Touch Generation. Infanzia, scuola e social network.

I computer danno esattamente quello che gli è stato immesso; se futilità immettiamo, futilità otterremo

Richard Bandler, 1992

 

Il mondo degli adolescenti odierni, spesso denominati nativi digitali (termine già mutato in touch generation, grazie alla nuova tecnologia touch screen), pone delle nuove questioni rispetto ai processi di apprendimento e della socializzazione.

I primi ad essere allarmati dalla diffusione di Internet sono i genitori; tuttavia, se riflettiamo, risulta evidente un potente paradosso; la maggior parte degli strumenti tecnologici nella mani dei giovani sono regalati dai genitori stessi. Un esempio sono i telefonini, offerti sempre più precocemente anche a bambini delle scuole elementari, per permettere a padri e madri di superare una preoccupazione più grande di quella rappresentata dalla troppa tecnologia: rinunciare a rimanere “sempre” in contatto con i figli.

L’altra istituzione, oltre quella familiare, che avanza con più forza perplessità di fronte all’invasione del cyberspazio è la scuola. Nonostante l’anima “new age”, rappresentata da alcuni insegnanti, spesso più giovani e favorevoli all’ingresso delle nuove tecnologie nei processi di apprendimento, la maggior parte del personale scolastico guarda agli ultimi strumenti della tecnica con sospetto. Questo può essere un grave rischio per la scuola nel nostro momento storico, dato che essa può rappresentare un ottimo mediatore per un uso più complesso del web, che non sia quello aggiornato ma superficiale di Wikipedia.

Più che schermare la scuola con l’idea che i ragazzi si concentrano di più se “isolati” dal resto del mondo, bisognerebbe prevedere interventi creativi di modernizzazione che aprano l’istituzione ai nuovi strumenti in modo da renderla più vicina ai ragazzi.

Questo non significa sostenere le nuove tecnologie tout court, oppure dividersi in fautori e conservatori. Ritengo che un atteggiamento “proibizionista” senza pensiero sia deleterio. I ragazzi di oggi, contrariamente a quanto è stato scritto per anni, non sono indifferenti. L’indifferenza è la reazione ad una relazione che non riesce ad attivare motivazioni. Il compito degli educatori (genitori ed insegnanti) è proprio quello di accendere l’attenzione dei ragazzi e questo non può che essere fatto “giocando nel loro campo”, quindi sfruttando le potenzialità, anche educative, del mondo virtuale. L’errore, come evidenziato in precedenza, sarebbe quello di considerare il web come “nemico”, perdendo un potente alleato nella costruzione di un rapporto con bambini ed adolescenti, sempre meno disposti a seguire gli adulti in modo compiacente.

Come è emerso da una recente ricerca effettuata dal Dipartimento di Sociologia dell’università di Milano Bicocca (http://www.vocidimilano.it/articolo/lstp/42684/) i ragazzi usano internet con uno scarso livello di consapevolezza, nonostante la grande quantità di tempo passato on line. Aiutarli ad utilizzare il web può essere un obiettivo importante. Spesso, infatti, gli allarmismi sono legati all’ignoranza di chi ha scarsa dimestichezza con questi strumenti e pensa che possano portare solamente ad un ritiro sociale e ad un disagio. Con questo non vogliamo sottovalutare il problema della troppa esposizione al web, che è presente e potenzialmente pericoloso; non a caso, si parla con sempre maggiore frequenza di “dipendenze non chimiche”, intese come le tossicodipendenze senza sostanza legate all’uso senza freni di internet, videogiochi, videopoker, ecc.

Probabilmente piuttosto che generalizzare dovremmo capire, per ogni singolo caso, che significato ha l’uso dei videogames e dei social network, provando a comprendere quando questo utilizzo compie funzioni a sostegno dei compiti evolutivi e quando si intravedono invece segnali preoccupanti. Secondo un indagine compiuto dallo psicologo Matteo Lancini (Università di Milano, 2011), sono proprio gli adolescenti che non usano mai social network e Sms ad avere più problemi relazionali.

Senza banalizzare i rischi (che in caso di eccessiva esposizione all’uso di mezzi virtuali sono numerosi) è importante tener conto degli aspetti educativi che la tecnologia mette a disposizione, come esperienza importante nel processo di crescita e di manutenzione delle relazioni del giovane odierno.

Minorenni e bisogno di forti emozioni. L’amore per il rischio

Si crede di inseguire la felicità; non si inseguono che le emozioni”

Jean Josipovici 1989

12 novembre, un auto guidata da un minorenne nei pressi di Roma investe un’altra vettura, gravi entrambi i conducenti. 13 novembre, un mezzo con a bordo 5 giovani, sfrecciando ad alta velocità, si schianta contro un ostacolo a Milano, due i feriti gravi. Queste sono notizie non-notizie. Purtroppo il bollettino di ragazzi (e non) che, infrangendo il codice della strada, provoca danni a se e agli altri è quotidiano. E’ una questione di adrenalina? Di bisogno di forti emozioni? Da dove origina questa necessità? Proviamo a specificare meglio.

La preferenza di alcuni individui per le emozioni forti non è certo un fenomeno nuovo. Già quaranta anni fa Zackerman descrisse i “cacciatori di sensazioni” (sensation seekers), caratterizzati da un incessante bisogno di forti eccitazioni, di provare esperienze esaltanti sempre nuove e diverse, dal rifiuto della monotonia e della routine quotidiana. Per poter raggiungere il loro obiettivo, non esitano ad assumere rischi personali e sociali, che affrontano con impulsività e scarso controllo. Seconde l’autore, questo tipo di comportamento è biologicamente determinato. Sarebbe il genoma umano a rendere le persone bisognose di emozioni. Sebbene affascinate, l’ipotesi di Zackerman, non può spiegare da sola l’incredibile impennata di situazioni a rischio che quotidianamente le cronache ci riportano. La necessità del pericolo, dell’azzardo, è attualmente un fenomeno sociale.

 

Riteniamo che in particolare i mezzi di comunicazione abbiano contribuito ad innalzare l’”asticella” delle emozioni, che sono diventate l’amo per catturare gli spettatori/consumatori. Ogni giorno scene di “pornografia emotiva” entrano nelle case attraverso talk show, tribune elettorali, salotti televisivi. Come nel caso della pornografia sessuale, gli affetti sono amplificati, “sbattuti” in primo piano a favore di telespettatori affamati di lacrime, amore, rabbia ed esaltazione. Il risultato è che quello che appariva eccitante ieri oggi è noioso. Tutto ciò che non è degno di emozione non può essere vissuto con soddisfazione. Ad adeguarsi a questo tipo di cultura sono soprattutto gli adolescenti, in cui l’urgenza di provare intense sensazioni rappresenta il “marchio di fabbrica” della fase evolutiva. Il bisogno di comprendere se stessi, la necessità di costruire la propria identità, spesso porta i giovani alla ricerca di situazioni pericolose, in cui possono sperimentarsi.

Tuttavia, l’esigenza di adrenalina attualmente accomuna persone di tutte le età: uomini maturi si lanciano in sport acrobatici come il deltaplano o il bangi jumping, altri ignorano qualsiasi divieto, utilizzando la statale come un autodromo. Anche il crescente utilizzo di sostanze psicoattive eccitanti, cocaina ed anfetamina in primis, rappresentano un mezzo artificiale per provare emozioni nuove. Essere fuori dall’ordinario è diventata la nuova moda. Una vera e propria trappola per l’identità.

 

Infatti, questo modo generalizzato di vivere gli affetti pone, su un piano psicologico, numerosi problemi, simili a quelli provocati da una tossicodipendenza. Ogni obiettivo raggiunto da rapidamente assuefazione, trasformandosi celermente in noiosa routine. La persona, per essere appagata, è costretta a ricercare continuamente nuove esperienze, possibilmente più eccitanti delle precedenti. Uno scopo come questo, nel lungo periodo, diventa irraggiungibile, aprendo la strada a tendenze depressive che si alternano a momenti di esaltazione. Come gli psicologi cognitivi hanno evidenziato, la depressione è soprattutto connessa al modo in cui le persone interpretano gli eventi. Per questo le strategie per una vita equilibrata implicano la necessità di valorizzare il raggiungimento delle mete prefissate, senza ricercarne immediatamente di nuove.

 

Anche sul piano delle relazioni, la nuova ideologia sociale della ricerca emozionale produce conseguenze negative. Soprattutto all’interno della coppia, dove il “faticoso vivere insieme” è sostituito dalla necessità di provare continuamente l’ebbrezza dell’innamoramento, contribuendo alla costruzione di rapporti sempre più inconsistenti, deboli. Allo stesso modo ne risulta danneggiato il rapporto con i figli, ora che pure le persone adulte sono state contagiate da questo stile di vita. Infatti non solo i bambini ma anche gli adolescenti hanno bisogno di sicurezza e stabilità, soprattutto negli affetti; padri e madri alla continua ricerca di stimoli anche nei figli non sono in grado di offrirne. Come i figli non chiedono ai genitori di sorprenderli ogni momento, anche la famiglia non può pretendere che il bambino mostri quotidianamente chissà quale prodezza. Attendiamo, un po’ rassegnati, nuove notizie dalla cronaca.

La famiglia adolescente

Relativamente all’ “adolescente” sono stati scritti numerosi contributi rispetto alla centralità dei cambiamenti fisici, relazionali, sociali di questa fase dello sviluppo e su come tali mutamenti influenzino la crescita psicologica. Spesso l’adolescente è definito come colui che comincia a guardare oltre l’ambito familiare, distaccandosi dai legami genitoriali per provare a ricostruirli in modo diverso. A mio avviso questa affermazione è vera, anche se solo in parte. Infatti evidenze empiriche e cliniche, osservate “sul campo”, sottolineano che una buona parte dei processi trasformativi ed evolutivi tipici di questa fase hanno luogo in famiglia, coinvolgendola nella sua interezza.

 

Il raggiungimento dell’età adulta come sforzo collettivo

Il ruolo fondamentale della famiglia nel percorso adolescenziale si è reso evidente soprattutto negli ultimi anni, in rapporto ai cambiamenti economici e sociali attualmente in gioco nel nostro contesto culturale (povertà sempre più diffusa, crisi del mercato del lavoro, ecc.), che hanno prolungato la permanenza dei ragazzi nel nucleo familiare. Numerosi autori (Youniss 1985; Scabini, 1995) collegano la capacità di un adeguato sviluppo adolescenziale con la possibilità che la famiglia ha di accoglierlo. Infatti la trasformazione in questione non riguarda soltanto il singolo individuo ma l’intero sistema di relazioni in cui l’adolescente è inserito. I cambiamenti dell’adolescente non lasciano immutato il contesto familiare e la conflittualità che egli sperimenta tra bisogni di autonomia e protezione investono tutta la famiglia, esprimendosi attraverso varie forme di comunicazione verbale (silenzi, aumento dei conflitti, provocazioni, aggressività) e non verbale (modo di vestire, gestire gli spazi domestici, rapporto con il cibo, atteggiamento). Tali modalità di comportamento portano la famiglia a doversi riorganizzare ed a rinegoziare i legami reciproci. In modo più specifico possiamo dire che, nella fase adolescenziale, il sistema familiare è sottoposto all’azione di due “forze” contrapposte: una che spinge l’adolescente verso l’esterno, assecondandone il bisogno di autonomia, indipendenza ed individualità; un’altra forza invece muove verso l’interno, in direzione della coesione, del rafforzamento dei legami di dipendenza, attivata dal timore del cambiamento (Minuchin, 1974). Questo processo porta inevitabilmente ogni membro a “mettersi in gioco”, a ripensare le proprie funzioni all’interno della famiglia, a porsi domande sul futuro.

 

Parola d’ordine: flessibilità

Le due forze a cui la famiglia si trova potentemente assoggettata possono essere definite individualità e coesione. Con il concetto di individualità si fa riferimento all’affermazione di sé, intesa come capacità del singolo di mantenere un proprio punto di vista e di esplicitarlo, e alla separatezza, cioè la capacità di affermare la propria diversità dagli altri. La coesione, invece fa riferimento alla permeabilità, definita come la capacità di rispondere ai punti di vista degli altri, e la reciprocità, intesa come sensibilità e rispetto nel rapporto con i vari membri. La capacità della famiglia di stare in equilibrio tra questi due fattori definisce la qualità dell’ambiente educativo all’interno del quale l’adolescente cresce. Non a caso parliamo di flessibilità, in quanto la capacità di conciliare livelli moderati di individualità e coesione consente ai soggetti adolescenti di rendersi autonomi pur mantenendo un senso di appartenenza. Le condizioni maggiormente a rischio sono collegate a contesti familiari che si situano in posizioni estreme rispetto ai due poli: vale a dire le famiglie incentrate sulla coesione (definite “invischianti”) hanno fortissimi legami di dipendenza, tutti la pensano allo stesso modo, “tutto deve essere uguale per tutti” e non viene accettata la differenza; le famiglie marcatamente spostate sul lato dell’individualità (definite “disimpegnate”), invece, rendono complicato lo sviluppo di un senso di appartenenza ed i membri sono focalizzati esclusivamente su se stessi, con poche possibilità di influenza l’uno sull’altro. Una posizione flessibile consente all’adolescente, che si sta sperimentando nella società come entità adulta, di tornare nel nucleo familiare per confrontarsi con i modelli genitoriali senza paura di venirne frustrato. Come l’esperienza di tanti genitori ci può testimoniare, l’adolescente non accetta “di buon grado” la prospettiva genitoriale ma non per questo si deve correre il rischio di sentire il ruolo genitoriale come inutile.

 

Il conflitto come confronto positivo

In quest’ottica, il conflitto rispetto ai valori genitoriali può avere un significato altamente positivo. Nel momento in cui non si cronicizza creando immobilità, il conflitto diventa per l’adolescente un occasione per conoscere meglio se stesso, per confrontarsi con le idee dei genitori, definendosi ai loro occhi. Attraverso il conflitto l’adolescente ha la capacità di apprendere alcune fondamentali abilità sociali come la capacità di comunicazione, l’ascolto, la negoziazione dei punti di vista, l’elaborazione di strategie di soluzione dei problemi (problem solving). In particolare il conflitto assume un’accezione positiva nel momento in cui l’adolescente può sperimentare un senso di coesione relazionale, definita in termini di confidenza ed intimità. Le relazioni familiari prive di conflitto apparente possono essere indice di una conflittualità molto forte che rimane inespressa proprio per il timore di cambiamento che, inevitabilmente, ogni litigio suscita; a lungo andare questo tipo di evitamento del conflitto finisce per ostacolare il processo di individuazione dell’adolescente.

 

L’adolescenza dei figli e l’adolescenza dei genitori

All’interno dei processi relazionali familiari si agitano non solo i desideri, le paure, i bisogni e le aspettative dell’adolescente ma anche quelle dei genitori. Infatti l’adolescenza dei figli rimanda al genitore l’idea del tempo che passa e la fase di progettualità autonoma del ragazzo/a coincide spesso con un momento di bilancio all’interno della coppia. “Siamo stati una coppia adeguata? Genitori adeguati? Ci siamo realizzati in ambito professionale?”, sono domande frequenti per gli adulti in questo periodo di vita. Inoltre, nei genitori i cambiamenti dei figli fanno riaffiorare ricordi sulla propria adolescenza che sembravano sopiti, portandoli a rivedere i rapporti con i propri genitori, con conflitti anche di elevata intensità. Infine l’adolescenza dei figli è un occasione per entrambi i coniugi per ridefinirsi come coppia sessuata e non solo come coppia genitoriale. Marito e moglie si rendono conto che in futuro dovranno investire sempre di più in termini di sostegno reciproco e questo passaggio è estremamente difficoltoso per quegli adulti che si sono identificati soprattutto nel ruolo di genitori, svuotando di significato la coppia in sé. Appare dunque chiaro che l’adolescenza non coinvolge solo i figli e che i compiti di sviluppo riguardano l’intero nucleo familiare; per questo ci piace parlare di famiglia adolescente.

Costruzione dell’identità: modalità e possibili sviluppi in adolescenza

Continuo la carrellata di post riguardanti il periodo adolescenziale. In questo vorrei concentrarmi su  quello che, secondo Erikson (1980), è il compito evolutivo principale per l’adolescente, il suo dilemma cruciale, l’acquisizione di un identità autonoma, svincolata dalla famiglia. I numerosi cambiamenti (fisiologici, sociali, relazionali, cognitivi) di questa fase spingono l’adolescente verso una ridefinizione e riorganizzazione del proprio Sé rispetto a se stesso e agli altri, siano essi genitori, amici, o altre figure adulte. La ricerca psicoanalitica attribuisce tale ridefinizione del Sé a due dinamiche psicologiche fondamentali: la sperimentazione e l’identificazione.

La sperimentazione consente all’adolescente di testare se stesso in una miriade di ruoli e copioni sociali differenti, confrontandosi con le regole, le abilità necessarie, i valori presenti nei vari contesti. Questo consente alla persona di capire quali sono i suoi interessi, competenze, funzioni che è in grado di svolgere e gli interessa approfondire.

Parallelamente alle nuove esperienze le relazioni sociali si moltiplicano e di conseguenza si incrementano le occasioni di identificazione con le figure primarie oggetto di interesse e bisogno di emulazione. Alcune di queste sono relazioni reali con cui l’adolescente condivide esperienze altri sono rapporti immaginati, legami con personaggi a distanza ma non per questo meno significativi, come i personaggi dello spettacolo e dello sport. All’interno di queste relazioni il futuro adulto ha l’opportunità di identificarsi e di riconoscere negli altri elementi importanti che diventeranno aspetti della nuova identità. Non a caso è fondamentale che genitori, educatori, media siano particolarmente accorti nel fornire modelli funzionali positivi, in quanto finiscono inevitabilmente con il contaminare l’assetto della personalità in evoluzione.

E’ importante sottolineare che il processo di costruzione dell’identità non si conclude con una passiva scelta di un ruolo o di un modello piuttosto che di un altro, ma rappresenta il risultato di una sintesi quanto più originale ed espressiva delle diverse parti di cui l’adolescente ha avuto esperienza. Questo è un processo estremamente faticoso dal punto di vista emotivo per l’adolescente, in quanto, come ogni situazione che implica una scelta, la persona si trova di fronte alla necessità di elaborare la perdita di ciò che non è e non sarà. Inoltre la scelta rispetto all’ “essere”, alla capacità di rispondere alla fatidica domanda “Chi sono io?”, comporta inevitabilmente l’assunzione di una serie di responsabilità connesse all’onere di dover sostenere idee, valori e comportamenti divenuti propri.

In questo “cantiere aperto” giuoca un ruolo fondamentale il gruppo dei pari età che costituisce una sorta di laboratorio all’interno dei quale l’adolescente sperimenta se stesso, favorendo lo sviluppo di un’identità autonoma.

Utilizzando una metafora, forse desueta ma pur sempre efficace, possiamo pensare all’adolescenza come ad un rito di passaggio (basti ricordare che in molte culture extraeuropee l’adolescenza non esiste! il passaggio dall’infanzia all’età adulta avviene attraverso un rito) da una sponda all’altra di un fiume, dove il complesso traghettamento si risolve per tappe intermedie e che la buona riuscita non dipende soltanto dalla consistenza della zattera ma anche (soprattutto) dalle condizioni del fiume.a

Adolescenza e nuove strategie mentali: pensare il futuro

La maggior parte delle trattazioni cliniche sull’adolescenza si concentrano sui cambiamenti emotivi che caratterizzano questo periodo, in quanto le “tempeste affettive” tipiche di questa fase sono vissute, da educatori e familiari, con allarme. In realtà, non possiamo pensare all’adolescenza come una fase in cui i vari ambiti dello sviluppo funzionano a compartimenti stagni ma come un insieme di funzioni interagenti che si muovono in parallelo.

Le funzioni cognitive, intese come le modalità con cui un individuo costruisce la realtà e attribuisce significato al mondo che lo circonda, si intrecciano in modo indissolubile con le componenti affettive ed emotive. I cambiamenti nel modo di pensare influenzano le emozioni e viceversa.

Nel periodo adolescenziale si sviluppa quella forma di pensiero che Piaget (1982) definisce ipotetico deduttivo o formale: il soggetto, a partire dai 12 anni, comincia ad acquisire la capacità di ragionare in termini di ipotesi astratte puramente verbali, di formulare diverse alternative possibili e di dedurre le conseguenze implicate nelle ipotesi stesse. Mentre il bambino conosce la realtà attraverso operazioni concrete, prove ed errori ed imitazione di modelli, l’adolescente si relaziona al mondo non necessariamente attraverso il presente immediato ma mediante il possibile, il futuribile. In altri termini, il pensiero dell’individuo non rimane vincolato all’esperienza reale, si cimenta piuttosto in formulazioni di ipotesi sui vari aspetti del mondo. Tale capacità di pensare il possibile (Cigala e Zammuner, 2001) determina anche un ampliamento della prospettiva temporale della propria esperienza; per l’adolescente non esiste più solo il presente, prende consistenza anche la dimensione del futuro con tutte le componenti affettive estremamente potenti ad esso collegate: i desideri su cosa fare da adulti, le paure circa il fallimento, la sua capacità di adempiere alle aspettative proprie e degli altri, in particolare gli adulti per lui significativi. Nel contesto sociale, profondamente contaminato dalla crisi economica, il passaggio dalla figura dell’adolescente a quella di giovane adulto, avviene in modo sempre più lento e graduale. Il giovane adulto, infatti, mantiene sempre più spesso caratteristiche di dipendenza (economica e affettiva) e di indeterminatezza sempre più simili a quelle adolescenziali, rendendo il pensiero futuribile ricco di ansie e di precarietà. Per questo il futuro che l’adolescente di oggi si trova ad affrontare è spesso incerto e di difficile lettura, di conseguenza la sua progettualità non ha le caratteristiche di definitività e chiarezza, piuttosto diventa una progettualità flessibile, provvisoria fatta di tappe intermedie, una progettualità che richiede quindi un continuo monitoraggio. Tutti gli educatori (insegnanti, associazioni sportive e ricreative, genitori) che si trovano a lavorare con questo tipo di utenza devono avere ben presenti questi aspetti fondamentali per lo sviluppo dell’identità.

Adolescenza e funzione materna

Nello scorso post mi sono occupato del ruolo del padre nel delicato periodo adolescenziale, cercherò adesso, in modo sommario, di concentrarmi sulla controparte femminile della coppia genitoriale. Come abbiamo visto gli aspetti che hanno a che fare con la “matrice materna” (ascolto, attenzione, empatia, appoggio) hanno, nel contesto culturale attuale, in parte oscurato aspetti legati agli elementi più “duri” del continuum educativo (regole, obblighi, doveri, morale) storicamente appannaggio del padre, con conseguente femminilizzazione di quest’ultimo. Il radicale cambiamento sociale, iniziato con le rivolte studentesche degli anni ’70 e ’60 non ha modificato soltanto le istituzioni ma anche la struttura della famiglia italiana. Così come l’ambito scolastico si è trasformato in senso democratico, assistendo alla scomparsa di punizioni fisiche e morali, anche la coppia genitoriale ha seguito lo stesso iter. I padri hanno dunque abdicato al loro vecchio ruolo di difensori dell’ordine e dell’etica divenendo fedeli ascoltatori dei bisogni infantili in una posizione simil materna. Questo nuovo assetto ha creato famiglie sempre più incentrate sul concetto di benessere della coppia e del bambino, sulla necessità di sviluppo delle specifiche caratteristiche di ciascun membro della famiglia ma allo stesso tempo ha generato coppie più deboli (non a caso il numero delle separazioni è quadruplicato nell’arco di 30 anni) e bambini/adolescenti sempre più a rischio.

In questo post mi concentrerò su tre delicate tappe del percorso evolutivo del bambino/adolescente viste dalla prospettiva della madre. Ciascuno di questi momenti evolutivi del figlio (preadolescenza, adolescenza, inizio dell’età adulta) crea specifici conflitti nella madre che, se non gestiti, possono ostacolare il processo di separazione dell’adolescente dalla famiglia, vero obiettivo del processo di sviluppo in questa fase della vita.

Il preadolescente; la preadolescenza è il periodo che si colloca tra gli 11 e 14 anni il quale è caratterizzato da intensi cambiamenti fisici e biologici che riguardano il corpo dell’ex infante. Spesso le madri vivono questo periodo con una rilevante quota di angoscia, in quanto il bambino sta diventando ragazzo, è in trasformazione e non sanno immaginare quali cambiamenti le attendono. Diviene importante che la madre accetti le sperimentazioni che il nuovo corpo dell’adolescente richiede, siano esse fisiche o sessuali, proprio per non “bloccare” la fase di ricerca nel figlio, anch’essa estremamente complessa e difficile.

L’adolescenza; in questa fase il corpo ha quasi concluso il suo sviluppo e la madre si trova a dover ricontrattare il suo ruolo decisionale nella vita del figlio. I bisogni sociali, la fame di amicizie, la necessità di allontanarsi quanto più possibile dal grembo materno, sono elementi imprescindibili per uno sviluppo “sano” ma allo stesso tempo rappresentano una delle principali fonti di ansia per le madri che vedono sfuggire i loro figli. Le potenti paure che il figlio non venga riconosciuto all’altezza delle competenze che la famiglia gli attribuisce, in particolare in ambiti come la scuola o lo sport, oppure che questi si lasci “traviare” dai modelli culturali attuali vissuti sempre con timore in quanto estranei, devono essere gestite con cautela.

Il giovane adulto; spesso in questa fase la preoccupazione materna è relativa alla scelta del partner sessuale. Sarà all’altezza di mio figlio/a? Riuscirà ad occuparsi di lui/lei come ho fatto io? Me lo porterà via definitivamente? La maggiore o minore accoglienza della coppia genitoriale rispetto alla neo-coppia è fondamentale nel percorso di separazione del figlio.

Certamente la descrizione qui riportata è breve e sommaria ma in parte ci consente di capire come la riuscita del processo di crescita non riguardi soltanto le caratteristiche caratteriali dell’adolescente ma anche la trama di relazioni familiari (materne e paterne) in cui è inserito.

Adolescenti e funzione paterna

Vorrei iniziare una serie di post che hanno come oggetto il tema dell’adolescenza, affrontato da ottiche diverse. Questo mio interesse deriva da alcuni recenti incontri in ambito clinico proprio con questa tipologia di “clienti”. Le domande spesso mi arrivano di “rinterzo” in quanto, anche se non sempre, sono i genitori preoccupati quelli con cui ho il primo contatto. Qui si aprire, inevitabilmente, un dilemma: chi ha bisogno della consulenza? L’adolescente? Il genitore? L’intero nucleo familiare? La risposta, come sempre nelle questioni psicologiche, non è univoca. Quindi dipende. Dipende dalle risorse dei singoli membri. Dipende dalla disponibilità a mettersi in gioco. Dipende dalle motivazioni con cui il problema viene raccontato. Quello che è certo è che le problematiche adolescenziali non sono mai solo adolescenziali ma riguardano tutti gli attori in gioco dato che l’adolescenza è il periodo di crisi per antonomasia e le crisi coinvolgono tutti.

In questo post vorrei occuparmi della funzione paterna. Come evidenziato da numerosi altri esperti nel campo delle relazioni familiari attualmente la funzione paterna è in crisi; e si tratta di una crisi di identità. Chi è il padre oggi? Certamente negli ultimi vent’anni la rappresentazione del “padre autoritario” si è annacquata. La funzione del padre che trasmette, senza discussioni, valori etici e morali appartenenti alla sua generazione con i quali il figlio “deve” identificarsi, se non vuole incorrere in terribili sanzioni, è tramontata. Oggi il padre è un padre empatico, femminilizzato, attento non tanto alla trasmissione di regole ma alla crescita del figlio sulla base delle sue peculiarità. E’ il dialogo a farla da padrone. Sono diventati i principi materni la via da seguire.

Non è che questo sia un problema in sé. Indubbiamente il dialogo, il confronto, l’accettazione dell’altro per quello che è, rappresentano anche un vantaggio per la crescita. Tuttavia questo stile educativo, che potremmo definire “democratico in senso assoluto” nasconde anche delle “trappole”. Spesso nella pratica clinica si trovano tipologie di padri “assenti” o “deboli” o “gelosi”, perché eclissati dalle madri, culturalmente più abili in questa funzione di sostegno empatico e accettante. La crisi paterna finisce dunque per incrociarsi in modo devastante con quella del figlio adolescente, creando una sorta di tempesta perfetta in seno alla famiglia. L’adolescente rimprovera il padre di non essere stato punto di riferimento in un momento in cui ha bisogno di punti di riferimento “interni” per potersi incamminare lungo la strada dell’adultità.

E’ per questo che spesso il successo terapeutico, nelle problematiche adolescenziali, si ottiene nel momento in cui è possibile coinvolgere il padre nell’ecosistema di vita del figlio. Nel momento in cui il padre riesce ad essere autorevole (non necessariamente autoritario) strumento di separazione tra l’adolescente e la vita infantile, in cui l’accettazione e la protezione è totale, allora diviene possibile un buon percorso di sviluppo.