Le malattie che nascono in famiglia

Nonostante molte delle attuali teorie psicologiche sulla nascita della “malattia” siano sempre più influenzate dalla medicina e dalla biologia, la famiglia con i suoi intrecci, triangolazioni e comunicazioni confuse ha un ruolo fondamentale nella genesi di un disturbo psicologico. La nostra discussione si orienta verso quelle distorsioni comportamentali, perverse e psicotiche che avvengono quotidianamente in una famiglia ma che sono così sottili e celati da non destare alcun sospetto ad un osservatore esterno ed inesperto.

In un libro dal titolo i giochi psicotici nella famiglia una nota psicologa, Mara Selvini Palazzoli ed i suoi collaboratori evidenziarono una forma di triangolazione tra i membri di diverse generazioni (generazione dei genitori e generazione dei figli) così disfunzionali al punto da creare delle condizioni di convivenza così estreme da indurre i membri più giovani verso reazioni psicopatologiche di vario genere che andavano dai comportamenti schizofrenici a vere e proprie sindromi depressive e/o disturbi del comportamento alimentare.

Gli autori dello studio evidenziarono che quanto più i vari membri di un sistema famigliare fossero invischiati tra di loro più gravi erano le reazioni psicopatologiche e tracciarono un percorso comportamentale alla base di queste reazioni che, seppur presenti  quasi universalmente in tutte le famiglie, in determinate occasioni si irrigidiscono e si estremizzano.

Gli autori individuano innanzitutto una coppia in stallo, ossia conflittuale con una comunicazione inefficace carica di accuse reciproche e di  risentimenti. Uno dei due membri assume un atteggiamento più attivo nei confronti dell’altro, con accuse esplicite, rimproveri  tesi all’evidenziazione delle mancanze o inadeguatezze del partner nei diversi campi famigliari (educazione, doveri domestici o coniugali) . Per contro, l’altro membro assume un atteggiamento passivo, di vera vittima che assorbe la accuse del coniuge e reagisce a quest’ultimo solo con lamentele celate, sospiri o sguardi di disapprovazione.

Il membro passivo aggiunge alle sue reazioni contenute una ricerca di disapprovazione verso il partner con sguardi impliciti, celati di sofferenza e di richiesta di aiuto da parte di un figlio cercando una sorta di alleanza nascosta. I suoi sguardi, i suoi sospiri hanno una funzione di allertare il figlio come se, in questi atteggiamenti, vi fossero comunicazioni del tipo. “guarda che mi tocca subire” .

Questa comunicazione celata appare così efficace a tal punto da ottenere questa complicità da parte del figlio che viene implicitamente aizzato contro l’altro genitore, quello più attivo, quello persecutore. Il figlio, quasi come un paladino della giustizia del membro passivo e debole, assume le difese di quest’ultimo con una implicita comunicazione del tipo: “visto che tu non reagisci lo faccio io per te” e mette in atto una serie di comportamenti insoliti di vera e propria protesta. Questi atteggiamenti possono essere tra i più vari quali di rabbia, di provocazione ( come ad esempio tornare tardi la sera senza avvisare, rifiutarsi di studiare, spendere troppo denaro ecc.). In pratica questi comportamenti sarebbero anche una specie di lezione verso il genitore debole quasi una dimostrazione di come dovrebbe comportarsi.

Tali atteggiamenti, tuttavia, risultano insoliti ad entrambi i partner compreso quello debole che, in realtà, ha cercato l’alleanza del figlio più per una forma di strumentalizzazione che per una vera ricerca di aiuto. Entrambi i partner non vedono di buon occhio questi atteggiamenti poiché vanno ad intaccare uno pseudo equilibrio che li ha mantenuti fino a quel momento. A prendere l’iniziativa di contrastare questo nuovo atteggiamento del figlio è ovviamente il genitore attivo con rabbia e punizioni fino al raggiungimento di un vero e proprio conflitto con quest’ ultimo. Ma la cosa spiacevole che accade è che anche il genitore passivo, quello debole, che inizialmente aveva cercato quella alleanza, ora si schiera con il coniuge prendendo addirittura le proprie difese .

Il figlio vive questa condizione come una sorta di tradimento poiché viene a cadergli addosso quel mondo di convinzioni e di alleanze che credeva di aver costruito. Inoltre questa nuova alleanza dei genitori viene vissuta come il fallimento della sua missione di protesta. Da qui mette in atto una serie di reazioni patologiche che, paradossalmente, mettono in accordo ed appianano i vecchi conflitti della coppia in quanto un nuovo interesse li accomuna. La malattia del figlio. Su questa malattia la coppia si unisce e la mantiene in vita. Quest’ultima infatti crea nella coppia una buona dose di benefici secondari che vanno dalla comprensione e compassione di altri membri della famiglia e della comunità.

Da questo studio gli autori inducono a considerare alcune  reazioni patologiche in virtù di questa perversa triangolazione e descrivono l’anoressia come un vero sciopero della fame, la depressione come la reazione ad un abbandono e la psicosi come la conseguenza di uno stato confusionale in cui ci sono stati dei voltafaccia e dei cambiamenti di carte in tavola.

In alcune famiglie anche la comunicazione assume una vera e propria forma perversa, infatti Watzlawick e collaboratori in  pragmatica della comunicazione umana descrivono  come determinate reazioni psicotiche siano la conseguenza di una comunicazione cronicamente distorta e ripetuta carica di contraddizioni in cui una richiesta o una affermazione è subito disconfermata da una affermazione uguale ed opposta da creare una vera e propria via senza uscita. Un esempio  è dato da una frase del tipo: “devi imparare ad essere autonomo, ma  l’importante è che tu faccia ciò che ti dico io” una spinta verso l’autonomia che viene contemporaneamente castrata ed impedita, o addirittura ne viene favorita la condizione opposta. Da questo atteggiamento un figlio si difenderebbe reagendo con un atteggiamento sospettoso come se si fosse perso qualche elemento della comunicazione e cercandone i sotterfugi sottostanti con un quadro simile alla paranoia. Oppure reagisce non reagendo ma abbandonandosi a sé stesso e staccandosi dalla realtà rifugiandosi in un mondo interiore con un atteggiamento simile alla catatonia o ancora  con uno stato di profonda confusione da somigliare ad un ebefrenico.

Appare ovvio  che, come conseguenza di questi giochi famigliari disfunzionali possiamo aggiungere, dal canto nostro, che il giovane figlio può reagire  con impulsi profondamente aggressivi o con vere e proprie fantasie di morte verso qualcuno dei membri della sua famiglia, impulsi e/o fantasie ovviamente inaccettate e dalle quali si difende con la messa in atto, inconsciamente, dei ben noti meccanismi di difesa descritti dalla psicoanalisi. Per cui, con il tentativo di rimuovere tali impulsi reagisce o con la regressione, abbandonandosi  alle proprie fantasie e ad atteggiamenti infantili, oppure  può rivolgere verso di sé la propria aggressività, con comportamenti autolesionistici o depressivi. Si difende mediante meccanismi di proiezione, ossia proiettando la sua aggressività sugli altri percependoli quindi come persecutori. Può mettere in atto reazioni dissociative vivendo come dall’esterno o da un altro corpo quell’esperienza ritenuta devastante oppure trasformando la sua protesta, per l’incapacità di esprimere  i suoi malesseri psicologici, in un malanno fisico attraverso meccanismi di conversione e somatizzazione.

Abbiamo visto come la psicopatologia non sia solo la conseguenza di una malattia del cervello ma l’espressione  di una perversa e distorta interazione dei membri di un gruppo coinvolto da intensi legami emotivi ed affettivi.

 

Riferimenti:

Palazzoli Selvini, et. Al., i giochi psicotici della famiglia, Raffaello Cortina 1988.

Watzlawick et. al. Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, 1971.

White, Gilliland, i meccanismi di difesa, Astrolabio, 1977.

Depressione e “cattivi pensieri”. Il perché delle stragi familiari

La felicità è reale solo quando è condivisa

dal film Into the wild, (2007)

 

L’attenzione dei media si sofferma sovente sulle stragi familiari, dove uno dei coniugi uccide l’altro, i figli e, talvolta, se stesso assieme ad altri familiari. Questi eventi ci appaiono spesso “senza senso”, distanti, orribili, proprio perché provengono da un contesto, quello familiare, rappresentato come luogo sicuro, sede degli affetti, della reciprocità e della condivisione. Pensare che il pericolo possa venire proprio dal cuore della famiglia, trasformandola in una sorta di “teatro di morte”, getta un’ombra d’angoscia in ciascuno di noi.

Come sempre, di fronte all’ansia, tutti cercano di trovare confortanti spiegazioni, in modo da allontanare pensieri da cui mai si vorrebbe essere sfiorati. Allora si scava nella vita dell’omicida/suicida, si utilizzano parole come “mostro” e “malattia psichiatrica”, si cercano rassicuranti e lineari rapporti di causa effetto (“Lui ha fatto questo perché lei ha fatto quest’altro…”), che hanno la funzione di allontanare la possibilità che qualcosa di simile possa sfiorarci.

Quasi sempre viene chiamata in causa la depressione che affligge il protagonista, il quale è “vittima” di una visione assolutamente negativa della realtà e del futuro (il così detto delirio di rovina) arrivando ad uccidere i propri cari per sottrarli ad un destino tanto infausto.

La questione, a mio avviso, è che questi orrori non sono poi così estranei alla “gente comune”. Dopo tutto stati estemporanei di depressione, il così detto umore nero, fanno parte dell’esperienza di ciascuno. Quindi forse è utile non distogliere celermente l’attenzione, riflettendo sulle abitudini di pensiero e sugli atteggiamenti che predominano negli stati di depressione.

Numerosi psicologi ritengono che non sono tanto gli eventi negativi occasionali a determinare il disturbo psichico, quanto piuttosto il modo di “vedere” la realtà, di costruirla e dargli significato. Nelle stragi familiari, così come nelle situazioni negative di ogni giorno, non sono tanto gli eventi in sé a causare il malessere ma piuttosto le valutazioni che ne vengono date dagli attori.Sia nella meno comune depressione che nel più frequente umore nero, prevale uno stile di pensiero egocentrico e pessimistico, nel quale gli eventi negativi vengono autoriferiti, attribuiti alle proprie mancanze, mentre quelli positivi sono minimizzati e non concessi ai propri meriti.

L’egocentrismo, inoltre, impedisce di considerare in modo realistico quali ambiti sono davvero sotto il proprio controllo, ponendo gli individui in affannose situazioni nelle quali si sforzano di rovesciare l’esito di eventi sui quali hanno poche possibilità di azione. Per di più la propensione a rimuginare da soli aggrava gli atteggiamenti negativi, provocando un crescendo di valutazioni pessimistiche ed interpretazioni erronee.Tale visione distorta fa si che gli impedimenti della vita non si presentano più come sfide, le quali potrebbero essere superate solo adottando un’interpretazione diversa, ma come difficoltà insormontabili, prove tangibili della propria inettitudine.

L’alternativa ha una costruzione pessimistica della realtà è l’uso di una lente interpretativa diversa, fondata sull’apertura alle novità, su una visione creativa dei problemi, che consenta, di fronte agli imprevisti, di non catalogarli come “catastrofi” ma come opportunità di mettersi in gioco. Questo stile di pensiero contiene un decentramento da sé, la capacità (e l’umiltà) di pensare che il proprio punto di vista non è l’unico possibile. Esso implica condivisione, confronto, flessibilità. Senza apertura all’altro non c’è possibilità di rinnovamento.

Contrariamente a quanto si possa pensare, un’interpretazione pessimistica del mondo non è più profonda ed intelligente; da parte sua l’ottimismo non è sciocca convinzione che “tutto si sistemerà”, ma capacità creativa, di adattamento, che anche le situazioni più impervie e complesse concedono.