Minorenni e bisogno di forti emozioni. L’amore per il rischio

Si crede di inseguire la felicità; non si inseguono che le emozioni”

Jean Josipovici 1989

12 novembre, un auto guidata da un minorenne nei pressi di Roma investe un’altra vettura, gravi entrambi i conducenti. 13 novembre, un mezzo con a bordo 5 giovani, sfrecciando ad alta velocità, si schianta contro un ostacolo a Milano, due i feriti gravi. Queste sono notizie non-notizie. Purtroppo il bollettino di ragazzi (e non) che, infrangendo il codice della strada, provoca danni a se e agli altri è quotidiano. E’ una questione di adrenalina? Di bisogno di forti emozioni? Da dove origina questa necessità? Proviamo a specificare meglio.

La preferenza di alcuni individui per le emozioni forti non è certo un fenomeno nuovo. Già quaranta anni fa Zackerman descrisse i “cacciatori di sensazioni” (sensation seekers), caratterizzati da un incessante bisogno di forti eccitazioni, di provare esperienze esaltanti sempre nuove e diverse, dal rifiuto della monotonia e della routine quotidiana. Per poter raggiungere il loro obiettivo, non esitano ad assumere rischi personali e sociali, che affrontano con impulsività e scarso controllo. Seconde l’autore, questo tipo di comportamento è biologicamente determinato. Sarebbe il genoma umano a rendere le persone bisognose di emozioni. Sebbene affascinate, l’ipotesi di Zackerman, non può spiegare da sola l’incredibile impennata di situazioni a rischio che quotidianamente le cronache ci riportano. La necessità del pericolo, dell’azzardo, è attualmente un fenomeno sociale.

 

Riteniamo che in particolare i mezzi di comunicazione abbiano contribuito ad innalzare l’”asticella” delle emozioni, che sono diventate l’amo per catturare gli spettatori/consumatori. Ogni giorno scene di “pornografia emotiva” entrano nelle case attraverso talk show, tribune elettorali, salotti televisivi. Come nel caso della pornografia sessuale, gli affetti sono amplificati, “sbattuti” in primo piano a favore di telespettatori affamati di lacrime, amore, rabbia ed esaltazione. Il risultato è che quello che appariva eccitante ieri oggi è noioso. Tutto ciò che non è degno di emozione non può essere vissuto con soddisfazione. Ad adeguarsi a questo tipo di cultura sono soprattutto gli adolescenti, in cui l’urgenza di provare intense sensazioni rappresenta il “marchio di fabbrica” della fase evolutiva. Il bisogno di comprendere se stessi, la necessità di costruire la propria identità, spesso porta i giovani alla ricerca di situazioni pericolose, in cui possono sperimentarsi.

Tuttavia, l’esigenza di adrenalina attualmente accomuna persone di tutte le età: uomini maturi si lanciano in sport acrobatici come il deltaplano o il bangi jumping, altri ignorano qualsiasi divieto, utilizzando la statale come un autodromo. Anche il crescente utilizzo di sostanze psicoattive eccitanti, cocaina ed anfetamina in primis, rappresentano un mezzo artificiale per provare emozioni nuove. Essere fuori dall’ordinario è diventata la nuova moda. Una vera e propria trappola per l’identità.

 

Infatti, questo modo generalizzato di vivere gli affetti pone, su un piano psicologico, numerosi problemi, simili a quelli provocati da una tossicodipendenza. Ogni obiettivo raggiunto da rapidamente assuefazione, trasformandosi celermente in noiosa routine. La persona, per essere appagata, è costretta a ricercare continuamente nuove esperienze, possibilmente più eccitanti delle precedenti. Uno scopo come questo, nel lungo periodo, diventa irraggiungibile, aprendo la strada a tendenze depressive che si alternano a momenti di esaltazione. Come gli psicologi cognitivi hanno evidenziato, la depressione è soprattutto connessa al modo in cui le persone interpretano gli eventi. Per questo le strategie per una vita equilibrata implicano la necessità di valorizzare il raggiungimento delle mete prefissate, senza ricercarne immediatamente di nuove.

 

Anche sul piano delle relazioni, la nuova ideologia sociale della ricerca emozionale produce conseguenze negative. Soprattutto all’interno della coppia, dove il “faticoso vivere insieme” è sostituito dalla necessità di provare continuamente l’ebbrezza dell’innamoramento, contribuendo alla costruzione di rapporti sempre più inconsistenti, deboli. Allo stesso modo ne risulta danneggiato il rapporto con i figli, ora che pure le persone adulte sono state contagiate da questo stile di vita. Infatti non solo i bambini ma anche gli adolescenti hanno bisogno di sicurezza e stabilità, soprattutto negli affetti; padri e madri alla continua ricerca di stimoli anche nei figli non sono in grado di offrirne. Come i figli non chiedono ai genitori di sorprenderli ogni momento, anche la famiglia non può pretendere che il bambino mostri quotidianamente chissà quale prodezza. Attendiamo, un po’ rassegnati, nuove notizie dalla cronaca.

Di che cosa si occupa la psicologia?

La realtà non esiste, l’hanno inventata gli uomini per i loro scopi.
Angelo Fiore, 1963

 

realtà

Di che cossi occupa la psicologia? E’ una domanda provocatoria, perniciosa, ma assolutamente non scontata. Un po’ essa rappresenta la “croce e la delizia” della nostra disciplina. Se ci mettessimo totalmente d’accordo sulla risposta forse perderemmo importanti opportunità di riflessione e di crescita; allo stesso tempo, il conflitto che spesso scaturisce dalle diverse posizioni emergenti fa perdere credibilità alla professione, paradossalmente rendendo “vero” il vecchio adagio: “Siamo tutti un po’ psicologi”, nel senso che ognuno può dire la sua.

Ritornando alla domanda incipit del testo, credo che dieci psicologi chiusi dentro una stanza farebbero fatica a mettersi d’accordo: chi direbbe il comportamento, chi l’inconscio, chi il rapporto mente cervello, chi i sistemi familiari, chi i processi di pensiero, chi la narrazione, ecc.

Anche noi vogliamo dire la nostra. Dal nostro punto di vista l’oggetto di studio della psicologia è la relazione, l’analisi della quale permette di sviluppare una teoria che diventa anche tecnica, seppure non nel modo tradizionale di intenderla. Vediamo di spiegare meglio.

Quanto la relazione sia strumento dell’intervento, o quanto ne sia cornice, come vedremo, fa la differenza.

Pensiamo ad una gamma di diverse posizioni psicologiche: lo sperimentatore, lo psicologo “tecnico” ed il consulente. Lo sperimentatore osserva le reazioni del soggetto sottoposto a stimoli, all’interno di un contesto “controllato”, il laboratorio. Infatti tutte le variabili alternative a quelle studiate sono ritenute trascurabili, convenzionalmente irrilevanti, in particolare per quanto riguarda le dimensioni emozionali.

Lo psicologo “tecnico”, invece, applica le sue procedure  “standard” alla domanda di consulenza posta dal paziente. Il tipo di relazione che si instaura tra psicologo e cliente, in questo caso, si fonda sulla dimensione della “dipendenza”. L’intervento diventa “rito”; a domanda rispondo. Chi dipende da chi non è ancora chiaro. Il cliente che accetta la tecnica del professionista o lo psicologo che risponde automaticamente alla domanda posta dal paziente?

Certo è che lo psicologo tecnico è più strettamente in relazione con lo sperimentatore di quanto non lo sia con il paziente. Infatti, lo psicologo applica al caso che si presenta in studio procedure derivate dai principi generali che lo sperimentatore gli ha fornito attraverso l’analisi di laboratorio.

Il consulente, per utilizzare una terminologia cara a Renzo Carli,  al contrario fonda l’intervento sulla specifica relazione che si viene a creare con il cliente. Non ha la pretesa del “controllo” delle variabili, non teme la soggettività tanto da redigere rigidi protocolli nel tentativo, utopico, di escluderla; non ha i problemi dello sperimentatore né quelli del “tecnico”. Riteniamo che non esiste in psicologia alcun tipo di relazione diretta causa/effetto, né modelli standard di lettura del contesto relazionale.

Solo attraverso la sospensione dell’azione tecnica, esclusivamente mediante la riflessione sulla relazione terapeutica, la consulenza può essere conoscenza e fonte di sviluppo per i nostri clienti.

Finché la relazione sarà pensata come cornice o, addirittura, come elemento di disturbo da “controllare”, ogni intervento non sarà altro che un prodotto statistico e normalizzante.Questa è la nostra idea dell’oggetto della psicologia.

“Dottore che cosa ho?” I rischi della diagnosi

Ci si forma nelle relazioni, ci si ammala nelle relazioni, ci si cura con le relazioni”

Franco Di Maria, 2010 

 

diagnosi

Sul tema della diagnosi vi sono diverse posizioni ideologiche, che variano da chi sostiene che la diagnosi non esiste, a chi la considera solo un ingiusto sistema di etichettamento, a chi pensa che la diagnosi sia una fase essenziale dell’intervento psicologico/psicoterapeutico. E’ bene precisare che in questa sede quando utilizziamo il termine “diagnosi” facciamo riferimento esclusivo alla dimensione nosografico-descrittiva della stessa. Quindi alla componente diagnostica che la psicologia condivide con la psichiatria e che si fonda sulla descrizione dei sintomi che “creano” il disturbo.

Molti dei sostenitori dell’utilità della diagnosi sottolineano che senza di essa sarebbe impossibile accedere ai trattamenti del sistema sanitario, che l’attività di ricerca sull’efficacia degli interventi sarebbe ostacolata, che altrimenti risulterebbe complessa la comunicazione tra professionisti diversi. Alcuni ritengono anche che il bisogno di comprensione del paziente, legato alla necessità di dare un senso al proprio disagio, nel momento in cui viene soddisfatto attraverso l’uso della diagnosi (“Lei ha questo problema…”) può rappresentare un sollievo.

Dal nostro punto di vista, i vantaggi sopraelencati sono effimeri e di gran lunga secondari, rispetto ai rischi legati ad un sistema di classificazione psicologico. Possiamo identificare due ordini di problematiche connesse alla diagnosi psichiatrica, uno legato ai limiti dell’attuale sistema classificatorio (DSM IV-TR, ICD 10), un altro connesso alla logica che l’impiego della classificazione innesca.

Relativamente al primo ordine di rischi intanto possiamo affermare che il DSM da luogo ad un’eccessiva sovrapposizione di patologie nella stessa persona, visto che in media il numero di disturbi riscontrati nel medesimo paziente è assai più elevato di quanto è atteso sulla base del calcolo della probabilità. Questo solleva forti dubbi sulla capacità del DSM di saper distinguere tra loro disturbi differenti.

Inoltre va constato che, a causa della moltitudine dei sintomi ascritti alla stessa patologia, persone con la stessa diagnosi possono presentare quadri sintomatologici profondamente diversi. Questo ci consente di affermare che vi è un’eccessiva eterogeneità dello strumento valutativo, soprattutto per quanto riguarda i “disturbi di personalità”.

Va poi considerato che molti disturbi psicopatologici descritti nei manuali diagnostici sono semplicemente bidimensionali. O hai la patologia o non ce l’hai. Ciò costituisce una forzatura evidente poiché elimina ogni possibile sfumatura che, chi ha dimestichezza con l’ambito clinico, ha certamente incontrato.

Infine è evidente che alcuni dei problemi clinici riportati dai pazienti, fonte di notevole sofferenza ed estremamente invalidanti, sono assolutamente inclassificabili all’interno dei sistemi nosografici attuali. Pensiamo ad una moglie di mezza età che ha appena scoperto che il marito è omosessuale, ad una giovane donna che si trova a ripetere da anni lo stesso copione nelle storie affettive, ad una coppia che ha perso un figlio, al malessere provocato dalla precarietà del lavoro. Non tutte queste persone possono rientrare nell’Asse I o II del DSM, pur presentando alcuni sintomi.

 

La presenza di una diagnosi che si riduce all’identificazione di un disturbo, come accennato in precedenza, produce un secondo ordine di problemi che si collocano ad un livello “meta”, rispetto all’efficacia del sistema di classificazione stesso. L’identificare un disturbo che devia dalla normalità innesca un tipo di azione nello psicologo che ha a che fare con il riportare il paziente alla condizione precedente il problema. Si parla cioè di correzione del deficit. Ciò che si persegue è la riconduzione ad uno stato di normalità, la recessione del sintomo, la modificazione del comportamento verso livelli più adeguati. Hai l’ansia? Dobbiamo toglierla. Hai paura di stare con gli altri? Dobbiamo potenziare le capacità relazionali. E così via. L’identificare il disturbo in questi termini ci impedisce di effettuare riflessioni sul “senso” del problema, costringendoci a vedere il sintomo come la difficoltà del paziente e non come conseguenza di un contesto che è cambiato. In questo modo la riflessione sulle relazioni all’interno delle quali i sintomi si sviluppano diviene arduo, quasi inutile.

 

Purtroppo questa competenza la psicologia, sempre più medicalizzata, sembra averla dimenticata, costringendoci a giocare la partita sul campo della psichiatria, che a mio avviso ha regole del gioco che non possono essere le nostre. Un farmaco agisce sul disturbo. Deve farlo anche l’agire psicologico?

Psicologia scolastica

Seguendo la scia del post lanciato ieri, vorrei occuparmi dello psicologo scolastico. Oggi lo psicologo a scuola non è una risorsa “scontata” di cui gli istituti possono servirsi. Non è una figura stabile dentro l’organizzazione; anzi, considerando lo stato in cui versa la scuola italiana attualmente, possiamo considerarlo una rarità. Non vogliamo, tuttavia, in questo breve post aprire una questione sulla scarsità di risorse e progetti “intelligenti” all’interno della scuola pubblica, che indirettamente colpisce un settore della psicologia, quella scolastica, che è in crisi, quanto piuttosto chiederci quali possono essere le linee guida da seguire per lo psicologo.

Attualmente la funzione dello psicologo scolastico è sempre più confinata all’interno della diagnosi dei disturbi d’apprendimento (DSA) o di interventi più o meno individuali per la prevenzione del bullismo. Questa azione è a nostro avviso estremamente limitante ed ancorata ad una visione dei problemi psicologici come il prodotto di conflitti interni alla persona. Riteniamo invece che il bullismo così come la gestione di bambini o pre-adolescenti/adolescenti con difficoltà di apprendimento sia il risultato di complesse rappresentazioni collettive che nascono all’interno del gruppo classe a cui partecipano anche le insegnanti. Lo psicologo più che focalizzare la sua azione su programmi di recupero per bambini considerati intrinsecamente disabili o con problemi di condotta “caratteriali”, a nostro avviso dovrebbe concentrarsi sulle dinamiche relazionali e di gruppo che spesso generano e mantengono i disagi. Quindi formazione all’insegnanti, interventi sull’equipe di professori e maestri e progetti che riguardano il gruppo classe più che i singoli bambini dovrebbero essere la strada da seguire.