Sessuologo: quando iniziare una terapia sessuale breve

Il sessuologo è il professionista che si occupa dei disturbi sessuali e delle parafilie (le vecchie “perversioni”). Può essere psicologo o medico, quello che è importante è che abbia compiuto degli studi specifici in merito. La sua funzione è quella di diagnosticare la tipologia del problema portato (se si tratta di un disturbo del desiderio, dell’eccitamento o dell’orgasmo) ed impostare una terapia atta a risolverlo. La mia esperienza sul campo, tuttavia, mi porta a pensare che le terapie sessuali “brevi“, che utilizzo con buon successo, possono essere impiegate solo con alcuni tipi di persone.

Terapia sessuale breve, quali circostanze

Vi sono pochi dubbi riguardo al fatto che certi pazienti potranno trarre beneficio da un intervento centrato sul sintomo (impotenza, anorgasmia, eiaculazione precoce). Infatti, un sessuologo possiede una gamma di “tecniche” da applicare al singolo individuo o alla coppia, che hanno come obiettivo la riduzione della sintomatologia. Recenti studi evidenziano come l’efficacia di questa tipologia di intervento varia dal 50 all’80%. Tuttavia, il fatto che ci sia una fetta importante di persone che non riesce ad usufruire di un intervento puramente tecnico di breve durata ci pone importanti interrogativi.

Quello che risulta evidente agli “addetti ai lavori” è che le terapie brevi (7/8 sedute circa) sono efficaci in soggetti con una struttura solida, che vivono un rapporto di coppia sufficientemente equilibrato e che non hanno altri sintomi se non un ansia da prestazione connessa con standard elevati e/o distorti su come dovrebbe essere un rapporto sessuale. La psiche di queste persone è adeguatamente allenata ad affrontare lo stress e non necessita primariamente di un percorso lungo finalizzato ad esplorare aspetti più profondi.

Il sessuologo e la psicoterapia

Ci sono situazioni, per altro frequenti, in cui il sessuologo è costretto a ripiegare su tipologie di intervento più vicine alla psicoterapia. Si tratta della cura di quelle persone in cui il sintomo sessuale è solo la punta dell’iceberg. In tali soggetti la problematica sessuale può essere una “falsa traccia” per distrarre il professionista da altri problemi assai più gravi ed urgenti. In alcune situazioni la sessualità con i suoi disagi diventa una sorta di contenitore di difficoltà coniugali, personali o familiari che sono causa e non conseguenza della disfunzione sessuale. Dunque, quelle persone i cui problemi sessuali sono associati a disturbi di personalità (ad esempio, disturbo di personalità borderline o narcisistico) o a gravi sintomatologie ansiose e dell’umore (ad esempio, attacchi di panico o depressione) non trarranno beneficio da una terapia focalizzata breve e non dovrebbero essere trattati primariamente con questa forma di intervento.

Il sessuologo e la coppia

Se la persona che si rivolge al sessuologo vive all’interno di una relazione di coppia stabile e duratura, ritengo sia di fondamentale importanza coinvolgere entrambi i partner. Anche in questo caso però la terapia sessuale breve è opportuna solo in presenza di coppie sufficientemente armoniose e “funzionanti”. Coppie caratterizzate da un grado elevato di conflittualità o con sentimenti cronici di amarezza e frustrazione reciproca non sono adatte ad un intervento breve ma necessitano di una presa in carico ad ampio respiro che tenga conto dei vari aspetti di una relazione a due. A questo proposito è interessante notare che  quando il Viagra (Sidenafil) fu lanciato sul mercato americano, la salita alle stelle per gli uomini con disfunzione erettile portò alla luce una varietà di problemi coniugali nelle coppie, che avevano raggiunto un equilibrio stabile sul piano fisico ed emotivo proprio grazie al sintomo sessuale.

Il trattamento dei sintomi sessuali deve pertanto essere altamente individualizzato e basato su un’attenta analisi clinica/psicologica, che non può prescindere anche da una valutazione organica la quale escluda problemi di tipo medico.

Dipendenza dal porno, quali caratteristiche?

il punto terminale di ogni dipendenza è ciò che viene chiamato dannazione

Wystan Hugh Auden, 1952

 

La pornografia rappresenta un argomento controverso. Alcuni le attribuiscono un significato positivo definendola una sorta di mezzo iniziatico per la sessualità adolescenziale; altri la contrastano aspramente, assumendo un punto di vista etico, anche rispetto al significato che il ruolo della donna (trasformata in “oggetto” sessuale) assume al suo interno.

Da un “versante” psicologico, possiamo dire che se è possibile che un contatto sporadico con la pornografia costituisca un primo utile accostamento alla sessualità, un ricorso eccessivo ad essa può rivelarsi deleterio, in quanto non solo contribuisce alla costruzione di una visione distorta della sessualità, ma può anche favorire l’instaurarsi di un comportamento patologico di fruizione di questo materiale.

 

Anche da un punto di vista clinico non c’è uniformità di vedute intorno alla pornodipendenza da internet: secondo alcuni studiosi essa rientrerebbe all’interno dei Disturbi da Controllo degli Impulsi, le cui caratteristiche principali sono l’impulsività e la perdita di controllo di fronte ad alcuni stimoli specifici; altri autori sottolineano l’aspetto ossessivo del problema, quindi le continue “rimuginazioni” mentali intorno al tema pornografico; secondo diversi psicologi invece l’abuso di materiale cyberpornografico rientrerebbe nella categoria delle dipendenze, avendo molti aspetti in comune con la “più celebre” dipendenza da sostanze psicotrope.

 

Quest’ultima prospettiva è quella maggiormente condivisa dagli addetti ai lavori; possiamo definire la pornodipendenza come una dipendenza comportamentale (è il comportamento masturbatore ad essere reiterato) anche se mantiene tutte le caratteristiche di una dipendenza da sostanze. Cerchiamo di definire quali sono i punti in comune.

In primo luogo l’assoluta centralità dell’elemento da cui si dipende, dove il sesso su internet diventa l’abitudine prioritaria della vita di una persona.

In secondo luogo la modificazione del tono dell’umore, con frequenti oscillazioni tra euforia e tristezza.

Un terzo fattore è la tolleranza, che implica la necessità di ricorrere al cybersesso in quantità sempre maggiori per ottenere lo stesso livello di soddisfacimento.

Infine, un altro elemento in comune è la facilità nella ricadute; infatti, come nel caso delle sostanze psicoattive, è molto facile dopo un periodo di sospensione ritornare a livelli “patologici” di consumo.

 

Le cause della pornodipendenza possono riguardare due ordini di fattori. Sicuramente centrale è il ruolo dello strumento mediatico su cui si fonda, internet. Infatti il web consente ai fruitori sia facilità di accesso che anonimato, rendendo la pornografia on-line molto più pericolosa e facilitante, in termini di dipendenza, rispetto alla pornografia ordinaria; proprio in virtù di questo si parla di potenzialità psicopatologica della rete. Tuttavia, è necessario sottolineare che non sono le nuove tecnologie all’origine delle patologie ma l’uso che ne facciamo.

Altri fattori associati allo sviluppo della pornodipendenza sono i tratti di personalità; sebbene non sia possibile tracciare un identikit del futuro dipendente è stato evidenziato come traumi (quali abusi fisici e sessuali), stress familiare e/o sociale, atteggiamenti nevrotici, siano strettamente connessi con la pornodipendenza.

 

Per quanto riguarda l’entità del fenomeno “dipendenza” i dati a disposizione sono pochi; la certezza è che la prevalenza sia maschile (anche se le donne non mancano), tuttavia, sia la scarsità di ricerche in quest’ambito, sia la difficoltà delle persone  a rivolgersi presso centri di salute mentale (a causa del forte imbarazzo che purtroppo concerne la maggior parte dei problemi che riguardano la sessualità), rende difficile poter effettuare una stima attendibile.

Un discorso a parte merita il riferimento a bambini ed adolescenti. I bambini dell’attuale generazione si trovano a crescere all’interno di un contesto sociale in cui l’accesso ad internet è ubiquitario; questo fa si che per loro è sempre più facile incappare accidentalmente in siti pornografici, molto prima che la “tempesta ormonale” adolescenziale si faccia sentire. Inoltre, nel tentativo di ampliare il target di mercato, i pornografi stanno creando vere e proprie trappole virtuali ai naviganti “in erba”, ad esempio collegando pagine web pornografiche a siti “innocui”.

Infine, l’adolescenza costituisce un terreno fertile per lo sviluppo della cyberdipendenza, anche perché questa fase della vita è caratterizzata dallo sviluppo di comportamenti a rischio. Inoltre l’uso smodato di materiale pornografico, oltre a contribuire ad una percezione alterata della sessualità, può favorire un’eccessiva erotizzazione della sfera relazionale, orientando i giovani adulti verso rapporti incentrati unicamente al soddisfacimento del piacere sessuale.

Desiderio Sessuale: quali disturbi?

I disturbi del desiderio sessuale

I disturbi del desiderio sessuale sono delle disfunzioni sessuali, sia maschili che femminili, in continuo e costante aumento. Moltissime persone ad un certo punto della loro vita, per motivazione apparentemente sconosciute a loro stesse ed al loro partner, riducono, fino al totale scomparire, la loro vita sessuale, l’autoerotismo e la produzione di immaginario a contenuto erotico.

Quando il soggetto che ne soffre vive all’interno di una relazione, ovviamente il disturbo assume una dimensione di maggiore entità, in quanto lo scarso desiderio sessuale, non corrisponde al desiderio sessuale del partner, creando spesso dissapori, conflitti, litigi, rabbia e crisi di coppia.

I disturbi del desiderio sessuale sono principalmente due: quello ipoattivo e quello da avversione sessuale.

La caratteristica fondamentale del disturbo da desiderio sessuale ipoattivo è l’insufficienza o l’assenza di fantasie sessuali e del desiderio di attività sessuale. Questo scarso desiderio può essere globale e includere tutte le forme di espressione sessuale, oppure può essere situazionali se è limitato ad un partner o ad una attività sessuale specifica. Il disturbo, inoltre, può essere secondario ad altre disfunzioni sessuali e/o a disturbi mentali o può essere indotto da sostanze, alcol o farmaci.

Chi soffre di desiderio sessuale ipoattivo ha una scarsa motivazione a ricercare stimoli, non prende l’iniziativa sessuale (non è procettivo) ma è solitamente recettivo, cioè, se stimolato adeguatamente accetta l’offerta sessuale e ne gode adeguatamente o, nel caso peggiore, non prova un grande piacere ma comunque non esperisce emozioni negative in proposito. Sebbene il numero delle esperienze sessuali sia di solito scarso, la pressione da parte del partner oppure i bisogni non sessuali (per es., di conforto fisico o di intimità) possono aumentare la frequenza degli incontri sessuali.

Il disturbo da avversione sessuale, invece, è caratterizzato dall’attivo evitamento del contatto sessuale genitale con un partner sessuale. Il soggetto riferisce ansia, timore o disgusto quando si trova di fronte ad una opportunità sessuale con un partner. L’avversione al contatto genitale può essere focalizzata su un particolare aspetto dell’esperienza sessuale (per es. secrezioni genitali, penetrazione vaginale) o essere globale nel senso che si prova una repulsione generalizzata verso qualsiasi tipo di stimolo sessuale, inclusi baci e accarezzamenti. L’intensità della reazione del soggetto esposto allo stimolo che produce avversione può variare da un’ansia moderata, con mancanza di piacere, ad un’estrema sofferenza psicologica.

A differenza del paziente con desiderio sessuale ipoattivo, il paziente con avversione sessuale non è né procettivo né recettivo e prova avversione e disgusto, o paura, per tutto ciò che è sessualmente connotato (anche solo in immaginazione).

Le cause immediate dei disturbi del desiderio sono attribuibili ad un processo di apprendimento disfunzionale. Nel caso del disturbo da desiderio ipoattivo l’ansia da prestazione (o paura delfallimento) lega i sentimenti e le sensazioni sessuali a precedenti timori di perdite. Quest’ansia si presenta all’inizio della risposta sessuale, quando il soggetto anticipa il pensiero del sesso, da cui si difende sopprimendolo tramite elaborazione dei pensieri antagonisti negativi. L’ansia da prestazione può essere generata da fattori individuali che riguardano uno solo dei due partner (forti convinzioni religiose, una personalità ossessivo-compulsiva, disturbi dell’identità di genere, specifiche fobie sessuali, paura della gravidanza, sindrome del vedovo, preoccupazioni per l’invecchiamento, fattori legati allo stile di vita come stress e affaticamento) oppure da fattori relazionali (mancanza di attrazione verso il partner, scarse abilità sessuali del partner, differenza circa il grado di vicinanza ottimale reciproca, conflitti coniugali, incapacità di fondere i sentimenti di amore con il desiderio sessuale).

Per quello che riguarda il disturbo da avversione sessuale l’ansia è legata ad una fobia per il sesso. Essa viene associata, più o meno casualmente, ad aspetti specifici della sessualità e/o del rapporto sessuale. Una volta che la reazione d’ansia si è condizionata a certi stimoli sessuali, la persona tende ad evitare questi ultimi ogni volta che si presentano, allo scopo di non provare l’attivazione ansiosa che viene percepita come soggettivamente spiacevole. I condizionamenti originari che scaturiscono da questa associazione possono avere diverse origini: atteggiamenti genitoriali negativi verso il sesso, influenze culturali, traumi sessuali (stupro), costanti pressioni subite nel corso di una relazione protrattasi a lungo, confusione circa la propria identità sessuale.

Disturbi dell’orgasmo femminile

Disturbi dell'orgasmo femminile

Con la denominazione “disturbi dell’orgasmo femminile” (viene utilizzato anche il termine “anorgasmia”) si intende quella condizione clinica che impedisce al soggetto di arrivare al piacere durante l’atto sessuale, nonostante siano state effettuate adeguate manovre di eccitazione. I disturbi dell’orgasmo femminile rappresentano un terreno di discussione medica estremamente complesso, riguardo al quale sono diffuse non poche incertezze, a causa delle informazioni fuorvianti diffuse da alcuni mezzi mediatici per nulla specialistici.

Le cause di questa sfera di disturbi possono essere innanzitutto divise in due branche: quella psicologica e quella biologica.

Quando si parla dell’eziologia delle cause psicologiche dell’anorgasmia femminile, si individuano diversi fattori causanti. Uno tra tutti è l’ansia, che può essere a sua volta collegata ad altri aspetti.

Quali?

Si tratta di una risposta che si può dare in maniera assolutamente generale, dal momento che ogni singolo caso ha una storia personale. Però, in linea di massima, è possibile individuare alcuni punti comuni. Tra questi si può ricordare la presenza di eventuali abusi sessuali durante l’infanzia o l’adolescenza, oppure un’educazione restrittiva per quanto riguarda la sfera sessuale sia a livello teorico, sia a livello pratico.

In assenza di particolari patologie fisiche, l’ansia può portare il soggetto femminile a essere protagonista dell’insorgere di un controllo involontario, che raggiunge livelli estremi. Livelli tale da non permettere alla donna di abbandonarsi al contesto emozionale creato dalla situazione che è il rapporto sessuale, a causa di una barriera difensiva eretta al fine di non mostrare nulla di quello che fa parte delle sue reazioni.

Questa forma esasperata di autocontrollo può trasferirsi, in alcuni casi, anche nei preliminari, che per molte coppie rappresentano un momento di estrema importanza dell’atto sessuale. Inficiare la fase dei preliminari può voler significare l’inibizione dell’immaginario erotico, e l’incapacità di abbandonarsi anche a pratiche di autoerotismo o di eccitazione da parte del partner.

In questo caso, uno dei metodi più utilizzati per portare la paziente alla guarigione è la terapia cognitivo – comportamentale. L’obiettivo di tale percorso terapeutico (che viene comunque adattato alle esigenze di ogni singola paziente) è, in linee generali, quello di guidare la donna a un rapporto libero con le sue sensazioni. L’iter di cura si divide in diverse fasi: la partenza è dedicata alla guida della paziente nella conoscenza del suo corpo, i passi successivi, invece, sono sostanzialmente mirati al ripristino di un tono muscolare vaginale che possa far sì che venga sopportata la penetrazione. L’anorgasmia legata a stati psicologici o psichici porta infatti spesso a una contrazione estrema dei muscoli vaginali, situazione che può essere causa di un forte dolore nel momento della penetrazione.

Per quanto riguarda invece la patogenesi delle cause fisiche e biologiche, possono essere individuati diversi punti in comune tra i soggetti che lamentano disturbi dell’orgasmo.

Prima di tutto è bene ricordare che un ruolo molto importante è giocato dall’assunzione di sostanze stupefacenti, psicofarmaci, ormoni. In particolare la categoria degli oppioidi risulterebbe particolarmente dannosa: gli studi clinici effettuati sulle donne che li hanno assunti per lungo tempo hanno portato in luce una grande frequenza nell’insorgenza sia di disturbi dell’orgasmo, sia di pesanti irregolarità nel ciclo mestruale.

Un’altra delle cause biologiche dell’anorgasmia femminile è individuata nell’insufficiente irrorazione ematica della zona genitale. Questa condizione, abbastanza simile alla disfunzione erettile maschile per quanto riguarda le basi fisiche, è stata ufficialmente teorizzata nel 1998 dai sessuologi Irwin Goldstein e Jennifer Barman (fondatrice della prima clinica dedicata alle disfunzioni sessuali femminili), i padri della pillola rosa.

Questa condizione di insufficiente irrorazione può essere effettiva causa impediente durante quello che è il momento introduttivo della seconda fase dell’intero processo orgasmico, ossia il plateau. Per far sì che questa fase avvenga, è necessario che il flusso ematico porti a un allungamento del canale vaginale, condizione che rappresenta il passo appena precedente la fase culminante del piacere.

Una terza causa dell’anorgasmia può essere ricondotta a una tonicità effettivamente scarsa dei muscoli vaginali, il che può far conseguire effettivi episodi di contrazione durante il processo della penetrazione.

Il disturbo dell’orgasmo femminile è un problema molto diffuso. Alcuni studi clinici effettuati in questi anni hanno portato alla luce un numero sempre crescente di donne che lamentano questa disfunzione, accompagnata da una sostanziale incapacità di comunicare la propria condizione al partner (molto spesso a causa dell’imbarazzo provato). Un problema che ha radici in diversi terreni, uno su tutti quello culturale, e che è necessario affrontare con gli strumenti clinici giusti, facendo il primo e importantissimo passo che è la consultazione di uno specialista.

Abuso sessuale intrafamiliare. Caratteristiche generali dell’incesto

abusoGli aspetti cruciali riguardanti l’abuso sessuale intrafamiliare, sono tanti: l’ampia diffusione del fenomeno ancora poco conosciuta; la necessità di contenere l’impatto traumatico manifestando l’accaduto; la complessità e specificità richiesta nella valutazione; il silenzio da parte del minore che ne è vittima, spinto al segreto e alla negazione; le false dichiarazioni di abuso; l’integrazione tra aspetti giuridici e l’impatto psicologico traumatico nella valutazione. A dispetto della sua importanza, possiamo affermare che poche sono le ricerche, sia europee che italiane, effettuate per cogliere la peculiarità del fenomeno. Cerchiamo qui di effettuarne un sunto.

La maggior parte degli esperti è concorde nell’affermare che i casi denunciati rappresentino soltanto un 10/15% degli avvenimenti totali; la letteratura specialistica anglosassone presenta, a conferma di quanto detto, statistiche allarmanti: il 10/30% delle femmine ed il 2/9% dei maschi sarebbe stato vittima di abusi sessuali prima dei 18 anni, e di questi solo il 20% sarebbe avvenuto fuori dalla famiglia.

I familiari abusanti sono uomini nella quasi totalità dei casi; le donne sono rare e per lo più partecipano all’abuso con il partner.La maggior parte degli adulti perpetra la violenza con assoluta segretezza: non ne parlano con nessuno e non coinvolgano altre persone. Raramente l’abuso sessuale infantile acquista caratteristiche di gruppo, contrariamente per quanto avviene nei reati compiuti sulle donne, in cui le violenze di gruppo sono frequenti. Nella maggior parte dei casi le persone abusanti non presentano patologie psichiatriche; contrariamente al pensiero comune, l’incesto si consuma all’interno dell’area della normalità psichica, con persone “capaci di intendere e volere”. In ogni caso molti degli adulti che mettono in atto questo comportamento sono stati a loro volta abusati nel corso dell’infanzia o, comunque, hanno vissuto in un clima familiare deteriorato ed incentrato sulla trascuratezza da parte dei genitori.

A questo proposito, alcuni psicologi hanno elaborato la teoria dell’ “abusatore abusato”, secondo la quale il soggetto adulto replica la vittimizzazione subita da bambino, ottenendo un trionfo proprio da ciò in cui nell’infanzia era stato vittima; si tratterebbe di un atto di vendetta mediante cui il passato viene cancellato e trasformato in “vittoria”.

Per quanto riguarda il contesto in cui l’abuso avviene, possiamo dire che colpisce in eguale misura tutte le classi sociali e che variabili come l’etnia, il livello culturale, l’origine geografica, non incidono. Un elemento che invece rappresenta un forte fattore di rischio è la presenza di un patrigno.

La maggior parte degli autori è concorde nel ritenere che il contesto familiare in cui l’abuso si verifica è “interamente disfunzionale”. Questo significa che la famiglia è problematica non solo nella persona che commette il reato ma nella sua totalità, in quanto gruppo con regole, comportamenti, modalità comunicative, nettamente contrastanti con i bisogni e gli interessi dei minori. Quanto detto non è immediatamente visibile all’osservatore esterno; molti nuclei familiari mostrano un’apparenza normale, dietro la quale celano squilibri e conflittualità anche molto intensi, che solo lo svelamento dell’incesto può rendere evidenti. A questo proposito può essere interessante notare che nei casi in cui l’abuso sessuale è stato compiuto dal padre convivente con la madre, quest’ultima non riesce ma i proteggere il minore dalla violenza, né prima né dopo la scoperta dell’incesto, ma anzi collabora sempre, attivamente o passivamente, consciamente o inconsciamente, al maltrattamento, negandolo o coprendolo, anche di fronte all’evidenza. Questo ci permette di comprendere la gravità psicologica che tale evento assume per la vittima, la quale perde contemporaneamente la fiducia e il sostegno di entrambi i genitori.

Per quel che riguarda le vittime molti studi hanno evidenziato una forte correlazione tra abuso e abbandono scolastico; inoltre, per quei bambini che frequentano ancora la scuola dell’obbligo risultano frequenti le bocciature, sia nelle scuole elementari che medie. Il periodo di maggior rischio per l’abuso sessuale è la preadolescenza (8-12 anni); per un quarto le vittime sono maschi.E’ importante sottolineare che non è la violenza sessuale in sé a determinare la psicopatologia nel minore, quanto piuttosto il senso di colpa, l’angoscia e la vergogna che seguono i maltrattamenti. Questi sono per lo più prolungati: nel 43% dei casi durano due anni e nel 20% cinque anni. L’incidenza delle denunce fatte direttamente dal minore è bassissima. I bambini hanno sempre bisogno di un adulto, in genere la mamma o un insegnate, nel quale riporre la fiducia e che si faccia portatore della loro voce. Le cause del silenzio sono varie: la paura di non essere creduti, la vergogna, il senso di colpa (legato al timore di essere i responsabili della “distruzione” della famiglia).

In conclusione possiamo dire che l’attenzione posta su un fenomeno come questo dovrebbe essere massima in un paese come l’Italia, nel quale la cultura della famiglia e del accudimento prolungato dei figli è molto valorizzato. Inoltre ci può rassicurare pensare che l’incesto sia prodotto di realtà familiari particolarmente caotiche, disgregate o patologiche, e che venga perpetrato da “mostri” facilmente riconoscibili. Nella realtà, tuttavia, famiglie apparentemente “normali” nascondono questo terribile segreto.

Handicap e sessualità. Il riconoscimento di un diritto

Chi ha diritto non ringrazia“.

Carlo Cattaneo, 1850

 

La sessualità è un’esperienza umana molto spesso esclusa dai progetti educativi per i portatori di handicap. Purtroppo l’ambiguità domina tra gli detti ai lavori all’interno di questa tematica, anche se, la prepotenza con la quale si impone all’attenzione di operatori e familiari che si trovano a contatto con la disabilità sottolinea con forza la necessità di progetti più organici, che non rappresentino soltanto la risposta ad una situazione di “emergenza”.

Infatti, molti degli interventi che riguardano il tema della sessualità nella disabilità vengono attivati in situazioni in cui ci sono atteggiamenti o comportamenti disturbanti, che rischiano di limitare l’autonomia della persona che li produce o di chi vive accanto a lei. Il focus non è sulla salute della persona ma sul controllo del “problema”.

Tuttavia, esistono molte situazioni in cui la vita sessuale del portatore di handicap non rappresenta un problema sociale, ed è proprio in queste situazioni che la possibilità di un intervento diventa ambigua. Immaginiamo ad esempio che una coppia di disabili si incontri di nascosto alla propria famiglia per vivere la sessualità in privato. Qual è l’intervento giusto? Sostenere il comportamento? Ignorarlo? Ostacolarlo attivamente?

E’ evidente, che si tratta di questioni difficilmente risolvibili mediante precise regole di comportamento, che non prendano in considerazione l’unicità della persona ed il caso in questione.

In ogni modo, il fatto che la parola sessualità, quando riguarda l’handicap, si affianchi spesso al termine “disfunzione”, ci fa comprendere quanto la questione sia gravida di pregiudizi. Infatti, in tutti gli altri ambiti dell’azione educativa, la logica prevede prima di tutto l’insegnamento di abilità e di competenze che consentano l’accesso a spazi più ampi d’autonomia e, solo come estrema conseguenza, il contenimento del comportamento.

Nel caso della sessualità questo assunto di base viene ribaltato.

Ritengo che il passaggio dalla logica “massima autonomia possibile” alla concezione “massimo controllo possibile”, sia strettamente connesso alla paura che l’argomento sessualità genera negli operatori, piuttosto che essere un problema per il disabile.

Inoltre, la vita sessuale delle persone con disabilità psichica è regolata da centri del Sistema Nervoso Centrale generalmente non compromessi. Quindi, nonostante a volte l’handicap ponga grossi limiti per una sua adeguata espressione, il substrato da cui nasce la sessualità è generalmente sano. Questo a mio avviso genera un paradosso evidente. Sebbene il buon senso ci suggerisca di occuparci con più forza e vigore di ciò che è sano (concetto caro alla “psicologia della salute”), nel caso della disabilità tendiamo ad affrontare per prime proprio quelle competenze che sono più compromesse, magari elaborando sofisticati protocolli educativi per imparare a tenere in mano una forchetta o chiudere la lampo e dimenticandoci della sessualità.

Se si trattasse della nostra vita, difficilmente sceglieremmo di imparare queste competenze tralasciando il nostro corpo e la possibilità di dare piacere, amore, desiderio. Ma dal momento che siamo noi a decidere per gli altri troviamo molto più rassicurante fare altro piuttosto che confrontarci con il mondo “pericoloso” della sessualità.

La sessualità è un diritto e per chi lavora con le persone disabili è fondamentale occuparsi di tutti gli aspetti che riguardano il potenziamento dell’autonomia, dando voce ai loro desideri.