Handicap e sessualità. Il riconoscimento di un diritto

Chi ha diritto non ringrazia“.

Carlo Cattaneo, 1850

 

La sessualità è un’esperienza umana molto spesso esclusa dai progetti educativi per i portatori di handicap. Purtroppo l’ambiguità domina tra gli detti ai lavori all’interno di questa tematica, anche se, la prepotenza con la quale si impone all’attenzione di operatori e familiari che si trovano a contatto con la disabilità sottolinea con forza la necessità di progetti più organici, che non rappresentino soltanto la risposta ad una situazione di “emergenza”.

Infatti, molti degli interventi che riguardano il tema della sessualità nella disabilità vengono attivati in situazioni in cui ci sono atteggiamenti o comportamenti disturbanti, che rischiano di limitare l’autonomia della persona che li produce o di chi vive accanto a lei. Il focus non è sulla salute della persona ma sul controllo del “problema”.

Tuttavia, esistono molte situazioni in cui la vita sessuale del portatore di handicap non rappresenta un problema sociale, ed è proprio in queste situazioni che la possibilità di un intervento diventa ambigua. Immaginiamo ad esempio che una coppia di disabili si incontri di nascosto alla propria famiglia per vivere la sessualità in privato. Qual è l’intervento giusto? Sostenere il comportamento? Ignorarlo? Ostacolarlo attivamente?

E’ evidente, che si tratta di questioni difficilmente risolvibili mediante precise regole di comportamento, che non prendano in considerazione l’unicità della persona ed il caso in questione.

In ogni modo, il fatto che la parola sessualità, quando riguarda l’handicap, si affianchi spesso al termine “disfunzione”, ci fa comprendere quanto la questione sia gravida di pregiudizi. Infatti, in tutti gli altri ambiti dell’azione educativa, la logica prevede prima di tutto l’insegnamento di abilità e di competenze che consentano l’accesso a spazi più ampi d’autonomia e, solo come estrema conseguenza, il contenimento del comportamento.

Nel caso della sessualità questo assunto di base viene ribaltato.

Ritengo che il passaggio dalla logica “massima autonomia possibile” alla concezione “massimo controllo possibile”, sia strettamente connesso alla paura che l’argomento sessualità genera negli operatori, piuttosto che essere un problema per il disabile.

Inoltre, la vita sessuale delle persone con disabilità psichica è regolata da centri del Sistema Nervoso Centrale generalmente non compromessi. Quindi, nonostante a volte l’handicap ponga grossi limiti per una sua adeguata espressione, il substrato da cui nasce la sessualità è generalmente sano. Questo a mio avviso genera un paradosso evidente. Sebbene il buon senso ci suggerisca di occuparci con più forza e vigore di ciò che è sano (concetto caro alla “psicologia della salute”), nel caso della disabilità tendiamo ad affrontare per prime proprio quelle competenze che sono più compromesse, magari elaborando sofisticati protocolli educativi per imparare a tenere in mano una forchetta o chiudere la lampo e dimenticandoci della sessualità.

Se si trattasse della nostra vita, difficilmente sceglieremmo di imparare queste competenze tralasciando il nostro corpo e la possibilità di dare piacere, amore, desiderio. Ma dal momento che siamo noi a decidere per gli altri troviamo molto più rassicurante fare altro piuttosto che confrontarci con il mondo “pericoloso” della sessualità.

La sessualità è un diritto e per chi lavora con le persone disabili è fondamentale occuparsi di tutti gli aspetti che riguardano il potenziamento dell’autonomia, dando voce ai loro desideri.

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