Touch Generation. Infanzia, scuola e social network.

I computer danno esattamente quello che gli è stato immesso; se futilità immettiamo, futilità otterremo

Richard Bandler, 1992

 

Il mondo degli adolescenti odierni, spesso denominati nativi digitali (termine già mutato in touch generation, grazie alla nuova tecnologia touch screen), pone delle nuove questioni rispetto ai processi di apprendimento e della socializzazione.

I primi ad essere allarmati dalla diffusione di Internet sono i genitori; tuttavia, se riflettiamo, risulta evidente un potente paradosso; la maggior parte degli strumenti tecnologici nella mani dei giovani sono regalati dai genitori stessi. Un esempio sono i telefonini, offerti sempre più precocemente anche a bambini delle scuole elementari, per permettere a padri e madri di superare una preoccupazione più grande di quella rappresentata dalla troppa tecnologia: rinunciare a rimanere “sempre” in contatto con i figli.

L’altra istituzione, oltre quella familiare, che avanza con più forza perplessità di fronte all’invasione del cyberspazio è la scuola. Nonostante l’anima “new age”, rappresentata da alcuni insegnanti, spesso più giovani e favorevoli all’ingresso delle nuove tecnologie nei processi di apprendimento, la maggior parte del personale scolastico guarda agli ultimi strumenti della tecnica con sospetto. Questo può essere un grave rischio per la scuola nel nostro momento storico, dato che essa può rappresentare un ottimo mediatore per un uso più complesso del web, che non sia quello aggiornato ma superficiale di Wikipedia.

Più che schermare la scuola con l’idea che i ragazzi si concentrano di più se “isolati” dal resto del mondo, bisognerebbe prevedere interventi creativi di modernizzazione che aprano l’istituzione ai nuovi strumenti in modo da renderla più vicina ai ragazzi.

Questo non significa sostenere le nuove tecnologie tout court, oppure dividersi in fautori e conservatori. Ritengo che un atteggiamento “proibizionista” senza pensiero sia deleterio. I ragazzi di oggi, contrariamente a quanto è stato scritto per anni, non sono indifferenti. L’indifferenza è la reazione ad una relazione che non riesce ad attivare motivazioni. Il compito degli educatori (genitori ed insegnanti) è proprio quello di accendere l’attenzione dei ragazzi e questo non può che essere fatto “giocando nel loro campo”, quindi sfruttando le potenzialità, anche educative, del mondo virtuale. L’errore, come evidenziato in precedenza, sarebbe quello di considerare il web come “nemico”, perdendo un potente alleato nella costruzione di un rapporto con bambini ed adolescenti, sempre meno disposti a seguire gli adulti in modo compiacente.

Come è emerso da una recente ricerca effettuata dal Dipartimento di Sociologia dell’università di Milano Bicocca (http://www.vocidimilano.it/articolo/lstp/42684/) i ragazzi usano internet con uno scarso livello di consapevolezza, nonostante la grande quantità di tempo passato on line. Aiutarli ad utilizzare il web può essere un obiettivo importante. Spesso, infatti, gli allarmismi sono legati all’ignoranza di chi ha scarsa dimestichezza con questi strumenti e pensa che possano portare solamente ad un ritiro sociale e ad un disagio. Con questo non vogliamo sottovalutare il problema della troppa esposizione al web, che è presente e potenzialmente pericoloso; non a caso, si parla con sempre maggiore frequenza di “dipendenze non chimiche”, intese come le tossicodipendenze senza sostanza legate all’uso senza freni di internet, videogiochi, videopoker, ecc.

Probabilmente piuttosto che generalizzare dovremmo capire, per ogni singolo caso, che significato ha l’uso dei videogames e dei social network, provando a comprendere quando questo utilizzo compie funzioni a sostegno dei compiti evolutivi e quando si intravedono invece segnali preoccupanti. Secondo un indagine compiuto dallo psicologo Matteo Lancini (Università di Milano, 2011), sono proprio gli adolescenti che non usano mai social network e Sms ad avere più problemi relazionali.

Senza banalizzare i rischi (che in caso di eccessiva esposizione all’uso di mezzi virtuali sono numerosi) è importante tener conto degli aspetti educativi che la tecnologia mette a disposizione, come esperienza importante nel processo di crescita e di manutenzione delle relazioni del giovane odierno.

Psicologia scolastica

Seguendo la scia del post lanciato ieri, vorrei occuparmi dello psicologo scolastico. Oggi lo psicologo a scuola non è una risorsa “scontata” di cui gli istituti possono servirsi. Non è una figura stabile dentro l’organizzazione; anzi, considerando lo stato in cui versa la scuola italiana attualmente, possiamo considerarlo una rarità. Non vogliamo, tuttavia, in questo breve post aprire una questione sulla scarsità di risorse e progetti “intelligenti” all’interno della scuola pubblica, che indirettamente colpisce un settore della psicologia, quella scolastica, che è in crisi, quanto piuttosto chiederci quali possono essere le linee guida da seguire per lo psicologo.

Attualmente la funzione dello psicologo scolastico è sempre più confinata all’interno della diagnosi dei disturbi d’apprendimento (DSA) o di interventi più o meno individuali per la prevenzione del bullismo. Questa azione è a nostro avviso estremamente limitante ed ancorata ad una visione dei problemi psicologici come il prodotto di conflitti interni alla persona. Riteniamo invece che il bullismo così come la gestione di bambini o pre-adolescenti/adolescenti con difficoltà di apprendimento sia il risultato di complesse rappresentazioni collettive che nascono all’interno del gruppo classe a cui partecipano anche le insegnanti. Lo psicologo più che focalizzare la sua azione su programmi di recupero per bambini considerati intrinsecamente disabili o con problemi di condotta “caratteriali”, a nostro avviso dovrebbe concentrarsi sulle dinamiche relazionali e di gruppo che spesso generano e mantengono i disagi. Quindi formazione all’insegnanti, interventi sull’equipe di professori e maestri e progetti che riguardano il gruppo classe più che i singoli bambini dovrebbero essere la strada da seguire.

 

DSA. Una riflessione

Negli ultimi anni nelle scuole elementari e medie abbiamo assistito ad un aumento esponenziale delle diagnosi di Disturbi Specifici dell’Apprendimento, DSA. All’interno di questa macrocategoria rientrano una serie di disturbi che hanno a che fare con le abilità scolastiche come la dislessia (difficoltà nella lettura), la discalculia (disturbo nella capacità di calcolo) e la disgrafia (difficoltà nell’espressione scritta). Numerosi e sofisticati test sono stati elaborati da colleghi per la diagnosi di tali disfunzioni la cui “individuazione” è diventata così sempre più precoce. Accanto all’utilità che un’accurata diagnosi di questo tipo può avere ci preme segnalare una serie di controindicazioni. I bambini in cui vengono individuate tali difficoltà spesso finiscono con l’ottenere una certificazione, rilasciata dai Servizi SMIA (Salute Mentale Infanzia e Adolescenza) e Neuropsichiatria Infantile, che gli permette di usufruire di un insegnante di sostegno all’interno delle classe nonché di un programma personalizzato, differenziato, volto al perseguimento di “obiettivi minimi”. A nostro avviso le ripercussioni di tali “attenzioni” sulla psicologia del bambino in sviluppo possono rivelarsi particolarmente dannose. Infatti spesso si genera un circolo vizioso per cui insegnanti e compagni tendono ad aspettarsi “sempre meno” dall’interessato in quanto portatore di un deficit irrisolvibile. Nel momento in cui gli altri perdono la fiducia nelle possibilità di cambiamento del bambino anche lui tenderà a fare lo stesso. Questo contribuisce a ridurre le possibilità di un recupero “vero” del problema oltre che a danneggiare l’autostima e lo sviluppo del “Sé” del fanciullo.

Inoltre la presenza del deficit genera “promozioni compiacenti” da parte dell’insegnanti che accettano di buon grado che il bambino produca nulla o quasi dato che la malattia non lo permette. Questo finisce con il generare bambini e poi adolescenti sempre più demotivati allo studio, in quanto nessuno si aspetta più niente da loro, con la consapevolezza che comunque la loro promozione è assicurata.

Salvo i casi in cui il deficit è evidente e fortemente invalidante ci domandiamo a chi servono davvero tutte queste certificazioni. Ai bambini forse no.