate e dalle quali si difende con la messa in atto, inconsciamente, dei ben noti meccanismi di difesa descritti dalla psicoanalisi. Per cui, con il tentativo di rimuovere tali impulsi reagisce o con la regressione, abbandonandosi  alle proprie fantasie e ad atteggiamenti infantili, oppure  può rivolgere verso di sé la propria aggressività, con comportamenti autolesionistici o depressivi. Si difende mediante meccanismi di proiezione, ossia proiettando la sua aggressività sugli altri percependoli quindi come persecutori. Può mettere in atto reazioni dissociative vivendo come dall’esterno o da un altro corpo quell’esperienza ritenuta devastante oppure trasformando la sua protesta, per l’incapacità di esprimere  i suoi malesseri psicologici, in un malanno fisico attraverso meccanismi di conversione e somatizzazione.

Abbiamo visto come la psicopatologia non sia solo la conseguenza di una malattia del cervello ma l’espressione  di una perversa e distorta interazione dei membri di un gruppo coinvolto da intensi legami emotivi ed affettivi.

 

Riferimenti:

Palazzoli Selvini, et. Al., i giochi psicotici della famiglia, Raffaello Cortina 1988.

Watzlawick et. al. Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, 1971.

White, Gilliland, i meccanismi di difesa, Astrolabio, 1977.

Depressione e “cattivi pensieri”. Il perché delle stragi familiari

La felicità è reale solo quando è condivisa

dal film Into the wild, (2007)

 

L’attenzione dei media si sofferma sovente sulle stragi familiari, dove uno dei coniugi uccide l’altro, i figli e, talvolta, se stesso assieme ad altri familiari. Questi eventi ci appaiono spesso “senza senso”, distanti, orribili, proprio perché provengono da un contesto, quello familiare, rappresentato come luogo sicuro, sede degli affetti, della reciprocità e della condivisione. Pensare che il pericolo possa venire proprio dal cuore della famiglia, trasformandola in una sorta di “teatro di morte”, getta un’ombra d’angoscia in ciascuno di noi.

Come sempre, di fronte all’ansia, tutti cercano di trovare confortanti spiegazioni, in modo da allontanare pensieri da cui mai si vorrebbe essere sfiorati. Allora si scava nella vita dell’omicida/suicida, si utilizzano parole come “mostro” e “malattia psichiatrica”, si cercano rassicuranti e lineari rapporti di causa effetto (“Lui ha fatto questo perché lei ha fatto quest’altro…”), che hanno la funzione di allontanare la possibilità che qualcosa di simile possa sfiorarci.

Quasi sempre viene chiamata in causa la depressione che affligge il protagonista, il quale è “vittima” di una visione assolutamente negativa della realtà e del futuro (il così detto delirio di rovina) arrivando ad uccidere i propri cari per sottrarli ad un destino tanto infausto.

La questione, a mio avviso, è che questi orrori non sono poi così estranei alla “gente comune”. Dopo tutto stati estemporanei di depressione, il così detto umore nero, fanno parte dell’esperienza di ciascuno. Quindi forse è utile non distogliere celermente l’attenzione, riflettendo sulle abitudini di pensiero e sugli atteggiamenti che predominano negli stati di depressione.

Numerosi psicologi ritengono che non sono tanto gli eventi negativi occasionali a determinare il disturbo psichico, quanto piuttosto il modo di “vedere” la realtà, di costruirla e dargli significato. Nelle stragi familiari, così come nelle situazioni negative di ogni giorno, non sono tanto gli eventi in sé a causare il malessere ma piuttosto le valutazioni che ne vengono date dagli attori.Sia nella meno comune depressione che nel più frequente umore nero, prevale uno stile di pensiero egocentrico e pessimistico, nel quale gli eventi negativi vengono autoriferiti, attribuiti alle proprie mancanze, mentre quelli positivi sono minimizzati e non concessi ai propri meriti.

L’egocentrismo, inoltre, impedisce di considerare in modo realistico quali ambiti sono davvero sotto il proprio controllo, ponendo gli individui in affannose situazioni nelle quali si sforzano di rovesciare l’esito di eventi sui quali hanno poche possibilità di azione. Per di più la propensione a rimuginare da soli aggrava gli atteggiamenti negativi, provocando un crescendo di valutazioni pessimistiche ed interpretazioni erronee.Tale visione distorta fa si che gli impedimenti della vita non si presentano più come sfide, le quali potrebbero essere superate solo adottando un’interpretazione diversa, ma come difficoltà insormontabili, prove tangibili della propria inettitudine.

L’alternativa ha una costruzione pessimistica della realtà è l’uso di una lente interpretativa diversa, fondata sull’apertura alle novità, su una visione creativa dei problemi, che consenta, di fronte agli imprevisti, di non catalogarli come “catastrofi” ma come opportunità di mettersi in gioco. Questo stile di pensiero contiene un decentramento da sé, la capacità (e l’umiltà) di pensare che il proprio punto di vista non è l’unico possibile. Esso implica condivisione, confronto, flessibilità. Senza apertura all’altro non c’è possibilità di rinnovamento.

Contrariamente a quanto si possa pensare, un’interpretazione pessimistica del mondo non è più profonda ed intelligente; da parte sua l’ottimismo non è sciocca convinzione che “tutto si sistemerà”, ma capacità creativa, di adattamento, che anche le situazioni più impervie e complesse concedono.

Come litigano marito e moglie? Il senso del conflitto nella coppia

“La differenza fra i litigi di coppia e gli incontri di box è che non c’è un arbitro. Nessuno ti dice quali colpi sono sotto la cintura o quando andare nei rispettivi angoli

Carrie Bradshaw, in Sex and the City

 

Molti dei lettori si rispecchieranno nel seguente esempio:
Laura è una donna giovane, lavoratrice e madre di un bambino; Marco, il marito, un piccolo imprenditore, orgoglioso del suo lavoro e della sua famiglia. I due tuttavia litigano spesso. L’ultimo litigio ruota attorno ad un nuovo e costoso giocattolo che Laura ha acquistato per il figlio. Il marito l’accusa di spendere troppo, per se e per il bambino. Lei ribatte che lui non bada a spese per i suoi hobby, la pesca e la motocicletta. La discussione si protrae per dieci minuti, finché Marco non sbotta dicendo: “Sei testarda e spendacciona come tua madre e così diventerà nostro figlio”. Sbatte la porta, se ne va in un’altra stanza, chiuso nel mutismo risentito.

Perché Laura e Marco litigano? E’ davvero per il denaro?
A mio avviso, rimanendo su ciò che è visibile, la spiegazione rischia di essere superficiale. Ciò che risulta insopportabile per Marco è non essere stato interpellato prima dell’acquisto. Il nodo dei continui conflitti tra i due non è il “denaro” bensì l’assenza di coinvolgimento reciproco nei processi decisionali di coppia.

La ricerca psicologica relazionale ha evidenziato come i coniugi non discutono soltanto intorno al contenuto del conflitto, ma soprattutto rispetto alle regole relazionali che il singolo scontro racchiude. Le componenti relazionali della discussione, sebbene all’origine degli scontri, rimangono inespresse e di conseguenza le lotte si susseguono. Tra i temi centrali dei litigi troviamo la fiducia, la qualità della comunicazione, il potere, la partecipazione reciproca ai processi decisionali, ecc.  Diviene dunque fondamentale far emergere i nodi sottostanti le discussioni al fine di evitare che il conflitto si cronicizzi, “saltando” da un argomento all’altro.

 

Un altro aspetto tipico dello scontro di coppia è l’escalation distruttiva. Nel esempio precedente si passa dal discutere di aspetti pratici (denaro e giocattoli) a veri e propri attacchi personali (in sintesi Marco ferisce Laura nei suoi legami significativi). Questo “stile” di gestione del conflitto si fonda su un innalzamento progressivo di negatività, per cui un coniuge risponde all’altro in modo un “po’ più negativo” ad ogni scambio, fino a che uno dei due non si ritira, lasciando il campo pieno di tensione e, di fatto, pronto per nuovi scontri. Avere un atteggiamento costruttivo, fondato sull’ascolto, la negoziazione, l’utilizzo della prima persona rispetto all’accusatorio “tu” (un conto è dire “sei sempre assente e distante”, un altro affermare “vorrei che parlassimo di più”) consente di utilizzare il litigio per crescere e cambiare la relazione.

 

Un’altra caratteristica comune ai litigi è l’evitamento. Anche Marco alla fine se ne va sbattendo la porta. Quando la tensione diviene insopportabile o attacchiamo la fonte del “disturbo” nel tentativo di primeggiare (appunto il litigio distruttivo) o ce ne allontaniamo (evitamento). Sfuggire alcuni argomenti “caldi” in un rapporto non è necessariamente una strategia errata. Vi è un tempo opportuno ed uno meno opportuno per affrontare argomenti critici in una coppia (da quello sessuale ai rapporti con le rispettive famiglie di origine). Dirsi tutto, sempre, in qualsiasi momento, è una modalità irrealistica di relazione e anche sottilmente violenta. Quindi evitare, a volte, può favorire il mantenimento dell’armonia. Diverso il discorso nel momento in cui l’evitamento diventa una modalità standard di uno dei coniugi, specie se conseguente ad una richiesta di aiuto da parte dell’altro. Le ricerche psicologiche, infatti, hanno dimostrato come la sequenza “richiesta-ritiro, se è una modalità stabile nelle coppie, può provocare danni alla relazione. Quello che è in discussione è l’assenza di un obiettivo comune. Un coniuge vuole affrontare, sviscerare, trattare la questione, l’altro, invece, non vuole sollevare problemi o pensa che non ve ne siano. Pare che le coppie felici usino molto poco questa modalità. Piuttosto, quando per qualche motivo non riescono ad affrontare un problema, usano modalità congiunte di evitamento.

 

Vorrei concludere questa breve panoramica sul “litigio di coppia”, sottolineando come non vi siano soluzioni “rapide” per la gestione dei conflitti. Le coppie soddisfatte del rapporto sembrano essere in grado di comunicare e agire un atteggiamento di impegno “a lungo termine” nella relazione. Questo consiste nella capacità dei partner di guardare oltre lo scontro momentaneo, evitando di reagire agli attacchi con attacchi, e di trasmettere all’altro come per la persona sia più importante il legame che il momentaneo beneficio personale. Una coppia, in definitiva, funziona nel momento in cui sa scommettere rischiando (l’esito infatti è incerto…) sull’importanza del rapporto, pensandolo come qualcosa per cui valga la pena lottare.

Il matrimonio oggi

Il matrimonio costituisce l’atto ufficiale che rende visibile e socialmente riconosciuta la coppia. La ritualità (cerimonia religiosa o civile che sia) che lo accompagna, presente, anche se in forme diverse, in tutte le culture umane, ne rappresenta l’importanza, poiché attraverso questo passaggio nasce una nuova entità, la coppia coniugale, la quale costituisce l’embrione di un progetto generativo più ampio che porta alla nascita dei figli.

Nel corso del tempo la concezione del matrimonio ha subito un radicale cambiamento. Ad oggi possiamo pensare alla relazione coniugale come caratterizzata da una ritualità debole (Scabini e cigoli, 2000); vediamo di spiegare meglio questo concetto. Dall’inizio dell’epoca moderna il matrimonio non si fonda più sull’alleanza tra le famiglie di origine dei coniugi, le quali storicamente hanno avuto una forte influenza sulla fattibilità del matrimonio dei figli e sulla scelta del partner da sposare. Attualmente il matrimonio assume sempre di più il significato di un’impresa personale, che vede al centro la coppia e la sua relazione. L’importanza dei “legami di sangue”, della fedeltà nei confronti della famiglia allargata, acquista sempre minor peso. La vera importanza per la stabilità e la durata del legame matrimoniale è attribuita al legame sentimentale ed affettivo di coppia; per la qualità della coniugale coppia diviene sempre più importante il permanere di un’attrattiva sessuale, di una comunanza di interessi e di un coinvolgimento affettivo.

A dimostrazione di quanto sostenuto sta il fatto che lo stesso fidanzamento, come periodo di fondamentale importanza per la buona riuscita del matrimonio proprio per la possibilità che garantiva nel costruire un’alleanza tra famiglie, ha perso quasi del tutto il suo peso “allargato”, divenendo sempre di più un patto tra due individui. Attualmente, anche all’interno delle “terapie di coppia” (oggetto tra l’altro sconosciuto fino ad una trentina di anni fa), si attribuisce sempre più importanza all’intimità tra i partner, che è definibile come la capacità che ognuno dei membri possiede di manifestare all’altro ciò che prova, pensa e sente, insieme alla propensione a mostrarsi empatico ed in grado di fornire sostegno e attenzione.

Quanto scritto ci fa capire come la relazione coniugale sia investita di aspettative molto elevate e difficilmente sostenibili, che la rendano più fragile che in passato. Come evidenzia l’ISTAT, in Italia, il numero dei divorzi e delle separazioni è più che raddoppiato dal 1995 al 2010. Attualmente ci sono il 30% delle separazioni ed il 20% dei divorzi ogni 100 matrimoni. Riteniamo che sia il “sovraccarico” delle attese attribuite alla coppia che la rende più debole e più soggetta a delusione da parte di chi la fonda.

Un altro aspetto che sembra confermare questa conclusione è il fatto che ci sposiamo sempre di meno (il numero delle coppie che si sposa è calato in media dell’1,5% all’anno negli ultimi 20 anni), mentre aumenta in modo considerevole il numero delle unioni libere (quelle che vengono chiamate nel contesto politico attuale le “coppie di fatto”). Infatti, il diffondersi delle convivenze, dato in aumento in molti paesi europei, può essere interpretato come un tentativo di fondare la coppia più sugli aspetti affettivi (appunto intimità, reciprocità, comunanza di obiettivi) che su quelli etico-morali, rappresentati dal matrimonio (stabilità e durata nel tempo).

Concludo dunque questa breve riflessione ribadendo come la maggiore attenzione agli aspetti emotivi e relazionali della coppia, sebbene l’abbia resa più viva, passionale, fluida e paritaria, ha anche generato un suo inevitabile indebolimento. Forse anche noi come psicologi dovremmo concentrarci un po’ di più sugli aspetti di vincolo e di impegno, che la formazione di una coppia comporta, piuttosto che esclusivamente su quelli affettivi ed emotivi.

Abuso sessuale intrafamiliare. Caratteristiche generali dell’incesto

abusoGli aspetti cruciali riguardanti l’abuso sessuale intrafamiliare, sono tanti: l’ampia diffusione del fenomeno ancora poco conosciuta; la necessità di contenere l’impatto traumatico manifestando l’accaduto; la complessità e specificità richiesta nella valutazione; il silenzio da parte del minore che ne è vittima, spinto al segreto e alla negazione; le false dichiarazioni di abuso; l’integrazione tra aspetti giuridici e l’impatto psicologico traumatico nella valutazione. A dispetto della sua importanza, possiamo affermare che poche sono le ricerche, sia europee che italiane, effettuate per cogliere la peculiarità del fenomeno. Cerchiamo qui di effettuarne un sunto.

La maggior parte degli esperti è concorde nell’affermare che i casi denunciati rappresentino soltanto un 10/15% degli avvenimenti totali; la letteratura specialistica anglosassone presenta, a conferma di quanto detto, statistiche allarmanti: il 10/30% delle femmine ed il 2/9% dei maschi sarebbe stato vittima di abusi sessuali prima dei 18 anni, e di questi solo il 20% sarebbe avvenuto fuori dalla famiglia.

I familiari abusanti sono uomini nella quasi totalità dei casi; le donne sono rare e per lo più partecipano all’abuso con il partner.La maggior parte degli adulti perpetra la violenza con assoluta segretezza: non ne parlano con nessuno e non coinvolgano altre persone. Raramente l’abuso sessuale infantile acquista caratteristiche di gruppo, contrariamente per quanto avviene nei reati compiuti sulle donne, in cui le violenze di gruppo sono frequenti. Nella maggior parte dei casi le persone abusanti non presentano patologie psichiatriche; contrariamente al pensiero comune, l’incesto si consuma all’interno dell’area della normalità psichica, con persone “capaci di intendere e volere”. In ogni caso molti degli adulti che mettono in atto questo comportamento sono stati a loro volta abusati nel corso dell’infanzia o, comunque, hanno vissuto in un clima familiare deteriorato ed incentrato sulla trascuratezza da parte dei genitori.

A questo proposito, alcuni psicologi hanno elaborato la teoria dell’ “abusatore abusato”, secondo la quale il soggetto adulto replica la vittimizzazione subita da bambino, ottenendo un trionfo proprio da ciò in cui nell’infanzia era stato vittima; si tratterebbe di un atto di vendetta mediante cui il passato viene cancellato e trasformato in “vittoria”.

Per quanto riguarda il contesto in cui l’abuso avviene, possiamo dire che colpisce in eguale misura tutte le classi sociali e che variabili come l’etnia, il livello culturale, l’origine geografica, non incidono. Un elemento che invece rappresenta un forte fattore di rischio è la presenza di un patrigno.

La maggior parte degli autori è concorde nel ritenere che il contesto familiare in cui l’abuso si verifica è “interamente disfunzionale”. Questo significa che la famiglia è problematica non solo nella persona che commette il reato ma nella sua totalità, in quanto gruppo con regole, comportamenti, modalità comunicative, nettamente contrastanti con i bisogni e gli interessi dei minori. Quanto detto non è immediatamente visibile all’osservatore esterno; molti nuclei familiari mostrano un’apparenza normale, dietro la quale celano squilibri e conflittualità anche molto intensi, che solo lo svelamento dell’incesto può rendere evidenti. A questo proposito può essere interessante notare che nei casi in cui l’abuso sessuale è stato compiuto dal padre convivente con la madre, quest’ultima non riesce ma i proteggere il minore dalla violenza, né prima né dopo la scoperta dell’incesto, ma anzi collabora sempre, attivamente o passivamente, consciamente o inconsciamente, al maltrattamento, negandolo o coprendolo, anche di fronte all’evidenza. Questo ci permette di comprendere la gravità psicologica che tale evento assume per la vittima, la quale perde contemporaneamente la fiducia e il sostegno di entrambi i genitori.

Per quel che riguarda le vittime molti studi hanno evidenziato una forte correlazione tra abuso e abbandono scolastico; inoltre, per quei bambini che frequentano ancora la scuola dell’obbligo risultano frequenti le bocciature, sia nelle scuole elementari che medie. Il periodo di maggior rischio per l’abuso sessuale è la preadolescenza (8-12 anni); per un quarto le vittime sono maschi.E’ importante sottolineare che non è la violenza sessuale in sé a determinare la psicopatologia nel minore, quanto piuttosto il senso di colpa, l’angoscia e la vergogna che seguono i maltrattamenti. Questi sono per lo più prolungati: nel 43% dei casi durano due anni e nel 20% cinque anni. L’incidenza delle denunce fatte direttamente dal minore è bassissima. I bambini hanno sempre bisogno di un adulto, in genere la mamma o un insegnate, nel quale riporre la fiducia e che si faccia portatore della loro voce. Le cause del silenzio sono varie: la paura di non essere creduti, la vergogna, il senso di colpa (legato al timore di essere i responsabili della “distruzione” della famiglia).

In conclusione possiamo dire che l’attenzione posta su un fenomeno come questo dovrebbe essere massima in un paese come l’Italia, nel quale la cultura della famiglia e del accudimento prolungato dei figli è molto valorizzato. Inoltre ci può rassicurare pensare che l’incesto sia prodotto di realtà familiari particolarmente caotiche, disgregate o patologiche, e che venga perpetrato da “mostri” facilmente riconoscibili. Nella realtà, tuttavia, famiglie apparentemente “normali” nascondono questo terribile segreto.

Dormire nel “lettone”, quali conseguenze?

Con un po’ di attenzione e di buona volontà si può sfuggire all’inconveniente di avere figli. Buona volontà e attenzione non bastano per sfuggire all’inconveniente di avere genitori.

Francesco BurdinUn milione di giorni, 2001

 

Figli

La nostra epoca è quella in cui la cura dei figli da parte dei genitori ha raggiunto livelli mai dati nella storia della vita familiare. Adesso i figli sono sempre più “programmati”, sempre più “unici” (gli ultimi dati ISTAT evidenziano come siano essenzialmente gli immigrati ad incrementare il livello delle nascite), sempre più avvolti in un “aurea protettiva”  da parte delle famiglie, trasformatesi da luogo della trasmissione di regole a spazio di ascolto e condivisione. Oggi i genitori sono più attenti e sensibili; dispongono di strumenti, studi, libri e specialisti come mai avvenuto nelle generazioni precedenti. Eppure qualcosa non funziona, l’esigenza di essere rassicurati per il bene della prole è diventato un interrogativo che potremmo definire culturale.

A sostegno di questo argomento vengono i dati di un inchiesta condotta nel 2010, effettuata dal CPP (Centro Psicopedagogico per la Pace), che ha cercato di cogliere i parametri educativi delle famiglie italiane, rivolgendosi ad un cospicuo numero di coppie con figli di età non superiore ai 6/7 anni. Con particolare attenzione è stata valutata la permanenza “tardiva” (oltre il quarto anno) nel lettone da parte dei figli. Ciò che è emerso è molto interessante.

Più del 20% (uno su cinque!) dei bambini di 6 anni dorme stabilmente a letto con i genitori, mentre il 40% lo occupa a volte. Nel momento in cui si considerano assieme entrambi i dati si ottiene la seguente informazione: circa il 60% dei bambini di 6/7 anni di tende a dormire in maniera più o meno sistematica nel lettone.

Il primo anno di vita risulta fondamentale per l’attaccamento e la maturazione di un’adeguata percezione di sé ed è importante che l’accudimento materno sia, in questa fase, “quasi totale” ed esclusivo. Da questo dipende la sopravvivenza biologica e psicologica del bambino. In questo momento dello sviluppo dormire nel lettone non rappresenta in astratto un problema. Verso il quarto anno di vita, però, il bambino entra in una fase importante della crescita, fondamentale per lo sviluppo dell’identità, della sua capacità di separazione dalle figure adulte ed in particolare da quella materna. E’ a partire da questa età (sempre generalizzando) che il “problema lettone” può essere cogente. Vediamo di esplorarlo in modo più dettagliato.

La camera da letto, l’alcova, è il luogo dell’intimità, anche sessuale, per la coppia genitoriale e, quando si parla di dormire nel lettone oltre una certa età, facciamo riferimento a bambini che in qualche modo si inseriscono in questa intimità genitoriale, con un potenziale effetto disturbante anche per la qualità di vita della coppia.

Inoltre a partire dai 3/4 anni il bambino si trova in quella che la psicoanalisi classica definisce “fase edipica” e, senza voler entrare nel merito di un’analisi del concetto di “complesso edipico”, può essere importante considerare la necessità pedagogica di una certa dose di frustrazione che il bambino deve sperimentare in tale momento dello sviluppo. E’ fondamentale che il bisogno dell’infante di stare con la madre, di avere una relazione simbiotica con lei, non sia soddisfatto, altrimenti il rischio è che questo rapporto assuma connotati morbosi. Di norma spetta al padre fare questo o, per lo meno, a chi nella coppia assolve alla funzione del “codice paterno”. Con quest’ultimo termine ci riferiamo alla funzione regolativa e normativa, al conseguimento e alla stimolazione dell’autonomia, al raggiungimento, attraverso la separazione, delle potenzialità evolutive del “piccolo”. Esso si contrappone, integrandosi, con il codice materno che svolge il compito di accadimento, protezione cura e soddisfazione dei bisogni.

 

Per un adeguato sviluppo psicologico è fondamentale che la psiche, proprio a partire dai tre-quattro anni, inizi, attraverso la frustrazione dei bisogni fusionali, ad elaborare le differenze adulto-bambino, maschio-femmina, affrontando i limiti imposti dalla realtà e scoprendo l’esistenza di una rete di divieti a partire dai quali l’individualità potrà crescere.

La difficoltà per i bambini che rimangono nel lettone è legata all’incapacità di percepire i propri limiti. Nel momento in cui si vuole preservare il bambino dalla frustrazione “dell’impedimento” si rafforza in lui l’idea di un essere onnipotente, un individuo che può tutto. Questo andrà con molto probabilità ad intaccare la capacità che il futuro adolescente ha di sostenere le difficoltà, l’impegno e lo sforzo, competenze essenziali nella vita adulta.

Dunque a chi serve la vicinanza del bambino anche nelle situazioni di intimità di coppia. Forse più ai consorti che temono di doversi ri-confrontare con la loro identità di coniugi non (solo) genitori. Di sicuro non ai bambini.