E’ possibile la convivenza con la diversità? Politica e regole sociali

Un linguaggio diverso è una diversa visione della vita

Federico Fellini

 

diversità

Le ultime vicende del parlamento italiano aprono alla possibilità di accettare la diversità? Passa alla camera la legge sull’omofobia, con i voti del Pd e del Movimento Cinque Stelle, il no del Pdl. Numerosi gli astenuti, molti di Scelta Civica. La palla passa al Senato e l’esito non è scontato. Cosa sta accadendo alla politica degli ultimi decenni? La questione riguarda solo aspetti ideologici o ci sono argomenti più profondi e generalizzabili? La politica, a mio avviso, ha abbandonato ogni riferimento alle idee, ai diritti, al concetto di soggettività, trasformandosi in una perenne manipolazione mediatica delle coscienze. Sembra sia stata dimenticata l’importanza comunitaria della socialità come valorizzazione delle differenze.

Le idee correnti della politica non hanno potere di cambiamento, non hanno efficacia. Hanno perso sia l’una che l’altra perché non hanno più autonomia; la politica ha circoscritto il suo orizzonte a favore di un unico, ormai vecchio, potere assoluto: quello dell’economia di mercato, divenendo unilaterale, semplicistica, priva di creatività e di immaginazione.

Il senso della differenza è dunque dimenticato, l’estraneo si trasforma in un nemico di cui non ci si può fidare. Ciò che non rientra nella concezione statistica di normalità diventa pericoloso, impedendoci di cogliere nelle differenze le risorse di cui gli altri sono portatori.

In politica si utilizzano sempre più spesso linguaggi di matrice psicologica: crisi, depressione, conflitto, marginalità.  Essi sono indicatori della sofferenza sociale e l’unico mezzo per affrontarla pare sia la repressione, il controllo e l’emarginazione, che di fatto la alimentano in un circolo vizioso che si automantiene.

Anche la psichiatria, nel corso della storia, si è messa al servizio dei “poteri forti” (politici, culturali, familiari), utilizzando il suo intervento come strumento per disfarsi della diversità, esercitando su di essa una violenza sadica, quasi a compensare l’impotenza con cui regolarmente ci si confronta quando si vuole ridurre alla normalità chi normale non è.

Diviene, dunque, fondamentale che la politica riesca a ripensare le norme comunitarie in modo tale che queste favoriscano la convivenza delle diversità; solo così, attraverso lo scambio “regolato”, l’arricchimento sarà reciproco. Nel momento in cui il confronto non è disciplinato, il diverso è ostile. Si pensi all’antichissima regola non scritta “l’ospite è sacro”, alla sua valenza di reciprocità sia nelle relazioni comuni che nell’esplorazione di paesi lontani. Senza questo assunto ogni estraneo si sarebbe presentato come pericoloso nemico.

Ogni contesto non regolato apre alla legge del più forte: dal passare avanti nelle liste d’attesa alle raccomandazioni per un posto di lavoro, dalle cordate vincenti alle massonerie, dagli amici degli amici che organizzano la vita sociale al di fuori di ogni condizione meritocratica alla sopraffazione del più forte nel traffico cittadino.

Nel momento in cui l’estraneo diviene nemico (diversamente abili, omosessuali, immigrati, “malati” psichiatrici, tossicodipendenti, ecc.) non si pone neanche il problema di entrare in relazione. Si creano così i localismi chiusi, dove la coesione è raggiunta attraverso la demonizzazione dell’altro, come nei vari “leghismi”, reattivi proprio alla carenza dello stato di elaborare regole per la convivenza.

Ritengo fondamentale che una delle funzioni dello psicologo sia quella di facilitare, entro le aree di intervento (dalla psicologia del lavoro alla psicologia clinica in senso stretto), l’elaborazione di regole che consentano il confronto con la diversità, con ciò che spaventa ed inibisce, al fine di riattivare il piacere della scoperta, del confronto, la curiosità verso il possibile, vere fonti di cambiamento e crescita personale. Speriamo che al senato non si perda l’ennesima occasione.

 

 

Psicologia e politica. Perché viviamo nella cultura del disimpegno?

 

Mai epoca fu come questa tanto favorevole ai narcisi e agli esibizionisti. Dove sono i santi? Dovremo accontentarci di morire in odore di pubblicità

Ennio Flaiano, 1973

 

La dimensione politica, oltre che pratica e pragmatica, è una dimensione mentale. La sua principale problematica è la gestione del rapporto con l’altro all’interno della comunità. Tale questione è strettamente psicologica: “come devo gestire la relazione con gli altri?”, “quali sono le regole scritte e non scritte che guidano la convivenza civile?”, “come è possibile governare la molteplicità di interessi e bisogni, spesso contrapposti, che originano nella comunità?”. Ognuno di tali quesiti è interno oltre che sociale. Ogni conflitto collettivo è il riflesso di problematicità interne e personali e, viceversa, le problematiche comunitarie diventano questioni interne.

Queste riflessioni ci consentono di capire perché la politica esiste praticamente in ogni struttura sociale; perché esistono conflitti, antagonismi irriducibili, che l’individuo ha bisogno di sentire risolti.

Attualmente, forse come mai prima nella cultura moderna, stiamo assistendo ad uno scollamento tra comunità e politica; le persone non sentono più il bisogno di occuparsi della cosa pubblica, il senso di cittadinanza, come valore condiviso, è al minimo storico. A che cosa può essere attribuito tutto questo?

Ritengo che al di là delle aspettative (ripetutamente) tradite dai vari gruppi politici, che non si sono dimostrati all’altezza etica, prima che pragmatica, di occuparsi efficacemente del res publica, vi siano delle componenti sociali più profonde alla base del disimpegno politico.

Viviamo in una cultura profondamente narcisistica, nel senso radicale e negativo del termine. La prevalenza assoluta è accordata ai bisogni e ai diritti individuali; l’importante è essere unici, visti, rappresentati, clickati e ricordati. In tutto questo lo spazio mentale dedicato alla comunità diviene sempre più fievole e precario. Non c’è più senso di appartenenza collettiva, la società è diventata il singolo individuo.

Al fondamentalismo collettivo, tipico di alcune culture integraliste che poco spazio lasciavano alle differenze e al dissenso dal pensiero comune, si è sostituito un individualismo totale, in cui l’altro, il diverso, l’estraneo, chiunque si frapponga al soddisfacimento immediato dei propri bisogni, diviene il nemico.

L’ideologia dell’unico uomo al comando, se stesso, crea la necessità di rimanere sempre giovani, di permanere oltre il dovuto all’interno di condizioni immature e infantili, di lottare contro tutte quelle regole del vivere comune, che appaiono limiti all’onnipotenza individuale ma senza le quali la convivenza sarebbe impossibile. Purtroppo non riusciamo a fare i conti con l’esistenza dell’altro, dei suoi propri bisogni e desideri, considerati illegittimi quando non coincidenti con i nostri.

Tutto questo su un piano psicologico clinico si traduce in disturbi depressivi sempre più frequenti nella pratica clinica, in cui ci si sente sconfitti e abbattuti quando non possiamo vivere al livello di standard “eroici” che ci vedono al centro della scena. La cultura moderna è una cultura narcisistica. Chi non insegue il sogno è perduto. Purtroppo politica compresa.