Terapia di coppia, matrimonio e cambiamento personale

Il matrimonio, così come la convivenza a lungo termine, è un evento che ha un impatto importante nella struttura personale dei singoli membri della coppia e nei loro atteggiamenti.

Questo emerge in modo chiaro dai risultati di una recente ricerca condotta da J. Lavner (2018) presso la Columbia University. Lavner valutò 5 tratti di personalità nei singoli membri di 169 coppie durante i primi 18 mesi di matrimonio. I dati hanno evidenziato numerosi cambiamenti, alcuni dei quali non proprio incoraggianti. Ad esempio i coniugi tendono a divenire meno collaborativi, disponibili, aperti a nuove esperienze e situazioni. Allo stesso tempo viene registrato un aumento di coscienziosità che porta la coppia verso un incremento dell’affidabilità e responsabilità. Questi risultati possono essere interpretati come il prodotto di una graduale accettazione delle regole del matrimonio, inclusa una sorta di identificazione con il nuovo ruolo.

In un certo senso, questi dati ci consentono di cogliere l’importanza del prendersi cura della relazione coniugale (fino a prendere in considerazione l’idea di una terapia di coppia qualora si creassero problemi importanti) dato che l’esperienza del matrimonio sembrerebbe portare dei cambiamenti stabili nella personalità dell’individuo.

Allo stesso tempo, la personalità dei membri della coppia ha un forte impatto sulla qualità della relazione. Il livello di stabilità emotiva di ciascun individuo (traducibile in disponibilità al dialogo e alla negoziazione, capacità di tollerare la frustrazione) è positivamente correlato con la soddisfazione coniugale. Questo ci consente di tradurre il rapporto tra personalità e relazione di coppia come un circuito reciproca influenza. Il matrimonio cambia la personalità e la personalità influenza la qualità dell’esperienza coniugale, con un costante interscambio tra la dimensione individuale e relazionale.

Prendersi cura di noi stessi, del nostro equilibrio interiore, equivale dunque a prendersi cura dell’altro e viceversa.

Dr Francesco Mori, psicologo e psicoterapeuta, esperto di terapia di coppia

Eiaculazione Precoce

L’eiaculazione precoce è il disturbo sessuale maschile più frequente. Può essere definito come l’incapacità da parte della persona di esercitare un controllo sulla propria eiaculazione. Si lamenta del problema circa un uomo su tre, gli studi più ottimistici rilevano un incidenza del 25%, altri addirittura del 40%. Dal punto di vista medico non ci sono chiare indicazioni circa i meccanismi fisiologici sottostanti; sembrerebbe fortemente implicato il sistema neurovegetativo, una parte del sistema nervoso periferico. Tale sistema è fisiologicamente coinvolto anche nella genesi dell’ansia, aspetto strettamente correlato con il controllo eiaculatorio. Infatti la maggior parte dei soggetti con questa tipologia di disfunzione sessuale riporta elevate quote di angoscia connessa al rapporto sessuale.

TIPOLOGIE

Nel tempo sono state proposte varie definizioni e suddivisioni per l’eiaculazione precoce. Proviamo a proporne una rielaborazione:

Eiaculazione Precoce Primaria: è una sindrome caratterizzata da un’eiaculazione estremamente rapida (in un tempo compreso tra i 30 ed i 60 secondi) in quasi tutti i rapporti sessuali, indipendentemente dal partner. Il problema esordisce fin dai primi rapporti.

Eiaculazione Precoce Acquisita: in questa l’eiaculazione rapida insorge durante il percorso di vita, all’interno di una sessualità vissuta come soddisfacente. Ha spesso carattere situazionale (in specifici contesti o partner).

Eiaculazione Precoce Soggettiva: in questo caso gli uomini riferiscono un’eiaculazione precoce quando hanno un tempo eiaculatorio comune o addirittura più esteso del comune. In tale tipologia gli aspetti psicologici e/o culturali hanno un impatto maggiore che nelle altre.

E’ utile sottolineare che soltanto alcune persone possono rientrare in modo evidente in ciascuna di queste tre tipologie; nella pratica i confini delle catagorie sono più sfumati e sovrapponibili.

POSSIBILI CAUSE

Storicamente ci sono stati numerosi tentativi di definire il problema attrverso approcci di stampo neurobiologico e psicologico. Interessanti ed utili dal punto di vista terapeutico sono le analisi proposte nel 1970 da William Masters e Virginia Johnson, due sessuologi americani. I due ritengono che l’eiaculazione precoce possa essere il risultato di un comportamento appreso nel corso di primi rapporti sessuali connotati da ansia e rapidità; questo condizionarebbe gli uomini ad eiaculare velocemente.

Nel 1998, Waldinger et al. hanno postulato che l’ eiaculazione precoce primaria sia una disfunzione determinata neurobiologicamente e geneticamente, correlata con una ridotta capacità dell’organismo di assorbire serotonina. Recenti ricerche mettono in evidenza come alcuni casi di Eiaculazione Precoce Primaria possono essere il risultato di deficit neurobiologici, aggravati e mantenuti da stressor ambientali, psicologici e relazionali.

La maggior parte delle ricerche è tuttavia concorde nell’affermare che l’Eiaculazione Precoce Acquisita sia il prodotto di fattori psicologici e di aspetti legati alla vita di coppia. In particolar modo l’ansia da prestazione sembra il principale imputato. Il bisogno di essere “virili” e di offrire piacere al partner carica l’uomo di angoscia che lo porta a disconnettersi dall’atto sessuale in un costante processo di automonitoraggio e tentativi di controllarsi che lo inducono paradossalmente a perdere il controllo.

TERAPIA

Esistono varie tipologie di interventi.

Se pensiamo che la persona abbia sviluppato il problema attraverso il condizionamento negativo dei primi rapporti sessuali, l’approccio più utilizzato è quello di tipo comportamentale. Questo consiste in una serie di manzioni che verranno proposte al cliente, da svolgere tra una seduta e l’altra, insieme ad un tentativo di ri-analisi delle cause e dei meccanismi che hanno innescato e mantengono il disturbo. Si tratta generalmente di un intervento breve.

Estremamente efficace è l’approccio di coppia. Si tratta di un intervento che mira a scardinare le dinamiche relazionali alla base del problema. Esso si fonda sull’idea che l’eiaculazione precoce sia mantenuta attraverso un circolo vizioso di sentimenti di colpa ed evitamento della sessualità da parte dell’uomo e di senso di inadeguatezza e pressione da parte della donna. In situazioni come queste il terapeuta tende a convocare il partner femminile provando a chiarire e trasformare le modalità di interazione sessuale all’interno della coppia.

Un altra modo di operare riguarda quelle situazioni in cui l’eiaculazione precoce si “mescola” con altri disturbi psicologici. In questo caso il terapeuta affronterà le problematiche profonde legate alla personalità dell’individuo, in modo da attenuare i vari sintomi oltre che quello sessuale.

L’esito della psicoterapia su questa disfunzione sessuale è molto incoraggiante. Come nel caso della disfunzione erettile le percentuali di successo terapeutico sono molto elevate.

 

Dr Francesco Mori, psicologo sessuologo e psicoterapeuta a Siena Poggibonsi e Prato

 

 

Il rapporto con le emozioni negli attacchi di panico

La più importante delle radici degli attacchi di panico è costituita dall’incapacità di percepire e riconoscere le emozioni, come conseguenza di una specie di “analfabetismo emozionale“, che si è strutturato progressivamente nel corso della vita, di pari passo con la strutturazione della propria identità. Il paziente, non riuscendo a riconoscere l’emozione come un evento mentale unitario, percepisce slegate fra loro le singole espressioni fisiche di essa.

È come se percepisse slegate tra loro le tessere di un mosaico. Non possono che apparirgli del tutto prive di senso. Ma il “mosaico”, che lui non riesce a integrare, e di cui non ha consapevolezza perché neppure lo percepisce, non è esterno a lui. Lo riguarda direttamente. È dentro di lui. Sensazioni, quindi, fortissime e insensate. È allora un tentativo di integrazione quello che il paziente fa, quando cerca di ricomporre le tessere “insensate”, trattandole come fossero “sintomi” di qualche malattia biologica.

Non è un caso che uno dei primi luoghi che “accoglie” le persone con un disturbo di panico sia il pronto soccorso di un ospedale ed il primo professionista a cui si rivolgono sia il medico, mettendosi alla ricerca “del pezzo biologico mal funzionante”. Si tratta dell’attivazione di una intelligenza. Che però sbaglia. L’errore sta nel fatto che (almeno “localmente”, in quella specifica esperienza) non è disponibile una intelligenza emotiva, ma soltanto un pensiero analitico, che si mette a osservare “dall’esterno”, alla lontana, e che quindi si muove come fosse sordo e cieco verso le emozioni in atto, perché, in questi casi, si attiva in modo disgiunto dallo stesso mondo delle emozioni che gli si presenta.

L’emozione è stata, sì, percepita nelle sue singole componenti, ma non è stata riconosciuta nel suo insieme. Percepita come fosse de-strutturata nelle sue componenti sensoriali, che sono rimaste tra di loro separate.

In quelle condizioni, la cosa più ragionevole che il soggetto, nella nostra cultura, può fare per strutturare una “figura” che si stagli sensata dallo “sfondo” indifferenziato è pensare di essere ammalato di una sconosciuta malattia fulminante. E si allarma, ovviamente. Con i dati al momento a sua disposizione, sta funzionando bene. “Fanno presto a dirmi: ‘non è niente’. Vorrei vederli io, cosa farebbero loro al mio posto!”, protestano i pazienti contro le pseudorassicurazioni profuse a piene mani da parenti, amici e, purtroppo, spesso anche dai terapeuti.

Non trovando un nesso riconoscibile, il paziente si terrorizza, e, nella prospettiva di una imminente catastrofe, pensa (più precisamente: “sente”) come unica risorsa disponibile nell’immediato la fuga dalla situazione di panico, e come unica risorsa disponibile per il futuro la prevenzione, attraverso l’evitamento di ogni situazione potenzialmente ansiogena. Per questa strada, progressivamente, il paziente tende a proteggersi e ad evitare ogni situazione vitale, in quanto attivatrice di emozioni, col risultato di impoverire sempre di più la propria esistenza.

 

Come si sviluppa l’analfabetismo emozionale

L'”analfabetismo emozionale” viene attivamente strutturato di solito come conseguenza diretta di una specifica negazione verso certe emozioni, o verso l’intera vita emotiva, da parte della famiglia entro cui l’identità del bambino va strutturandosi.

Se, per esempio, il contesto familiare, in modo sistematico e monotono, non risuona a specifiche emozioni del bambino, egli tenderà a strutturare attivamente e inconsapevolmente una specie di “scissione“, di “macchia nera“, nelle proprie percezioni emotive. Tenderà, cioè, a vivere tutte le emozioni che le sue esperienze comportano, anche le emozioni negate, ma, progressivamente, perderà la capacità di riconoscerle.

Un altro modo in cui un bambino può attivamente strutturare un “analfabetismo emozionale” è, per esempio, quello conseguente al ritrovarsi sistematicamente abbandonato per ore e ore davanti alla scatola vuota della televisione, che omogeneizza le esperienze, o le svuota sul nascere con le sue piatte finzioni di interattività (tipo: “Ci rivediamo domani!“; “Allegria!“; o suggerendo artificialmente buonumore con le risate fuori campo).

Una volta strutturato, l’ “analfabetismo emozionale” creerà un fertile terreno intrapsichico e relazionale per l’instaurarsi del disturbo di attacchi di panico. Alla prima occasione di vita un po’ più rilevante per il soggetto, tutto è pronto per un acuto misconoscimento di una qualche emozione.

Terapia familiare: la famiglia come punto di osservazione

Terapia Familiare

La terapia familiare rappresenta un ottimo strumento terapeutico per un gran numero di problematiche psicologiche, indispensabile nel caso di problemi che riguardano l’infanzia e l’adolescenza. In questo scritto proveremo a delineare alcuni degli aspetti che rendono la terapia familiare così efficace.

Come tutte le forme di conoscenza, dalla fisica alla biologia, anche la psicologia inizia dall’osservazione della realtà per la descrizione di un fenomeno. La famiglia può essere descritta essenzialmente attraverso due modalità fondamentali di funzionamento (ciascuna delle quali sarà analizzata in dettaglio in altri articoli): la sua struttura e le modalità di stare in relazione dei suoi membri. Nella famiglia esistono elementi che vanno oltre il ruolo di padre, madre e figlio e che hanno a che fare con tutta una serie di elementi, o legami, che non sono visibili senza un “occhio allenato”, come ad esempio le alleanze transgenerazionali, il tipo di comunicazione, i confini rigidi o blandi tra i suoi membri, le fasi evolutive e molto altro ancora.

Una terapia familiare può aiutarci a capire sia come si è sviluppata una problematica psicologica in uno dei suoi membri, sia quali possono essere le risorse a cui la famiglia può attingere per raggiungere il cambiamento e creare salute; ovvero le famiglie possono ammalarsi ma possono anche guarire, hanno in sé gli anticorpi necessari per innescare un cambiamento. Sempre.

Proviamo a spiegarci meglio con un ipotetico esempio clinico:

un bambino di tre anni fa molti capricci ad ogni diniego da parte dei genitori, i quali tendono a guardare ai capricci come intollerabili e non gestibili. I bambini hanno molte difficoltà con i “no”, non riescono a tollerare i limiti, devono abituarsi al principio di realtà, per questo motivo i divieti sono generatori di rabbia ed intensa frustrazione. E’ principalmente per questo motivo che i bambini piccoli si oppongono ai “no”, mettendo alla prova la capacità di tenuta dei genitori. A questo punto se il genitore cede il bambino imparerà ad utilizzare la rabbia per ottenere ciò che vuole; ma non solo. Si accorgerà, con il trascorrere degli anni, che l’ira che lui stesso non riesce a controllare, non è gestibile neanche dai suoi genitori. Neppure le figure di riferimento, dalle quali il bambino impara a gestirsi, sono in grado di difenderlo dalla sua stessa rabbia. A questo punto, è probabile che il bambino inizi a pensare che nessuno sia in grado di controllare la sua rabbia, entrando in un circuito circolare che andrà ad attivarsi ogni volta che emerge un comportamento negativo e che i genitori non sono in grado di controllare. Nei genitori tenderà a rinforzarsi l’idea di avere un “figlio impossibile”, quindi cattivo, un piccolo prepotente che ottiene tutto ciò che vuole con un comportamento sbagliato. In queste circostanze, i genitori tendono a mettere in atto comportamenti rigidi e punitivi che arrivano anche ad anticipare i possibili comportamenti negativi del figlio (“Tu non vieni…. tanto ti comporti male!”).

Il mantenimento della teoria “abbiamo un figlio incontrollabile” finisce per influire negativamente sull’identità del bambino futuro adolescente e sul senso di efficacia dei genitori, aumentando la probabilità di uno sviluppo familiare patologico. Una buona terapia familiare dovrebbe interrompere questo circuito, questa circolarità patologica negativa, innescando un cambiamento. Molto spesso le famiglie non hanno bisogno di percorsi terapeutici e riescono ad uscire da sole da situazioni di stallo come quella appena descritta. Tuttavia, in alcune circostanze, le insicurezze dei genitori, i conflitti di coppia, le influenze delle famiglie di origine (nonni), rendono difficile l’innescarsi di un processo di autocura. Questo ci permette di capire come mai la terapia familiare risulta fondamentale nella risoluzione di alcuni tipi di problemi.

 

Bibliografia

“Il legame invisibile”; A. Candoni e S. Ciappi, 2016

Disturbo Ossessivo Compulsivo: le ossessioni

Disturbo Ossessivo Compulsivo

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo è uno dei problemi psicologici più invalidanti e subdoli nel panorama della psicopatolgia. È composto da due tipologie di sintomi che si legano tra di loro in un circolo vizioso: le ossessioni e le compulsioni. In questo articolo ci occuperemo dell’aspetto ossessivo rimandando ad uno scritto successivo l’aspetto compulsivo.

Le ossessioni possono essere descritte come pensieri, impulsi o immagini ricorrenti, persistenti ed intrusivi che causano ansia e disagio marcato; nonostante la persona riconosca che tali processi di pensiero sono attivati dalla propria mente non riesce né a sopprimerli né ad evitarli. Spesso l’unica “arma” (che come vedremo si rivelerà un boomerang) che l’individuo ha per neutralizzare il pensiero sono le compulsioni, ovvero comportamenti ripetitivi che hanno il solo scopo di interrompere temporaneamente i pensieri ossessivi (ad esempio compiere rituali, pronunciare “parole magiche”, lavarsi decine di volte le mani, ecc). Sfortunatamente il sollievo che la persona ottiene è soltanto temporaneo, le compulsioni non fanno altro che accrescefe il problema, portando la persona ad attivare nuovi pensieri angoscianti ed incontrollabili che scatenano altri comportamenti compulsivi in un circuito patologico senza fine.

Disturbo Ossessivo Compulsivo, il meccanismo delle ossessioni

L’aspetto fondamentale del funzionamento ossessivo è il bisogno costante di mantenere il controllo; pianificare tutto fin nei minimi particolari per evitare di essere preda dell’ansia. Purtroppo il desiderio di controllare l’incontrollabile, come l’esito degli eventi futuri, porta la persona proprio a perdere il controllo di sé. Ogni qual volta si presenta un evento di difficile gestione il soggetto cortocircuita, perdendosi in uno sciame di rimuginazioni che finiscono con il paralizzarlo. Per quanto vari possano essere i contenuti e le tipologie di pensiero, il meccanismo è sempre lo stesso, il desiderio di evitare l’incertezza che innesca pensieri intrusivi e circolari senza fine.

Un esempio particolarmente frequente che rintracciamo nel Disturbo Ossessivo Compulsivo è quello della persona che cerca il ragionamento perfettamente logico; in questo caso il soggetto tenta di ricondurre qualunque evento, situazione, condizione sotto il controllo di un ragionamento logico impeccabile. Spiegare nella maniera più rigorosa aspetti che non si prestano a questo tipo di analisi, come le emozioni o gli atteggiamenti ambivalenti tipici della coppia, provoca veri e propri disastri personali e relazionali.

L’ossessivo si riconosce molto facilmente perche è sempre teso, attivo, vigile. Se inizialmente può apparire come un protettore rassicurante a cui affidarsi, una relazione più stretta ne identificherà subito le fragilità; il fatto che nella sua mente tutto debba quadrare al millimetro rende l’ossessivo inadatto al rapporto di coppia poiché costantemente autoriferito.

Strategie di soluzione

Il percorso terapeutico nel Disturbo Ossessivo Com

pulsivo può essere molto arduo e lungo, anche se la situazione deve essere considerata caso per caso. Uno dei bersagli importanti della terapia deve essere becessariamente il controllo. La persona deve lentamente ri-apprendere una gestione della realtà più fatalista e meno rigida, secondo l’adagio che per crescere, per cambiare è sempre necessaria una quota di disordine.

Disturbi Alimentari, l’influenza culturale

Nel vasto panorama dei problemi psicologici nessuno ha come diretta conseguenza la morte come i disturbi alimentari. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Anoressia rappresenta la seconda causa di morte in età giovanile, dopo gli incidenti stradali. L’epilogo funesto del problema si aggira intorno al 10% dei casi. Un dato molto alto che fa riflettere sull’efficacia delle terapie proposte fino ad ora da psicologi e psichiatri. In questo breve articolo, tuttavia, non ci occuperemo degli interventi terapeutici ma dell’influenza che i fattori sociali e culturali hanno nel mantenimento dei disturbi alimentari, in particolar modo dell’anoressia.

Disturbi Alimentari e desiderabilità sociale 

Una delle cose apparentemente sorprendenti in cui ci si imbatte quando si entra nel mondo dei disturbi alimentari è che sono proprio coloro che ne sono dipendenti o potrebbero diventarlo a non temere questo genere di problemi. Per verificare questo basta collegarsi ad internet ed entrare nei siti <<ANA>>, termine con cui viene chiamata l’anoressia dai suoi praticanti. In tali luoghi virtuali, le persone esprimono il profondo amore per i disturbi alimentari e si scambiano notizie sulle “sublimi” sensazioni provate con l’astinenza dal cibo o con il vomito autoindotto. Del resto l’astinenza dal cibo (digiuno) e dal piacere (ascetismo) sono considerati in molte culture, compresa la nostra, una via per raggiungere estasi di tipo religioso o mistico.

Va inoltre considerato il ruolo della desiderabilità sociale di un problema di cui da sempre soffrono principesse, attrici e donne che rappresentano modelli da emulare per l’universo femminile giovanile. Tale fattore da qualche decennio è divenuto particolarmente rilevante con il dilagare della moda e della sua influenza. Sono sotto gli occhi del mondo i disturbi alimentari delle modelle che calcano le passarelle, le cui foto amplificate dai media le rendono stereotipi di bellezza da emulare.

Influenze culturali e benessere

Il sociologo Sabino Acquaviva, attento analista dell’evoluzione del costume occidentale, sottolineava in rapporto ai disturbi alimentari, il patto scellerato tra stilisti e direttori delle riviste di moda che offriva un modello maschile sempre più femminilizzato ed uno femminile sempre più androgino. Questo ha indotto ambo i sessi ad avvicinarsi ad un modello unisex dove la magrezza la faceva da padrone. La pubblicità di un modello culturale universale dell’estetica non può essere innocuo per i teenager, i quali si affacciano ad un mondo relazionale in cui il look aderente a ciò che è tendenza svolge un importante ruolo di rassicurazione nel momento dell’esposizione sociale.

Inoltre, un’influenza indiretta sullo sviluppo dei disturbi alimentari è dato dal livello di benessere e quindi di cibo a disposizione. Infatti, nel secolo scorso, gli unici soggetti ad ammalarsi di anoressia erano i ricchi, i nobili, non certo gli affamati. Nei paesi “poveri” i disturbi alimentari sono praticamente inesistenti.

Conclusioni

Quanto scritto non vuole essere una condanna moralistica; inoltre la ricerca di colpe e responsabili non aiuta a trovare soluzioni. Tuttavia, proprio in virtù di quanto scritto possiamo comprenderequale sia il paradosso dei disturbi alimentari, un fenomeno che spaventa tanto quanto attrae, un problema subdolo e micidiale spesso scambiato per una sublime virtu.

Fobia Sociale: l’influenza dello stile genitoriale

La fobia sociale è un disturbo molto diffuso nella nostra cultura, studi epistemologici evidenziano come nell’arco della vita possa essere diagnosticato intorno al 10% della popolazione. Le caratteristiche di questo problema sono legate all’estremo timore di agire di fronte agli altri in modo imbarazzante e/o umiliante oppure di ricevere giudizi negativi. Tale paura può portare chi ne soffre ad evitare le situazioni sociali proprio al fine di non mostrare i segni dell’imbarazzo: diventare rossi in volto, balbettare, sudare oppure rimanere paralizzati dall’angoscia. Quello che in questa breve riflessione vogliamo sottolineare è l’impatto che lo stile genitoriale iperprotettivo ha su questo problema.

Genitori ipercoinvolti e fobia sociale

Una recente ricerca pubblicata sulla rivista Cognitive Therapy and Reserch (2017) evidenzia le conseguenze svantaggiose di uno stile materno ipercoinvolto. In particolare, quando i genitori di bambini con Disturbo d’Ansia Sociale tentano di aiutare i loro figli, causerebbero un incremento delle loro difficoltà. I ricercatori hanno coinvolto nell’esperimento un gruppo di 55 genitori ed i loro bambini tra i 9 ed i 13 anni, con o senza diagnosi di Fobia Sociale. Nel corso dell’esperimento era richiesto ai bambini di completare il maggior numero possibile di puzzle in 10 minuti. I genitori, sebbene non fossero incoraggiati, potevano intervenire ed aiutare i figli. Quello che è emerso è che le madri dei bambini con Ansia Sociale intervenivano più spesso rispetto alle altre, offrendo aiuto anche se i figli non lo avevano richiesto. Secondo gli psicologi ideatori dell’esperimento le eccessive ingerenze da parte dei genitori tenderebbero ad estendersi ad altri contesti come i compiti a casa o le interazioni sociali. In questo modo, i genitori finiscono per comunicare ai figli di non ritenerli in grado di affrontare la realtà, producendo nei bambini un minor senso di autoefficacia (l’autoefficacia è la fiducia nella capacità di ottenere gli effetti desiderati con le proprie azioni e rappresenta un’acquisizione fondamentale per approcciarsi alla realtà in modo funzionale).

In conclusione, avere l’abitudine di sostituirsi ai figli, nonostante le buone intenzioni, rischia di essere un comportamento pericoloso per lo sviluppo del bambino, che, anche se non svilupperà una fobia sociale, rischia di veder minata la sua creatività e sicurezza nell’affrontare i problemi.

Sessuologo: quando iniziare una terapia sessuale breve

Il sessuologo è il professionista che si occupa dei disturbi sessuali e delle parafilie (le vecchie “perversioni”). Può essere psicologo o medico, quello che è importante è che abbia compiuto degli studi specifici in merito. La sua funzione è quella di diagnosticare la tipologia del problema portato (se si tratta di un disturbo del desiderio, dell’eccitamento o dell’orgasmo) ed impostare una terapia atta a risolverlo. La mia esperienza sul campo, tuttavia, mi porta a pensare che le terapie sessuali “brevi“, che utilizzo con buon successo, possono essere impiegate solo con alcuni tipi di persone.

Terapia sessuale breve, quali circostanze

Vi sono pochi dubbi riguardo al fatto che certi pazienti potranno trarre beneficio da un intervento centrato sul sintomo (impotenza, anorgasmia, eiaculazione precoce). Infatti, un sessuologo possiede una gamma di “tecniche” da applicare al singolo individuo o alla coppia, che hanno come obiettivo la riduzione della sintomatologia. Recenti studi evidenziano come l’efficacia di questa tipologia di intervento varia dal 50 all’80%. Tuttavia, il fatto che ci sia una fetta importante di persone che non riesce ad usufruire di un intervento puramente tecnico di breve durata ci pone importanti interrogativi.

Quello che risulta evidente agli “addetti ai lavori” è che le terapie brevi (7/8 sedute circa) sono efficaci in soggetti con una struttura solida, che vivono un rapporto di coppia sufficientemente equilibrato e che non hanno altri sintomi se non un ansia da prestazione connessa con standard elevati e/o distorti su come dovrebbe essere un rapporto sessuale. La psiche di queste persone è adeguatamente allenata ad affrontare lo stress e non necessita primariamente di un percorso lungo finalizzato ad esplorare aspetti più profondi.

Il sessuologo e la psicoterapia

Ci sono situazioni, per altro frequenti, in cui il sessuologo è costretto a ripiegare su tipologie di intervento più vicine alla psicoterapia. Si tratta della cura di quelle persone in cui il sintomo sessuale è solo la punta dell’iceberg. In tali soggetti la problematica sessuale può essere una “falsa traccia” per distrarre il professionista da altri problemi assai più gravi ed urgenti. In alcune situazioni la sessualità con i suoi disagi diventa una sorta di contenitore di difficoltà coniugali, personali o familiari che sono causa e non conseguenza della disfunzione sessuale. Dunque, quelle persone i cui problemi sessuali sono associati a disturbi di personalità (ad esempio, disturbo di personalità borderline o narcisistico) o a gravi sintomatologie ansiose e dell’umore (ad esempio, attacchi di panico o depressione) non trarranno beneficio da una terapia focalizzata breve e non dovrebbero essere trattati primariamente con questa forma di intervento.

Il sessuologo e la coppia

Se la persona che si rivolge al sessuologo vive all’interno di una relazione di coppia stabile e duratura, ritengo sia di fondamentale importanza coinvolgere entrambi i partner. Anche in questo caso però la terapia sessuale breve è opportuna solo in presenza di coppie sufficientemente armoniose e “funzionanti”. Coppie caratterizzate da un grado elevato di conflittualità o con sentimenti cronici di amarezza e frustrazione reciproca non sono adatte ad un intervento breve ma necessitano di una presa in carico ad ampio respiro che tenga conto dei vari aspetti di una relazione a due. A questo proposito è interessante notare che  quando il Viagra (Sidenafil) fu lanciato sul mercato americano, la salita alle stelle per gli uomini con disfunzione erettile portò alla luce una varietà di problemi coniugali nelle coppie, che avevano raggiunto un equilibrio stabile sul piano fisico ed emotivo proprio grazie al sintomo sessuale.

Il trattamento dei sintomi sessuali deve pertanto essere altamente individualizzato e basato su un’attenta analisi clinica/psicologica, che non può prescindere anche da una valutazione organica la quale escluda problemi di tipo medico.

Ansia Generalizzata, un problema culturale

Il Disturbo d’Ansia Generalizzata è uno dei più comuni problemi ansiosi. In breve si tratta di un disagio in cui è presente uno stato di preoccupazione costante, sproporzionata rispetto alla realtà che la persona sta vivendo. Recenti ricerche (fonte DSM-V; 2013) sottolineano come nei paesi occidentali l’Ansia Generalizzata abbia un’incidenza del 2,5%, con una prevalenza di esordio intorno ai 30 anni.

Caratteristiche dell’Ansia Generalizzata

I sintomi ansiosi di questa sindrome tendono a protrarsi molto nel tempo, in modo ingiustificato ed eccessivo. Essi consistono in irrequietezza, sensazione di affaticamento e difficoltà nella concentrazione, facile irritabilità, difficoltà a mantenere il sonno o ad addormentarsi, tensione muscolare. Tali processi di pensiero e sintomi fisici, tendono a manifestarsi in modo disturbante o ad esordire in particolari momenti della vita, stressanti e/o complicati; quello che rende questa problematica estremamente invalidante nell’organizzazione della vita quotidiana, sono la frequenza dei sintomi (giornaliera) e la loro persistenza (almeno 6 mesi).

Possibili cause del disturbo d’Ansia Generalizzata

Per quanto riguarda le cause, come in ogni altro problema psicologico, le possibilità avanzate dagli specialisti sono molteplici. Gli uomini vivono all’interno di un sistema complesso ed estremamente “liquido”, dove le variabili in gioco sono molte ed agiscono prevalentemente in sinergia. In primo luogo, la maggior parte degli psicologi sottolinea come l’inibizione di comportamenti attivi così come delle emozioni, insieme all’evitamento di situazioni potenzialmente pericolose, sono atteggiamenti che se usati massicciamente tendono al mantenimento e allo sviluppo del disagio. In secondo luogo, il contesto familiare in cui la persona cresce e consolida la sua identità, ha un forte impatto nella capacità di gestione dello stress e degli eventi avversi; modelli educativi e genitoriali fortemente intrisi dalla componente della preoccupazione hanno un impatto importante nella genesi del disturbo. E’ come se il bambino, futuro adulto, fosse indotto a sovrastimare l’impatto delle difficoltà e portato ad evitare i problemi piuttosto che a mettere in campo risorse utili ad affrontarli. Infine il contesto sociale e culturale che la persona “abita” risulta determinante. Infatti nella cultura europea, occidentale, il disturbo d’ansia generalizzato è decisamente più frequente che negli altri contesti sociali; probabilmente questo è legato al forte impatto che il bisogno di raggiungere obiettivi, la precarietà, gli standard elevati della nostra cultura hanno nello sviluppo di preoccupazioni e rimuginazioni.

La terapia dell’Ansia Generalizzata

L’intervento decisamente più efficace per la risoluzione dell’Ansia Generalizzata è la psicoterapia. Il tipo di approccio che prediligo è multi-focale. Infatti, risulta particolarmente utile sia aiutare la persona a rendersi conto dei meccanismi che fondano il problema (iperpreoccupazioni, rimuginazioni, evitamenti) sia analizzare i conflitti inconsci che possono essere alla base del disagio. E’ estremamente importante anche valutare il condizionamento familiare, aiutando l’individuo ad abbandonare i modelli e le influenze negative, sostituendole con approcci più funzionali ed adattivi. Non è possibile stabilire a priori la durata di un intervento; sulla base dell’intensità del disturbo e delle risorse della persona si varia da pochi mesi a più di un anno.

Psicologia Infantile: genitori e figli

La psicologia Infantile, nella totalità degli approcci che la compongono, è concorde nell’affermare che con la nascita dei figli la famiglia cambia radicalmente in ognuno dei suoi componenti ed in ognuna delle sue relazioni. La relazione, nel momento in cui un bambino nasce, diventa proprio l’elemento centrale dei suoi processi di sviluppo. Un esempio; un neonato piange perché ha fame. Se la mamma risponde in modo adeguato, il bimbo si sentirà protetto e rassicurato, iniziando a costruire la modalità della sua relazione con le figure di riferimento (mamma, papà, nonni ecc.).

Psicologia Infantile e relazioni

Al bambino conviene attaccarsi alle figure adulte di riferimento; senza di loro non può sopravvivere. L’attaccamento è una relazione reciproca in cui il genitore interagisce e attiva/risponde in modo più o meno adeguato al figlio. Attraverso questo circuito relazionale, il bambino costruisce il suo primo modello del mondo (il giusto e lo sbagliato, a chi dare fiducia, ciò che è da considerarsi pericoloso, ecc.). In realtà il bambino vede il mondo con gli occhi della madre, il vero è quello che gli viene trasmesso dai genitori.
Psicologia Infantile e comportamenti genitoriali

Semplificando e generalizzando possiamo individuare due tipologie di risposte comportamentali:

  1. Se la risposta è adeguata alla richiesta, il bimbo si sentirà rassicurato e risponderà di conseguenza (sorridente, curioso di scoprire cosa gli sta intorno). Questo comportamento del bambino influenzerà la madre che, vista la risposta positiva del figlio, continuerà ad attivare questo modo di rapportarsi, innescando un circuito positivo.
  2. Se la risposta genitoriale non è adeguata, il bambino mostrerà paura ed angoscia. La mamma/il padre, vedendo questi sentimenti nel figlio, comprenderà che ciò che ha fatto non va bene e potrà decidere di cambiare modo di agire, ripristinando uno stile sano. Viceversa, se i genitori, nel tempo, continuano a rispondere in modo inadeguato, nel bambino nascerà un atteggiamento difensivo ed insicuro rispetto al mondo esterno, che si trascinerà per il resto della vita.

La Psicologia Infantile sostiene che non è una risposta sbagliata che crea un bambino insicuro, ma il ripetersi di un circolo di risposte inadeguate nella primissima infanzia (0/3 anni). Jonh Bowlby (“Attaccamento e perdita”, 2000), individua tre tipologie di attaccamento, che sono il risultato di queste precoci relazioni genitori/bambino:

  • Attaccamento Sicuro;
  • Attaccamento Insicuro/evitante;
  • Attaccamento Insicuro/resistente.