Terapia familiare: la famiglia come punto di osservazione

Terapia Familiare

La terapia familiare rappresenta un ottimo strumento terapeutico per un gran numero di problematiche psicologiche, indispensabile nel caso di problemi che riguardano l’infanzia e l’adolescenza. In questo scritto proveremo a delineare alcuni degli aspetti che rendono la terapia familiare così efficace.

Come tutte le forme di conoscenza, dalla fisica alla biologia, anche la psicologia inizia dall’osservazione della realtà per la descrizione di un fenomeno. La famiglia può essere descritta essenzialmente attraverso due modalità fondamentali di funzionamento (ciascuna delle quali sarà analizzata in dettaglio in altri articoli): la sua struttura e le modalità di stare in relazione dei suoi membri. Nella famiglia esistono elementi che vanno oltre il ruolo di padre, madre e figlio e che hanno a che fare con tutta una serie di elementi, o legami, che non sono visibili senza un “occhio allenato”, come ad esempio le alleanze transgenerazionali, il tipo di comunicazione, i confini rigidi o blandi tra i suoi membri, le fasi evolutive e molto altro ancora.

Una terapia familiare può aiutarci a capire sia come si è sviluppata una problematica psicologica in uno dei suoi membri, sia quali possono essere le risorse a cui la famiglia può attingere per raggiungere il cambiamento e creare salute; ovvero le famiglie possono ammalarsi ma possono anche guarire, hanno in sé gli anticorpi necessari per innescare un cambiamento. Sempre.

Proviamo a spiegarci meglio con un ipotetico esempio clinico:

un bambino di tre anni fa molti capricci ad ogni diniego da parte dei genitori, i quali tendono a guardare ai capricci come intollerabili e non gestibili. I bambini hanno molte difficoltà con i “no”, non riescono a tollerare i limiti, devono abituarsi al principio di realtà, per questo motivo i divieti sono generatori di rabbia ed intensa frustrazione. E’ principalmente per questo motivo che i bambini piccoli si oppongono ai “no”, mettendo alla prova la capacità di tenuta dei genitori. A questo punto se il genitore cede il bambino imparerà ad utilizzare la rabbia per ottenere ciò che vuole; ma non solo. Si accorgerà, con il trascorrere degli anni, che l’ira che lui stesso non riesce a controllare, non è gestibile neanche dai suoi genitori. Neppure le figure di riferimento, dalle quali il bambino impara a gestirsi, sono in grado di difenderlo dalla sua stessa rabbia. A questo punto, è probabile che il bambino inizi a pensare che nessuno sia in grado di controllare la sua rabbia, entrando in un circuito circolare che andrà ad attivarsi ogni volta che emerge un comportamento negativo e che i genitori non sono in grado di controllare. Nei genitori tenderà a rinforzarsi l’idea di avere un “figlio impossibile”, quindi cattivo, un piccolo prepotente che ottiene tutto ciò che vuole con un comportamento sbagliato. In queste circostanze, i genitori tendono a mettere in atto comportamenti rigidi e punitivi che arrivano anche ad anticipare i possibili comportamenti negativi del figlio (“Tu non vieni…. tanto ti comporti male!”).

Il mantenimento della teoria “abbiamo un figlio incontrollabile” finisce per influire negativamente sull’identità del bambino futuro adolescente e sul senso di efficacia dei genitori, aumentando la probabilità di uno sviluppo familiare patologico. Una buona terapia familiare dovrebbe interrompere questo circuito, questa circolarità patologica negativa, innescando un cambiamento. Molto spesso le famiglie non hanno bisogno di percorsi terapeutici e riescono ad uscire da sole da situazioni di stallo come quella appena descritta. Tuttavia, in alcune circostanze, le insicurezze dei genitori, i conflitti di coppia, le influenze delle famiglie di origine (nonni), rendono difficile l’innescarsi di un processo di autocura. Questo ci permette di capire come mai la terapia familiare risulta fondamentale nella risoluzione di alcuni tipi di problemi.

 

Bibliografia

“Il legame invisibile”; A. Candoni e S. Ciappi, 2016

Disturbo Ossessivo Compulsivo: le ossessioni

Disturbo Ossessivo Compulsivo

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo è uno dei problemi psicologici più invalidanti e subdoli nel panorama della psicopatolgia. È composto da due tipologie di sintomi che si legano tra di loro in un circolo vizioso: le ossessioni e le compulsioni. In questo articolo ci occuperemo dell’aspetto ossessivo rimandando ad uno scritto successivo l’aspetto compulsivo.

Le ossessioni possono essere descritte come pensieri, impulsi o immagini ricorrenti, persistenti ed intrusivi che causano ansia e disagio marcato; nonostante la persona riconosca che tali processi di pensiero sono attivati dalla propria mente non riesce né a sopprimerli né ad evitarli. Spesso l’unica “arma” (che come vedremo si rivelerà un boomerang) che l’individuo ha per neutralizzare il pensiero sono le compulsioni, ovvero comportamenti ripetitivi che hanno il solo scopo di interrompere temporaneamente i pensieri ossessivi (ad esempio compiere rituali, pronunciare “parole magiche”, lavarsi decine di volte le mani, ecc). Sfortunatamente il sollievo che la persona ottiene è soltanto temporaneo, le compulsioni non fanno altro che accrescefe il problema, portando la persona ad attivare nuovi pensieri angoscianti ed incontrollabili che scatenano altri comportamenti compulsivi in un circuito patologico senza fine.

Disturbo Ossessivo Compulsivo, il meccanismo delle ossessioni

L’aspetto fondamentale del funzionamento ossessivo è il bisogno costante di mantenere il controllo; pianificare tutto fin nei minimi particolari per evitare di essere preda dell’ansia. Purtroppo il desiderio di controllare l’incontrollabile, come l’esito degli eventi futuri, porta la persona proprio a perdere il controllo di sé. Ogni qual volta si presenta un evento di difficile gestione il soggetto cortocircuita, perdendosi in uno sciame di rimuginazioni che finiscono con il paralizzarlo. Per quanto vari possano essere i contenuti e le tipologie di pensiero, il meccanismo è sempre lo stesso, il desiderio di evitare l’incertezza che innesca pensieri intrusivi e circolari senza fine.

Un esempio particolarmente frequente che rintracciamo nel Disturbo Ossessivo Compulsivo è quello della persona che cerca il ragionamento perfettamente logico; in questo caso il soggetto tenta di ricondurre qualunque evento, situazione, condizione sotto il controllo di un ragionamento logico impeccabile. Spiegare nella maniera più rigorosa aspetti che non si prestano a questo tipo di analisi, come le emozioni o gli atteggiamenti ambivalenti tipici della coppia, provoca veri e propri disastri personali e relazionali.

L’ossessivo si riconosce molto facilmente perche è sempre teso, attivo, vigile. Se inizialmente può apparire come un protettore rassicurante a cui affidarsi, una relazione più stretta ne identificherà subito le fragilità; il fatto che nella sua mente tutto debba quadrare al millimetro rende l’ossessivo inadatto al rapporto di coppia poiché costantemente autoriferito.

Strategie di soluzione

Il percorso terapeutico nel Disturbo Ossessivo Com

pulsivo può essere molto arduo e lungo, anche se la situazione deve essere considerata caso per caso. Uno dei bersagli importanti della terapia deve essere becessariamente il controllo. La persona deve lentamente ri-apprendere una gestione della realtà più fatalista e meno rigida, secondo l’adagio che per crescere, per cambiare è sempre necessaria una quota di disordine.

Disturbi Alimentari, l’influenza culturale

Nel vasto panorama dei problemi psicologici nessuno ha come diretta conseguenza la morte come i disturbi alimentari. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Anoressia rappresenta la seconda causa di morte in età giovanile, dopo gli incidenti stradali. L’epilogo funesto del problema si aggira intorno al 10% dei casi. Un dato molto alto che fa riflettere sull’efficacia delle terapie proposte fino ad ora da psicologi e psichiatri. In questo breve articolo, tuttavia, non ci occuperemo degli interventi terapeutici ma dell’influenza che i fattori sociali e culturali hanno nel mantenimento dei disturbi alimentari, in particolar modo dell’anoressia.

Disturbi Alimentari e desiderabilità sociale 

Una delle cose apparentemente sorprendenti in cui ci si imbatte quando si entra nel mondo dei disturbi alimentari è che sono proprio coloro che ne sono dipendenti o potrebbero diventarlo a non temere questo genere di problemi. Per verificare questo basta collegarsi ad internet ed entrare nei siti <<ANA>>, termine con cui viene chiamata l’anoressia dai suoi praticanti. In tali luoghi virtuali, le persone esprimono il profondo amore per i disturbi alimentari e si scambiano notizie sulle “sublimi” sensazioni provate con l’astinenza dal cibo o con il vomito autoindotto. Del resto l’astinenza dal cibo (digiuno) e dal piacere (ascetismo) sono considerati in molte culture, compresa la nostra, una via per raggiungere estasi di tipo religioso o mistico.

Va inoltre considerato il ruolo della desiderabilità sociale di un problema di cui da sempre soffrono principesse, attrici e donne che rappresentano modelli da emulare per l’universo femminile giovanile. Tale fattore da qualche decennio è divenuto particolarmente rilevante con il dilagare della moda e della sua influenza. Sono sotto gli occhi del mondo i disturbi alimentari delle modelle che calcano le passarelle, le cui foto amplificate dai media le rendono stereotipi di bellezza da emulare.

Influenze culturali e benessere

Il sociologo Sabino Acquaviva, attento analista dell’evoluzione del costume occidentale, sottolineava in rapporto ai disturbi alimentari, il patto scellerato tra stilisti e direttori delle riviste di moda che offriva un modello maschile sempre più femminilizzato ed uno femminile sempre più androgino. Questo ha indotto ambo i sessi ad avvicinarsi ad un modello unisex dove la magrezza la faceva da padrone. La pubblicità di un modello culturale universale dell’estetica non può essere innocuo per i teenager, i quali si affacciano ad un mondo relazionale in cui il look aderente a ciò che è tendenza svolge un importante ruolo di rassicurazione nel momento dell’esposizione sociale.

Inoltre, un’influenza indiretta sullo sviluppo dei disturbi alimentari è dato dal livello di benessere e quindi di cibo a disposizione. Infatti, nel secolo scorso, gli unici soggetti ad ammalarsi di anoressia erano i ricchi, i nobili, non certo gli affamati. Nei paesi “poveri” i disturbi alimentari sono praticamente inesistenti.

Conclusioni

Quanto scritto non vuole essere una condanna moralistica; inoltre la ricerca di colpe e responsabili non aiuta a trovare soluzioni. Tuttavia, proprio in virtù di quanto scritto possiamo comprenderequale sia il paradosso dei disturbi alimentari, un fenomeno che spaventa tanto quanto attrae, un problema subdolo e micidiale spesso scambiato per una sublime virtu.

Fobia Sociale: l’influenza dello stile genitoriale

La fobia sociale è un disturbo molto diffuso nella nostra cultura, studi epistemologici evidenziano come nell’arco della vita possa essere diagnosticato intorno al 10% della popolazione. Le caratteristiche di questo problema sono legate all’estremo timore di agire di fronte agli altri in modo imbarazzante e/o umiliante oppure di ricevere giudizi negativi. Tale paura può portare chi ne soffre ad evitare le situazioni sociali proprio al fine di non mostrare i segni dell’imbarazzo: diventare rossi in volto, balbettare, sudare oppure rimanere paralizzati dall’angoscia. Quello che in questa breve riflessione vogliamo sottolineare è l’impatto che lo stile genitoriale iperprotettivo ha su questo problema.

Genitori ipercoinvolti e fobia sociale

Una recente ricerca pubblicata sulla rivista Cognitive Therapy and Reserch (2017) evidenzia le conseguenze svantaggiose di uno stile materno ipercoinvolto. In particolare, quando i genitori di bambini con Disturbo d’Ansia Sociale tentano di aiutare i loro figli, causerebbero un incremento delle loro difficoltà. I ricercatori hanno coinvolto nell’esperimento un gruppo di 55 genitori ed i loro bambini tra i 9 ed i 13 anni, con o senza diagnosi di Fobia Sociale. Nel corso dell’esperimento era richiesto ai bambini di completare il maggior numero possibile di puzzle in 10 minuti. I genitori, sebbene non fossero incoraggiati, potevano intervenire ed aiutare i figli. Quello che è emerso è che le madri dei bambini con Ansia Sociale intervenivano più spesso rispetto alle altre, offrendo aiuto anche se i figli non lo avevano richiesto. Secondo gli psicologi ideatori dell’esperimento le eccessive ingerenze da parte dei genitori tenderebbero ad estendersi ad altri contesti come i compiti a casa o le interazioni sociali. In questo modo, i genitori finiscono per comunicare ai figli di non ritenerli in grado di affrontare la realtà, producendo nei bambini un minor senso di autoefficacia (l’autoefficacia è la fiducia nella capacità di ottenere gli effetti desiderati con le proprie azioni e rappresenta un’acquisizione fondamentale per approcciarsi alla realtà in modo funzionale).

In conclusione, avere l’abitudine di sostituirsi ai figli, nonostante le buone intenzioni, rischia di essere un comportamento pericoloso per lo sviluppo del bambino, che, anche se non svilupperà una fobia sociale, rischia di veder minata la sua creatività e sicurezza nell’affrontare i problemi.

Sessuologo: quando iniziare una terapia sessuale breve

Il sessuologo è il professionista che si occupa dei disturbi sessuali e delle parafilie (le vecchie “perversioni”). Può essere psicologo o medico, quello che è importante è che abbia compiuto degli studi specifici in merito. La sua funzione è quella di diagnosticare la tipologia del problema portato (se si tratta di un disturbo del desiderio, dell’eccitamento o dell’orgasmo) ed impostare una terapia atta a risolverlo. La mia esperienza sul campo, tuttavia, mi porta a pensare che le terapie sessuali “brevi“, che utilizzo con buon successo, possono essere impiegate solo con alcuni tipi di persone.

Terapia sessuale breve, quali circostanze

Vi sono pochi dubbi riguardo al fatto che certi pazienti potranno trarre beneficio da un intervento centrato sul sintomo (impotenza, anorgasmia, eiaculazione precoce). Infatti, un sessuologo possiede una gamma di “tecniche” da applicare al singolo individuo o alla coppia, che hanno come obiettivo la riduzione della sintomatologia. Recenti studi evidenziano come l’efficacia di questa tipologia di intervento varia dal 50 all’80%. Tuttavia, il fatto che ci sia una fetta importante di persone che non riesce ad usufruire di un intervento puramente tecnico di breve durata ci pone importanti interrogativi.

Quello che risulta evidente agli “addetti ai lavori” è che le terapie brevi (7/8 sedute circa) sono efficaci in soggetti con una struttura solida, che vivono un rapporto di coppia sufficientemente equilibrato e che non hanno altri sintomi se non un ansia da prestazione connessa con standard elevati e/o distorti su come dovrebbe essere un rapporto sessuale. La psiche di queste persone è adeguatamente allenata ad affrontare lo stress e non necessita primariamente di un percorso lungo finalizzato ad esplorare aspetti più profondi.

Il sessuologo e la psicoterapia

Ci sono situazioni, per altro frequenti, in cui il sessuologo è costretto a ripiegare su tipologie di intervento più vicine alla psicoterapia. Si tratta della cura di quelle persone in cui il sintomo sessuale è solo la punta dell’iceberg. In tali soggetti la problematica sessuale può essere una “falsa traccia” per distrarre il professionista da altri problemi assai più gravi ed urgenti. In alcune situazioni la sessualità con i suoi disagi diventa una sorta di contenitore di difficoltà coniugali, personali o familiari che sono causa e non conseguenza della disfunzione sessuale. Dunque, quelle persone i cui problemi sessuali sono associati a disturbi di personalità (ad esempio, disturbo di personalità borderline o narcisistico) o a gravi sintomatologie ansiose e dell’umore (ad esempio, attacchi di panico o depressione) non trarranno beneficio da una terapia focalizzata breve e non dovrebbero essere trattati primariamente con questa forma di intervento.

Il sessuologo e la coppia

Se la persona che si rivolge al sessuologo vive all’interno di una relazione di coppia stabile e duratura, ritengo sia di fondamentale importanza coinvolgere entrambi i partner. Anche in questo caso però la terapia sessuale breve è opportuna solo in presenza di coppie sufficientemente armoniose e “funzionanti”. Coppie caratterizzate da un grado elevato di conflittualità o con sentimenti cronici di amarezza e frustrazione reciproca non sono adatte ad un intervento breve ma necessitano di una presa in carico ad ampio respiro che tenga conto dei vari aspetti di una relazione a due. A questo proposito è interessante notare che  quando il Viagra (Sidenafil) fu lanciato sul mercato americano, la salita alle stelle per gli uomini con disfunzione erettile portò alla luce una varietà di problemi coniugali nelle coppie, che avevano raggiunto un equilibrio stabile sul piano fisico ed emotivo proprio grazie al sintomo sessuale.

Il trattamento dei sintomi sessuali deve pertanto essere altamente individualizzato e basato su un’attenta analisi clinica/psicologica, che non può prescindere anche da una valutazione organica la quale escluda problemi di tipo medico.

Ansia Generalizzata, un problema culturale

Il Disturbo d’Ansia Generalizzata è uno dei più comuni problemi ansiosi. In breve si tratta di un disagio in cui è presente uno stato di preoccupazione costante, sproporzionata rispetto alla realtà che la persona sta vivendo. Recenti ricerche (fonte DSM-V; 2013) sottolineano come nei paesi occidentali l’Ansia Generalizzata abbia un’incidenza del 2,5%, con una prevalenza di esordio intorno ai 30 anni.

Caratteristiche dell’Ansia Generalizzata

I sintomi ansiosi di questa sindrome tendono a protrarsi molto nel tempo, in modo ingiustificato ed eccessivo. Essi consistono in irrequietezza, sensazione di affaticamento e difficoltà nella concentrazione, facile irritabilità, difficoltà a mantenere il sonno o ad addormentarsi, tensione muscolare. Tali processi di pensiero e sintomi fisici, tendono a manifestarsi in modo disturbante o ad esordire in particolari momenti della vita, stressanti e/o complicati; quello che rende questa problematica estremamente invalidante nell’organizzazione della vita quotidiana, sono la frequenza dei sintomi (giornaliera) e la loro persistenza (almeno 6 mesi).

Possibili cause del disturbo d’Ansia Generalizzata

Per quanto riguarda le cause, come in ogni altro problema psicologico, le possibilità avanzate dagli specialisti sono molteplici. Gli uomini vivono all’interno di un sistema complesso ed estremamente “liquido”, dove le variabili in gioco sono molte ed agiscono prevalentemente in sinergia. In primo luogo, la maggior parte degli psicologi sottolinea come l’inibizione di comportamenti attivi così come delle emozioni, insieme all’evitamento di situazioni potenzialmente pericolose, sono atteggiamenti che se usati massicciamente tendono al mantenimento e allo sviluppo del disagio. In secondo luogo, il contesto familiare in cui la persona cresce e consolida la sua identità, ha un forte impatto nella capacità di gestione dello stress e degli eventi avversi; modelli educativi e genitoriali fortemente intrisi dalla componente della preoccupazione hanno un impatto importante nella genesi del disturbo. E’ come se il bambino, futuro adulto, fosse indotto a sovrastimare l’impatto delle difficoltà e portato ad evitare i problemi piuttosto che a mettere in campo risorse utili ad affrontarli. Infine il contesto sociale e culturale che la persona “abita” risulta determinante. Infatti nella cultura europea, occidentale, il disturbo d’ansia generalizzato è decisamente più frequente che negli altri contesti sociali; probabilmente questo è legato al forte impatto che il bisogno di raggiungere obiettivi, la precarietà, gli standard elevati della nostra cultura hanno nello sviluppo di preoccupazioni e rimuginazioni.

La terapia dell’Ansia Generalizzata

L’intervento decisamente più efficace per la risoluzione dell’Ansia Generalizzata è la psicoterapia. Il tipo di approccio che prediligo è multi-focale. Infatti, risulta particolarmente utile sia aiutare la persona a rendersi conto dei meccanismi che fondano il problema (iperpreoccupazioni, rimuginazioni, evitamenti) sia analizzare i conflitti inconsci che possono essere alla base del disagio. E’ estremamente importante anche valutare il condizionamento familiare, aiutando l’individuo ad abbandonare i modelli e le influenze negative, sostituendole con approcci più funzionali ed adattivi. Non è possibile stabilire a priori la durata di un intervento; sulla base dell’intensità del disturbo e delle risorse della persona si varia da pochi mesi a più di un anno.

Psicologia Infantile: genitori e figli

La psicologia Infantile, nella totalità degli approcci che la compongono, è concorde nell’affermare che con la nascita dei figli la famiglia cambia radicalmente in ognuno dei suoi componenti ed in ognuna delle sue relazioni. La relazione, nel momento in cui un bambino nasce, diventa proprio l’elemento centrale dei suoi processi di sviluppo. Un esempio; un neonato piange perché ha fame. Se la mamma risponde in modo adeguato, il bimbo si sentirà protetto e rassicurato, iniziando a costruire la modalità della sua relazione con le figure di riferimento (mamma, papà, nonni ecc.).

Psicologia Infantile e relazioni

Al bambino conviene attaccarsi alle figure adulte di riferimento; senza di loro non può sopravvivere. L’attaccamento è una relazione reciproca in cui il genitore interagisce e attiva/risponde in modo più o meno adeguato al figlio. Attraverso questo circuito relazionale, il bambino costruisce il suo primo modello del mondo (il giusto e lo sbagliato, a chi dare fiducia, ciò che è da considerarsi pericoloso, ecc.). In realtà il bambino vede il mondo con gli occhi della madre, il vero è quello che gli viene trasmesso dai genitori.
Psicologia Infantile e comportamenti genitoriali

Semplificando e generalizzando possiamo individuare due tipologie di risposte comportamentali:

  1. Se la risposta è adeguata alla richiesta, il bimbo si sentirà rassicurato e risponderà di conseguenza (sorridente, curioso di scoprire cosa gli sta intorno). Questo comportamento del bambino influenzerà la madre che, vista la risposta positiva del figlio, continuerà ad attivare questo modo di rapportarsi, innescando un circuito positivo.
  2. Se la risposta genitoriale non è adeguata, il bambino mostrerà paura ed angoscia. La mamma/il padre, vedendo questi sentimenti nel figlio, comprenderà che ciò che ha fatto non va bene e potrà decidere di cambiare modo di agire, ripristinando uno stile sano. Viceversa, se i genitori, nel tempo, continuano a rispondere in modo inadeguato, nel bambino nascerà un atteggiamento difensivo ed insicuro rispetto al mondo esterno, che si trascinerà per il resto della vita.

La Psicologia Infantile sostiene che non è una risposta sbagliata che crea un bambino insicuro, ma il ripetersi di un circolo di risposte inadeguate nella primissima infanzia (0/3 anni). Jonh Bowlby (“Attaccamento e perdita”, 2000), individua tre tipologie di attaccamento, che sono il risultato di queste precoci relazioni genitori/bambino:

  • Attaccamento Sicuro;
  • Attaccamento Insicuro/evitante;
  • Attaccamento Insicuro/resistente.

Il conflitto di coppia: le 4 regole della comunicazione


Ogni terapeuta che si occupa di coppie e famiglie sa che un nucleo familiare non è semplicemente la somma delle singole parti. Due individui che si uniscono portano con sé la loro storia individuale, le esperienze fatte, la cultura di appartenenza e, soprattutto, le influenze della propria famiglia di origine. Questo significa che ogni legame di coppia è influenzato da tanti altri soggetti invisibili, che in parte condizionano il presente del rapporto, rendendo indispensabile la comunicazione su tali influenze che concretamente divengono regole e ruoli genitoriali.

Non c’è coppia né famiglia senza comunicazione. È attraverso il modo in cui comunichiamo che si gettano le basi dei rapporti, delle relazioni e della qualità della vita familiare. In una celebre opera, “La pragmatica della comunicazione umana”, vengono individuati 4 assiomi o regole generali della comunicazione che risultano particolarmente efficaci per comprendere il funzionamento familiare ed il conflitto di coppia.

Primo assioma: non si può non comunicare

Parlare con qualcuno, dire qualcosa, non ha che fare soltanto con il linguaggio parlato. Ad esempio è intuibile quanto il silenzio possa essere fortemente comunicativo; può indicare rispetto, rabbia, indifferenza, tatto. Anche in modo involontario, potremmo dire inconscio, finiamo con il veicolare messaggi fatti di gesti, comportamenti, espressioni del volto e posizioni del corpo.

Secondo assioma: ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto ed un aspetto di relazione

All’interno di una comunicazione vanno distinti due livelli; il primo è quello di contenuto, che dice cosa stai comunicando. Il secondo è il livello di relazione, che dice il tipo di rapporto che vuoi instaurare con l’interlocutore. Il contenuto si esprime su un piano verbale (<<metti le tue cose apposto>>, ad esempio), la relazione si intuisce dalla dimensione non verbale (il tono più o meno acuto, l’espressione del volto, la gestualità, la posizione del corpo con cui diciamo una frase). Il livello di contenuto è fondamentale per quanto riguarda il significato, quello di relazione per il senso, ovvero su come il significato di un messaggio debba essere interpretato.
Terzo assioma: ogni comunicazione può essere punteggiata in modo diverso.

La punteggiatura è una sorta di sceneggiatura comunicativa, che sottolinea le relazioni di causa/effetto tra gli attori di un messaggio. Un esempio aiuterà a capire. Il marito se ne sta in poltrona a leggere il giornale, completamente assorto e disinteressato rispetto al mondo circostante; la moglie lo rimprovera per questo suo atteggiamento indifferente. Tale spiegazione può calzare con il punto di vista della moglie (“si fa sempre gli affari suoi….”). Il marito potrebbe punteggiare in un altro modo; il continuo brontolio di mia moglie fa si che mi allontani e mi isoli spesso, leggendo. Questo tipo di ribaltamento causale può essere utilzzato in ogni narrazione.
Quarto assioma: la comunicazione può essere simmetrica o complementare.

La natura delle relazioni si può definire in funzione di un rapporto di uguaglianza o differenza. Nel caso ci sia uguaglianza si parla di relazione simmetrica, altrimenti, complementare. Nello scambio simmetrico gli interlocutori si considerano sullo stesso piano di “potere”, quindi i partecipanti rispecchieranno l’uno il comportamento dell’altro, rendendo più frequente lo scontro (rapporto dipendente-dipendente o il conflitto di coppia ad es.). Nella comunicazione complementare invece un soggetto assume una posizione superiore rispetto all’altro (rapporto madre-figlio). Ogni individuo nelle proprie relazioni ha rapporti complementari e simmetrici, i quali nel tempo possono cambiare, come nel caso dell’invecchiamento o di una malattia.

Questo elenco esemplificativo ha lo scopo di far riflettere sull’importanza della comunicazione nella coppia e nella famiglia. Vivere con l’altro significa comunicare, non solo contenuti, l’oggetto delle nostre discussioni, ma soprattutto i nostri stati d’animo ed il tipo di rapporto che vogliamo instaurare con l’altro. È proprio su questo tipo di aspetti che tende ad innescarsi il conflitto di coppia. Un’efficace psicoterapia di coppia non può prescindere dall’analisi e dall’intervento sui pattern comunicativi.

Psicoterapia e Tossicodipendenza: il ruolo della famiglia

La tossicodipendenza viene definita dal DSM V (Manuale Diagnostico Psichiatrico, 2014) come un insieme di comportamenti, reazioni psicologiche e processi psichici che si instaurano successivamente all’utilizzo cronico di sostanze (sia “droghe” permesse, come l’alcool ed i farmaci, che illegali).

Da un punto di vista descrittivo, ciò che caratterizza la tossicodipendenza è:

  • L’impulso irrefrenabile nella ricerca e nell’assunzione della sostanza;
  • Lo scarso controllo nel rapporto con la stessa;
  • Sintomi di astinenza nel momento in cui la sostanza non è disponibile;

Questa descrizione ci dice, comunque, molto poco sulle cause del disturbo e sulle modalità di intervento con persone tossicodipendenti. Una dipendenza può essere il prodotto di numerosi fattori, che spesso agiscono in sinergia: aspetti sociali, psicologici individuali, culturali, relazionali e familiari. Qui ci occuperemo prevalentemente di questi ultimi, evidenziando alcuni contributi che la terapia familiare può offrire nella cura alla tossicodipendenza.

Accenni di Terapia Familiare

La terapia familiare non è un approccio unitario, ci sono numerose scuole di pensiero, ognuna delle quali pone l’accento su aspetti diversi della famiglia, sia dal punto di vista della genesi del disagio che della possibilità di intervento sullo stesso.

Alcuni approcci pongono maggiormente l’accento sulla comunicazione, evidenziando come una comunicazione indiretta ed ambigua sia spesso presente in famiglie problematiche e/o con pazienti psichiatrici.

Altre linee teoriche sottolineano l’importanza della dimensione storica, ritenendo fattore fondamentale alla nascita della psicopatologia la presenza di miti familiari (particolari storie o simboli che rappresentano la famiglia, i quali non sono stati rielaborati) o di modalità di concepire ruoli genitoriali e filiali essenzialmente distorti e generatori di dolore.

Infine, l’ultimo modello teorico si concentra prevalentemente sul concetto di struttura, ponendo l’attenzione sugli slittamenti gerarchici dei ruoli familiari (figlie che si mettono a svolgere la funzioni madri o nonni che si comportano ancora come figli ecc.); ciascuna di queste chiavi di lettura non esclude l’altra e nel nostro ragionamento proveremo a sintetizzarle tutte.

Famiglia e Tossicodipendenza

E’ bene precisare fin da subito che il sottotitolo è fuorviante. Come non esiste un unico copione per spiegare la dipendenza da sostanze, non ci può essere un unico modello familiare alla base del problema. Quello che vogliamo mostrare è un assetto familiare frequente e/o una chiave di lettura utile ad affrontare e prevenire questo tipo di disagio.

Dunque, come spiegavamo sopra, la famiglia può essere interpretata come un sistema dove uno degli obiettivi principali è quello di favorire lo sviluppo psicologico e sociale dei suoi membri. Infatti le crisi individuali, la comparsa dei sintomi, sono spesso correlabili con fasi critiche e particolari momenti di passaggio nella vita familiare (l’adolescenza, l’uscita dei figli dal “nido”, la morte di uno dei componenti, ecc). In questi momenti di passaggio è fondamentale per la famiglia ristrutturare i modelli relazionali preesistenti, trovandone di nuovi (ad esempio cambiare il rapporto con figli già grandi, rinvigorire la relazione di coppia quando i figli escono di casa, saper limitare le intrusioni delle famiglie di origine in corrispondenza di un lutto o di un “semplice” pensionamento).

La presenza di un sintomo importante, come la tossicodipendenza, consente alla famiglia di non doversi confrontare con nuove modalità di interazione, di evitare l’angoscia che proviene dal cambiamento, di congelare i ruoli così come sono.

Il figlio che fa uso di sostanze, in un certo senso, si dichiara immaturo, irresponsabile ed incapace di assumere un ruolo adulto, consentendo ai genitori di non congedarsi dalla loro funzione di protezione e guida.

A questo proposito possiamo citare un dato statistico interessante, ovvero che il 95% dei casi di tossicodipendenza si sviluppa tra i 15 ed i 24 anni (Rossi, 2009). Dalla nostra prospettiva questo ci dice che le esordio della dipendenza si situa tra due fasi estremamente importanti del ciclo evolutivo familiare:

  1. La famiglia con adolescenti: in questo momento i genitori si trovano a dover negoziare con i figli una relazione oscillante tra due poli opposti di autonomia e di dipendenza. Questa negoziazione (tutt’altro che semplice) si fonda sull’ambiguità adolescenziale tra bisogno di autonomia e di libertà.
  2. La famiglia come “trampolino di lancio”: in questa fase la prole esce da casa, pronta a costruirsi una vita più autonoma e questo comporta una duplice negoziazione: all’interno della coppia (che a più tempo per se stessa); tra genitori e figli, ossia tra le generazioni dove la “nuova” si incammina verso l’adultità e la vecchia sulla via dell’anzianità.

In presenza di una dipendenza, il consueto ciclo evolutivo si arresta. I modelli relazionali non cambiano e l’intera famiglia si trova a reiterare lo stesso schema di rapporti all’infinito, generando disagio e sintomi. Il tossicodipendente diviene una sorta di regista che ribadisce, con il suo disagio, l’impossibilità che l’intera famiglia ha di cambiare. Ne deriva che, da un vertice sistemico, la dipendenza da sostanze non sia un attacco al sistema familiare ma una sorta di atteggiamento protettivo che il tossicodipendente ha nei confronti dei membri spaventati dalle sfide che il cambiamento impone loro.

Considerazioni finali

Quanto appena scritto ci permettere di capire come un intervento veramente terapeutico nei confronti della dipendenza non possa essere esclusivamente farmacologico. E’ vero che la sostanza agisce sulla chimica celebrale come è vero (molti studi lo evidenziando) che l’equilibrio biologico di un abusatore di sostanze è alterato. Tuttavia, la dipendenza non è il disagio ma la conseguenza di una crisi sia individuale che familiare e questo rende imprescindibile che un’azione psicoterapeutica sia rivolta contemporaneamente alla persona e alla famiglia in cui essa è inserita per rendere l’aiuto efficace. In particolare l’intervento familiare dovrebbe agire su tutti e tre i livelli critici in cui una famiglia può scivolare: comunicazione, rielaborazione storica e struttura.

Mobbing: cause, effetti e soluzioni

La parola Mobbing (dal britannico “to mob”, in italiano “circondare) fu proposta nel 1971 dall’etologo Konrad Lorenz, per descrivere un atteggiamento riscontrabile in alcune specie animali tendente all’esclusione dal branco. Il termine mobbing ha poi avuto delle evoluzioni fino ad arrivare all’accezione attuale, proposta da Leyman negli anni ’90: “comunicazione sistematica, ostile e non etica da parte di una o più persone generalmente nei confronti del singolo individuo“. Con il tempo il concetto di mobbing ha assunto un valore estremamente negativo ed invalidante per chi lo subisce in un contesto aziendale e la recente letteratura ne individua due diverse tipologie:

  1. Mobbing orizzontale: quello esercitato da colleghi di pari livello che si coalizzano, in modo più o meno tacito, per esercitare violenze psicologiche nei confronti della persona.
  2. Mobbing verticale: nel momento in cui il sopruso è messo in atto da persone che occupano una posizione superiore

ASPETTI LEGALI

Il mobbing è stato inserito dal INAIL tra le patologie professionali ed è previsto un rimborso ai sensi dell’articolo 13 del D. Lgs 38/2000. In questo caso il ruolo dello psicologo risulta determinante, in quanto concerne al professionista stabilire la presenza di disturbi psichici e/o psicosomatici derivanti dallo stress lavorativo. Infatti il mobbing è indennizzabile e risarcibile solo se viene certificato attraverso colloqui e test psicologici ad hoc, i quali stabiliscano la presenza di una malattia psicofisica causata da una condizione di reiterate vessazioni nel contesto lavorativo.

EFFETTI PSICOFISICI DEL MOBBING

Il mobbing può contribuire a generare molti problemi psicologici, psicosomatici e comportamentali. Tra i più diffusi ci sono i disturbi ansiosi e depressivi seguite da altre patologie più specifiche, come il Disturbo da Adattamento o il Disturbo Post-Traumatico da Stress. E’ importante sottolineare che il mobbing non è una condizione ma uno specifico processo relazionale che si genera nel contesto lavorativo; è la continuità delle situazioni negative e la loro intensità a provocare problemi psicologici sempre crescenti, i quali possono rappresentare una novità per la persona oppure un riacutizzarsi di “vecchie patologie” precedentemente risolte. Le conseguenze delle vessazioni innescano un vero e proprio “circolo vizioso” che a sua volta genera un importante decremento dell’autostima e la sensazione di impotenza nella gestione della vita quotidiana. Non è raro che l’individuo sperimenti un senso di colpa per ciò che sta accadendo nella sua esistenza, con la possibilità di ripercussioni nei rapporti sociali e relazionali (isolamento, separazione e divorzio).

TIPOLOGIE DI INTERVENTO

La terapia del mobbing è complessa e, poiché ad aspetti ed eventi esterni all’individuo, difficilmente è risolutiva con il solo intervento psicologico. Per questo è importante l’attivazione intorno alla persona di un’equipe multidisciplinare, la quale possa farsi carico di tutti gli aspetti del problema (psicologici, legali, medici e lavorativi). Nello specifico lo psicologo oltre ad adempiere ad una funzione “valutativo/diagnostica” essenziale per portare avanti il riconoscimento giuridico, dovrebbe occuparsi di lenire le ferite psicologiche prodotte dal trauma.