Psicologia e politica. Perché viviamo nella cultura del disimpegno?

 

Mai epoca fu come questa tanto favorevole ai narcisi e agli esibizionisti. Dove sono i santi? Dovremo accontentarci di morire in odore di pubblicità

Ennio Flaiano, 1973

 

La dimensione politica, oltre che pratica e pragmatica, è una dimensione mentale. La sua principale problematica è la gestione del rapporto con l’altro all’interno della comunità. Tale questione è strettamente psicologica: “come devo gestire la relazione con gli altri?”, “quali sono le regole scritte e non scritte che guidano la convivenza civile?”, “come è possibile governare la molteplicità di interessi e bisogni, spesso contrapposti, che originano nella comunità?”. Ognuno di tali quesiti è interno oltre che sociale. Ogni conflitto collettivo è il riflesso di problematicità interne e personali e, viceversa, le problematiche comunitarie diventano questioni interne.

Queste riflessioni ci consentono di capire perché la politica esiste praticamente in ogni struttura sociale; perché esistono conflitti, antagonismi irriducibili, che l’individuo ha bisogno di sentire risolti.

Attualmente, forse come mai prima nella cultura moderna, stiamo assistendo ad uno scollamento tra comunità e politica; le persone non sentono più il bisogno di occuparsi della cosa pubblica, il senso di cittadinanza, come valore condiviso, è al minimo storico. A che cosa può essere attribuito tutto questo?

Ritengo che al di là delle aspettative (ripetutamente) tradite dai vari gruppi politici, che non si sono dimostrati all’altezza etica, prima che pragmatica, di occuparsi efficacemente del res publica, vi siano delle componenti sociali più profonde alla base del disimpegno politico.

Viviamo in una cultura profondamente narcisistica, nel senso radicale e negativo del termine. La prevalenza assoluta è accordata ai bisogni e ai diritti individuali; l’importante è essere unici, visti, rappresentati, clickati e ricordati. In tutto questo lo spazio mentale dedicato alla comunità diviene sempre più fievole e precario. Non c’è più senso di appartenenza collettiva, la società è diventata il singolo individuo.

Al fondamentalismo collettivo, tipico di alcune culture integraliste che poco spazio lasciavano alle differenze e al dissenso dal pensiero comune, si è sostituito un individualismo totale, in cui l’altro, il diverso, l’estraneo, chiunque si frapponga al soddisfacimento immediato dei propri bisogni, diviene il nemico.

L’ideologia dell’unico uomo al comando, se stesso, crea la necessità di rimanere sempre giovani, di permanere oltre il dovuto all’interno di condizioni immature e infantili, di lottare contro tutte quelle regole del vivere comune, che appaiono limiti all’onnipotenza individuale ma senza le quali la convivenza sarebbe impossibile. Purtroppo non riusciamo a fare i conti con l’esistenza dell’altro, dei suoi propri bisogni e desideri, considerati illegittimi quando non coincidenti con i nostri.

Tutto questo su un piano psicologico clinico si traduce in disturbi depressivi sempre più frequenti nella pratica clinica, in cui ci si sente sconfitti e abbattuti quando non possiamo vivere al livello di standard “eroici” che ci vedono al centro della scena. La cultura moderna è una cultura narcisistica. Chi non insegue il sogno è perduto. Purtroppo politica compresa.

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