Famiglia e depressione, un possibile legame

La famiglia è la fonte delle maggiori fortune e delle più grandi sfortune

Dr Saraceni Carlo, Psicoanalista

La depressione rappresenta un tema controverso per gli addetti ai lavori. Da molti anni, essendo questo disturbo in drammatico aumento, psichiatri e medici, spalleggiati dal potente sponsor delle case farmaceutiche, si battono affinché la depressione rientri a pieno titolo tra le “patologie organiche”.Questo tipo di pazienti si presta molto bene ad essere medicalizzato. Accettano volentieri ogni tipo di farmaco e, nel momento in cui la terapia non funziona, si autocolpevolizzano. In fin dei conti, spesso, sono cresciuti in un ambiente familiare che sconsiglia la critica, l’espressione della frustrazione e dell’ostilità e, per questo motivo, si sentono più sicuri in ambienti medici che psicoterapeutici.Tuttavia, nonostante la netta prevalenza di interventi farmacologici, ritengo che non ci sia disturbo psicologico più legato ad aspetti relazionali, in particolar modo familiari. Soltanto che tale ordine di cause non è sempre evidente e non c’è propensione a parlarne, per lo meno non come la controparte medica.In ogni modo, prima di andare avanti con la descrizione dei meccanismi familiari alla base della depressione, ritengo necessaria una precisazione. Quando affermo che la depressione è un disturbo medicalizzato non intendo negare l’importanza degli aspetti biologici. Essi costituiscono la base sulla quale si innestano le nostre esperienze, una sorta di terreno su cui si impiantano gli effetti delle relazioni umane. Tuttavia per avere un buon raccolto non si può solo concimare “chimicamente” il terreno, bisogna curarlo giorno per giorno, scegliendo che cosa seminare. Possiamo individuare due tipologie “generali” di contesto familiare depressogeno; uno legato ad aspetti clinici importanti (Disturbo Depressivo Maggiore, DMS IV-TR), l’altro connesso a forme più attenuate di umore depresso; iniziamo dalla prima tipologia.

Le caratteristiche della famiglia d’origine nel Disturbo Depressivo Maggiore

Il futuro depresso viene al mondo all’interno di una coppia coesa, in cui il livello di conflitto è basso e la tendenza è quella di un funzionamento generalmente armonioso. Questa coppia dando priorità alla coniugalità sulla genitorialità, presenta difficoltà a svolgere le funzioni genitoriali. Tali difficoltà sovente si traducono in richieste eccessive e scarso riconoscimento degli sforzi che il futuro paziente compie. Questo tipo di comportamento dei genitori non è necessariamente manifesto, può essere anche estremamente sottile, ambiguo. L’esempio tipico è la figlia nubile o il figlio “debole di costituzione” che devono occuparsi dei genitori anziani o malati. Questi non sono necessariamente poco riconoscenti ma sostanzialmente è sempre la stessa persona a doversi sottomettere alle richieste. Ad una prima analisi la famiglia della persona depressa può apparire molto unità ma in realtà sotto questa parvenza di coesione si rintraccia un fondo di espulsività e disimpegno. Anche se si parla molto di unità, il soggetto può avere l’impressione che la sua presenza sia in realtà superflua. La coppia genitoriale è effettivamente coesa ma esiste un forte contrasto tra la forza di questo legame ed il distacco emotivo nei confronti dei figli, soprattutto espresso nei confronti del paziente.La gerarchia familiare è molto rigida, con un coniuge che ricopre un ruolo dominante (in “psicologia sistemica” prende il nome di one-up) e l’altro ha una funzione subalterna (one-down). Lo stile genitoriale è tendenzialmente autoritario, anche se non necessariamente dispotico. Il genitore one-up, che è quello che esercita l’autorità, ha un ruolo più attivo nello sviluppo del disturbo depressivo; è più esigente, svalutante, squalificante. Per contro, il genitore one-down, sebbene risulti più amorevole e accondiscendente, non può ne vuole rovesciare le “regole del gioco”, contribuendo in modo passivo al mantenimento dello status-quo.Il livello di adattabilità della famiglia alle situazioni sociali è molto scarso; ogni cambiamento è osteggiato e vissuto come una minaccia, così come le fasi di sviluppo e di crescita da parte dei figli.Il tema che contraddistingue il nucleo familiare è la necessità di rispettare, di essere all’altezza, delle richieste esterne e delle apparenze sociali. Il successo sociale diviene un elemento indispensabile per essere accettati dalla coppia genitoriale; tutto questo si traduce in un alto livello di richieste e di obiettivi difficili da raggiungere per i figli, costretti a vivere in un contesto basato su richieste continue e irraggiungibili. Tale meccanismo innesca una spirale di situazioni, in cui si da per scontato, il fallimento del futuro paziente, rendendo, di conseguenza, l’incapacità “reale ed effettiva”.

In un clima familiare di questo tipo il giovane adulto si abitua a fallire e a non ribellarsi, costruendo la propria identità intorno a tematiche quali l’autoaccusa, il bisogno di perfezione, la necessità di rispettare le apparenze. Questo aspetto spiega il motivo per cui, se il depresso cede alla disperazione, cerca nel suicidio, atto supremo di depressione, la soluzione alla sua situazione. Suicidandosi la persona si autopunisce per non essere stata all’altezza delle richieste che gli altri esigevano da lui e, allo stesso tempo, si vendica dell’ingiusto trattamento di cui è stato oggetto, lasciando un amaro senso di colpa (esattamente ciò che la persona sente, quindi una sorta di: “occhio per occhio, dente per dente”) in quelli che sopravvivono.

Il periodo in cui la persona è maggiormente vulnerabile agli effetti nefasti del clima familiare è l’infanzia, inclusa la preadolescenza. Se il disturbo depressivo non emerge in seguito a stress durante l’adolescenza e la prima età adulta, diviene probabile che si “attivi” durante la prima “importante” relazione di coppia, nel momento in cui l’individuo comprende, rimanendone deluso, che, neanche in quel rapporto, l’assoluto bisogno di sostegno e aiuto può essere soddisfatto in toto. Ci occuperemo in dettaglio di questo aspetto nei paragrafi successivi; adesso passiamo alla descrizione della struttura familiare nei casi di depressione meno grave.

La famiglia del depresso nei casi di depressione “minore”

Le caratteristiche familiari delle persone con disturbi depressivi minori, che chiameremo distimiche, sono molto diverse dalle precedenti. In primo luogo la coppia genitoriale è tutt’altro che coesa; il livello di conflitto tra i coniugi è molto alto e questi non esitano ad utilizzare i figli all’interno delle loro battaglie.Catturato in questo “gioco” familiare, il futuro distimico sperimenta l’ansia legata al conflitto di lealtà, quando si avvicina “parteggiando” per uno dei genitori, si associa rapidamente la perdita della relazione con l’altro.Il tema della perdita diverrà quindi centrale per la persona, generando tristezza e ansia, ogni qualvolta la storia di vita proporrà mancanze relazionali significative (rottura di rapporti di coppia ad es.).Sebbene all’interno della famiglia le capacità genitoriali siano ben conservate, l’interesse per i figli è ostacolato dalla difficoltà della coppia a risolvere i propri conflitti, portando ciascun membro alla disperata ricerca di alleati. Si tratta, per usare una metafora, di una atmosfera politica, fatta di alleanze, coalizioni e continue rivalità. Se il primo figli cade nel campo della madre, è molto probabile che il secondo finisca nell’orbita del padre, innescando una serie di conflitti anche tra fratelli. Questo ci permette di capire come il clima emotivo familiare sia costantemente teso ed esplosivo, con un alto livello di esplicitazione dei conflitti, punizioni e ricompense. La comunicazione intrafamiliare è fortemente condizionata dalle alleanze, si può parlare con gli alleati ma non è concesso essere aperti con gli antagonisti.

Come si costruisce la coppia nei casi di depressione grave?

Considerando la descrizione (pur sempre generale) che abbiamo dato della famiglia del depresso, non ci sorprende che questi ricerchi protezione, tentando di fuggire al più presto e con urgenza, dai legami che lo imprigionano nella squalifica. La scelta del partner è dunque connessa con la necessità di ottenere ciò che gli è sempre mancato: una relazione caratterizzata da protezione e valorizzazione, piuttosto che da richieste. Nel momento in cui la incontra è possibile che i problemi finiscano.Tuttavia, spesso succede che il futuro depresso si lasci ingannare da un’offerta relazionale solo superficialmente adeguata alle sue esigenze. Il tipico coniuge del depresso, infatti, è qualcuno che ha bisogno di mostrare a se stesso e al mondo che è in grado di sostenere e proteggere chi ha bisogno del suo aiuto. Il problema insorge perché l’aiuto che offre e di cui inizialmente la persona potenzialmente depressa usufruisce, è concesso più per le esigenze del dispensatore, che deve mostrare al mondo la sua forza, che di chi lo riceve.Nel momento in cui il futuro paziente si rende conto del nuovo inganno (considerando quelli “subiti” nella famiglia di origine), può darsi per vinto, soccombendo definitivamente alla depressione. La nuova coppia, una volta emersi i sintomi, si struttura in modo rigido: il paziente si abbandona progressivamente al disturbo ed il coniuge acquista sempre maggiore responsabilità e prestigio. Questa facciata serve al compagno per mascherare le sue debolezze; tanto più la persona depressa starà male quanto più il coniuge potrà dimostrare agli altri la sua bontà, la sua abnegazione, il suo impegno.Riassumendo, la coppia si attorciglia intorno ad un meccanismo circolare, per cui le continue richieste di attenzione del paziente, frustrate dal consorte incapace di farvi fronte, fanno emergere i sintomi; questi innescano ancora di più una “reazione di aiuto” nel membro “sano” della coppia, rafforzando in chi manifesta il disturbo, l’idea di essere incapace, malato e dipendente. Se il meccanismo non viene interrotto la depressione si cronicizza.

La coppia nei casi di depressione lieve

La coppia del distimico si costruisce secondo modalità diverse dalla coppia del depresso “classico”. Generalmente si tratta di una relazione più equilibrata, in cui il potere decisionale è distribuito equamente ma che, proprio per questo, è più vulnerabile al conflitto. Effettivamente il futuro distimico tende a scegliere una persona con una storia familiare simile alla sua. Quando una nuova perdita (la morte del genitore alleato, l’emancipazione dei figli, la disoccupazione, ecc.) scatena la dinamica sintomatica nella persona, l’equilibrio di coppia si rompe, generando conflitti ancora più potenti. Il meccanismo che si instaura è il seguente: a causa dell’impatto di eventuali perdite significative, il futuro paziente esprime delle lamentele che vengono percepite eccessive dal coniuge; tale percezione impedisce all’altro di mettere in atto adeguate risposte di sostegno e solidarietà. Il suo atteggiamento critico è percepito dal partner, che risponde, a sua volta, con distanziamento ed ostilità. L’emergere dei sintomi ansiosi e depressivi, che avviene solitamente in questa fase, determina un riavvicinamento del coniuge asintomatico, ma tale ricongiungimento tende ad essere vissuto, con il tempo, come manipolatorio e non autentico dal partner (“non lo fa per me, ma per non avere problemi”, ecc.).Così facendo, la coppia si appiattisce intorno ad un processo di accuse, recriminazioni e sfiducia, che rendono cronico il disturbo.

Linee guida per l’intervento psicologico

L’intervento terapeutico, con tutte le eccezioni del caso, dato che si tratta di considerazioni generali mentre ogni situazione terapeutica è singola ed irripetibile, si muove fondamentalmente su due versanti.In primo luogo agire sulle dinamiche attuali della coppia, cercando di interrompere i circoli viziosi che mantengono il disturbo. Nel caso della depressione maggiore, ad esempio, diviene fondamentale lavorare sulle dinamiche potenza del coniuge “sano” vs impotenza del coniuge “malato”, facendo comprendere come i sintomi depressivi siano anche il prodotto di questa struttura relazionale.Nelle situazioni distimiche gran parte del lavoro terapeutico con la coppia si focalizzerà sulla riduzione del conflitto coniugale. Diviene fondamentale per lo psicologo evitare alleanze, rischio concreto poiché la coppia tende a coinvolgere nelle loro battaglie tutti coloro che tentano di intervenire nella situazione.In secondo luogo il lavoro si dovrà concentrare sullo scardinamento della rappresentazione di un sé “inefficace”, che il paziente ha maturato nella famiglia di origine, prendendo anche in considerazione la possibilità di convocare in seduta la famiglia allargata.

Riferimenti bibliografici• Kerr, M., Bowen, M., La valutazione della famiglia, (1988), Astrolabio, Roma.• Gabbard, G., La psichiatria psicodinamica, (2000), Raffaello Cortina, Milano.

Il matrimonio oggi

Il matrimonio costituisce l’atto ufficiale che rende visibile e socialmente riconosciuta la coppia. La ritualità (cerimonia religiosa o civile che sia) che lo accompagna, presente, anche se in forme diverse, in tutte le culture umane, ne rappresenta l’importanza, poiché attraverso questo passaggio nasce una nuova entità, la coppia coniugale, la quale costituisce l’embrione di un progetto generativo più ampio che porta alla nascita dei figli.

Nel corso del tempo la concezione del matrimonio ha subito un radicale cambiamento. Ad oggi possiamo pensare alla relazione coniugale come caratterizzata da una ritualità debole (Scabini e cigoli, 2000); vediamo di spiegare meglio questo concetto. Dall’inizio dell’epoca moderna il matrimonio non si fonda più sull’alleanza tra le famiglie di origine dei coniugi, le quali storicamente hanno avuto una forte influenza sulla fattibilità del matrimonio dei figli e sulla scelta del partner da sposare. Attualmente il matrimonio assume sempre di più il significato di un’impresa personale, che vede al centro la coppia e la sua relazione. L’importanza dei “legami di sangue”, della fedeltà nei confronti della famiglia allargata, acquista sempre minor peso. La vera importanza per la stabilità e la durata del legame matrimoniale è attribuita al legame sentimentale ed affettivo di coppia; per la qualità della coniugale coppia diviene sempre più importante il permanere di un’attrattiva sessuale, di una comunanza di interessi e di un coinvolgimento affettivo.

A dimostrazione di quanto sostenuto sta il fatto che lo stesso fidanzamento, come periodo di fondamentale importanza per la buona riuscita del matrimonio proprio per la possibilità che garantiva nel costruire un’alleanza tra famiglie, ha perso quasi del tutto il suo peso “allargato”, divenendo sempre di più un patto tra due individui. Attualmente, anche all’interno delle “terapie di coppia” (oggetto tra l’altro sconosciuto fino ad una trentina di anni fa), si attribuisce sempre più importanza all’intimità tra i partner, che è definibile come la capacità che ognuno dei membri possiede di manifestare all’altro ciò che prova, pensa e sente, insieme alla propensione a mostrarsi empatico ed in grado di fornire sostegno e attenzione.

Quanto scritto ci fa capire come la relazione coniugale sia investita di aspettative molto elevate e difficilmente sostenibili, che la rendano più fragile che in passato. Come evidenzia l’ISTAT, in Italia, il numero dei divorzi e delle separazioni è più che raddoppiato dal 1995 al 2010. Attualmente ci sono il 30% delle separazioni ed il 20% dei divorzi ogni 100 matrimoni. Riteniamo che sia il “sovraccarico” delle attese attribuite alla coppia che la rende più debole e più soggetta a delusione da parte di chi la fonda.

Un altro aspetto che sembra confermare questa conclusione è il fatto che ci sposiamo sempre di meno (il numero delle coppie che si sposa è calato in media dell’1,5% all’anno negli ultimi 20 anni), mentre aumenta in modo considerevole il numero delle unioni libere (quelle che vengono chiamate nel contesto politico attuale le “coppie di fatto”). Infatti, il diffondersi delle convivenze, dato in aumento in molti paesi europei, può essere interpretato come un tentativo di fondare la coppia più sugli aspetti affettivi (appunto intimità, reciprocità, comunanza di obiettivi) che su quelli etico-morali, rappresentati dal matrimonio (stabilità e durata nel tempo).

Concludo dunque questa breve riflessione ribadendo come la maggiore attenzione agli aspetti emotivi e relazionali della coppia, sebbene l’abbia resa più viva, passionale, fluida e paritaria, ha anche generato un suo inevitabile indebolimento. Forse anche noi come psicologi dovremmo concentrarci un po’ di più sugli aspetti di vincolo e di impegno, che la formazione di una coppia comporta, piuttosto che esclusivamente su quelli affettivi ed emotivi.

I neo-padri: ruoli, funzioni, emozioni

Ho imparato che quando un neonato stringe per la prima volta il dito del padre nel suo piccolo pugno, l’ha catturato per sempre

Gabriel Garzia Marquez, 1977

Sono pochissime le ricerche psicologiche che hanno indagato il mondo emotivo dei padri nel periodo più precoce, quello che va dall’inizio della gravidanza ai primi anni di vita del bambino. La maggior parte degli studi ruota intorno alle funzioni materne, alle pericolose conseguenze che la depressione post partum può avere sulla mamma e sullo sviluppo della prole.

E’ evidente, tuttavia, che un uomo che decide di avere un figlio va incontro ad una fase del proprio ciclo di vita che racchiude in sé un enorme potenziale di cambiamento. Diventare genitori comporta, infatti, una definitiva trasformazione dell’identità: insieme al proprio bambino, un uomo vede nascere un nuovo se stesso.

Diventare papà spaventa proprio per questo; viene interpretato come un’interruzione del proprio ciclo di vita, un ostacolo nei confronti di ciò che è stato conquistato fin a quel momento della propria esistenza: la posizione e la stabilità professionale, la libertà di usare il proprio tempo libero a proprio vantaggio e piacimento, il cominciare a vedersi un po’ più “vecchi”.

La maggiore attenzione conferita nell’ultimo decennio al ruolo del padre ha prodotto una serie di studi che hanno messo in evidenza forme di depressione maschili, successive alla gravidanza (parimenti all’equivalente status materno). Esse si manifestano con apatia, insoddisfazione per il proprio ruolo, perdita di interesse per le consuete attività, producendo uno scadimento nella qualità delle pratiche di accudimento e di interazione genitore-neonato.

Lo stato depressivo paterno è associato a disturbi emotivi e comportamentali nel bambino, che divengono visibili a partire dai 4 anni di età, con particolare evidenza dei disturbi della condotta nei figli maschi. Risulta dunque evidente che la depressione paterna, al pari di quella materna, gioca un ruolo specifico e persistente nella genesi precoce di problemi comportamentali e nello sviluppo emotivo dei bambini.

Del resto, la funzione paterna è estremamente complessa; il padre si trova a dover “mediare” all’interno della relazione simbiotica madre-figlio, operando come una sorta dipolo alternativo, con l’obiettivo, da un lato di sostenere la madre nel difficile compito di cura, dall’altro di aiutare il bambino a staccarsi, gradualmente, dal legame affettivo primario con la figura materna, in modo tale da poter transitare dalla logica (immatura) del bisogno a quella (più “adulta”) del desiderio.

E’ importante sottolineare che il compito del padre diviene possibile solo se la sua compagna è in grado di “favorirlo”; il rapporto madre-bambino è così intenso e totale che un uomo può inserirsi al suo interno solo grazie alla disponibilità della propria compagna a farsi da parte per chiamarlo in causa, lasciando momenti diretti di interazione tra padre e figlio e fidandosi della sua capacità di essere presente e di prestare cure altrettanto premurose, sebbene dissimili da quelle che avrebbe adottato lei.

Se questo “meccanismo” riesce ad essere attivato, la coppia affettiva si trasforma in un amorevole triangolo familiare, in cui ogni membro gioca un ruolo che auto mantiene la relazione affettiva all’interno del “nuovo sistema famiglia” e che permette al padre di abbracciare a tutto tondo la sua nuova dimensione genitoriale, connotata da una modalità emotiva sempre più personalizzata e amorevole, che ha fatto parlare e reso evidente quella che oggi viene definita “paternità affettiva”.

E’ questa la rivoluzione dei nuovi papà, così diversi dai padri del passato, rappresentanti del “dovere” e della necessità di trasmettere una forte valenza normativa, che purtroppo lasciava “affamati di amore” i figli delle passate generazioni. A questo proposito la disciplina psicologica può fare molto per aiutare i “nuovi padri” in questo difficile ruolo, in bilico tra la necessità, sempre presente, di fornire una valida base normativa e l’esigenza di prestare attenzione ai bisogni affettivi del bambino. Il “fai-da-te” talvolta non è sufficiente.

E’ concesso vivere la propria morte?

Il richiamo della morte è anche un richiamo d’amore. La morte è dolce se le facciamo buon viso, se l’accettiamo come una delle grandi, eterne forme dell’amore e della trasformazione

Hermann Hesse, (postumo)

morte vita

 A partire dalla metà del ‘900 la morte diviene di completa pertinenza medica. La medicina, infatti, non solo la definisce e sancisce, ma anche regola e gestisce. Una delle conseguenze di questo predominio è rappresentato dall’isolamento del morente che, escluso dal conforto degli affetti familiari, è oggetto spesso di un accanimento terapeutico impietoso.

Oggi la morte è diventata un fatto esclusivamente biologico, è stata ridotta a concetto di corpo necrotico da smaltire, qualcosa di cui inorridire e prendere le distanze. Tutto questo ha contribuito a mettere in ombra, a rendere debole, la componente umana, culturale, religiosa e sociale di un evento importante “per chi va e per chi resta”. La separazione della persona, ridotta esclusivamente alla connotazione di malato, dai parenti e dall’ambiente familiare mette in rilievo il carattere anonimo che i moderni ospedali conferiscono al morire, secondo quella caratteristica tipica del nostro mondo culturale che opera una sistematica rimozione della morte e dei suoi riti.

La medicalizzazione della morte ha prodotto, dunque, solitudine nel morente, alla quale si associa spesso la menzogna, raccontata da parenti ed amici, che nega alla persona la possibilità di “vivere la morte”; come se d’improvviso l’individuo fosse divenuto un bambino, incapace di sostenere il peso e la responsabilità di una notizia definitiva, inadeguato a sopportare il tragico annuncio, la cruda verità. Ciò che non si può dire non si può condividere. L’essenza stessa della solitudine.

Questo argomento apre questioni fondamentali per la realtà contemporanea: l’uomo può vivere soltanto fino alla morte o, piuttosto, può vivere anche la morte, dato che il morire fa parte della stessa vita? E ancora: la scienza medica e la tecnicizzazione della salute hanno davvero allungato la vita o, piuttosto, hanno cronicizzato la malattia? Nel momento in cui l’approccio farmacologico e le terapie analgesiche mitigano le atroci sofferenze del moribondo, è giusto che parallelamente ne annullino anche la personalità, relegandolo nel limbo vegetativo del coma? Ritengo che riflettere su questi interrogativi possa contribuire a ri-creare un modo ed un tempo più appropriato per il morente ed i suoi familiari di vivere il fine-vita.

Certo, sarebbe ingiusto connotare solo negativamente il progresso medico che ha trasformato l’ospedale da anticamera della morte a baluardo della vita mortalmente minacciata, come pure va osservato che la professione medica si è posta di fronte alla questione in oggetto in modi diversi e dissimili. Allo stesso tempo, in ospedale, ultima fortezza della vita (luogo che praticamente ha soppiantato ormai la morte in casa), accade ancora, anzi sempre più spesso, che si muoia e che questo imprevisto metta a disagio i medici, nuovi sacerdoti della salute, perché ciò li costringe a passare, loro malgrado, dalla guarigione della malattia alla cura del malato agonizzante.

Forse è importante, doveroso, prendere in considerazione anche altre prospettive. L’uomo contemporaneo e la sua medicina sopprimono il dolore, ma anestetizzano le persone che muoiono ancor prima di spirare e in tal modo le persone vivono fino alla morte ma non la morte, evento più che mai personale ma allo stesso tempo curativamente condivisibile e prezioso.

Abuso sessuale intrafamiliare. Caratteristiche generali dell’incesto

abusoGli aspetti cruciali riguardanti l’abuso sessuale intrafamiliare, sono tanti: l’ampia diffusione del fenomeno ancora poco conosciuta; la necessità di contenere l’impatto traumatico manifestando l’accaduto; la complessità e specificità richiesta nella valutazione; il silenzio da parte del minore che ne è vittima, spinto al segreto e alla negazione; le false dichiarazioni di abuso; l’integrazione tra aspetti giuridici e l’impatto psicologico traumatico nella valutazione. A dispetto della sua importanza, possiamo affermare che poche sono le ricerche, sia europee che italiane, effettuate per cogliere la peculiarità del fenomeno. Cerchiamo qui di effettuarne un sunto.

La maggior parte degli esperti è concorde nell’affermare che i casi denunciati rappresentino soltanto un 10/15% degli avvenimenti totali; la letteratura specialistica anglosassone presenta, a conferma di quanto detto, statistiche allarmanti: il 10/30% delle femmine ed il 2/9% dei maschi sarebbe stato vittima di abusi sessuali prima dei 18 anni, e di questi solo il 20% sarebbe avvenuto fuori dalla famiglia.

I familiari abusanti sono uomini nella quasi totalità dei casi; le donne sono rare e per lo più partecipano all’abuso con il partner.La maggior parte degli adulti perpetra la violenza con assoluta segretezza: non ne parlano con nessuno e non coinvolgano altre persone. Raramente l’abuso sessuale infantile acquista caratteristiche di gruppo, contrariamente per quanto avviene nei reati compiuti sulle donne, in cui le violenze di gruppo sono frequenti. Nella maggior parte dei casi le persone abusanti non presentano patologie psichiatriche; contrariamente al pensiero comune, l’incesto si consuma all’interno dell’area della normalità psichica, con persone “capaci di intendere e volere”. In ogni caso molti degli adulti che mettono in atto questo comportamento sono stati a loro volta abusati nel corso dell’infanzia o, comunque, hanno vissuto in un clima familiare deteriorato ed incentrato sulla trascuratezza da parte dei genitori.

A questo proposito, alcuni psicologi hanno elaborato la teoria dell’ “abusatore abusato”, secondo la quale il soggetto adulto replica la vittimizzazione subita da bambino, ottenendo un trionfo proprio da ciò in cui nell’infanzia era stato vittima; si tratterebbe di un atto di vendetta mediante cui il passato viene cancellato e trasformato in “vittoria”.

Per quanto riguarda il contesto in cui l’abuso avviene, possiamo dire che colpisce in eguale misura tutte le classi sociali e che variabili come l’etnia, il livello culturale, l’origine geografica, non incidono. Un elemento che invece rappresenta un forte fattore di rischio è la presenza di un patrigno.

La maggior parte degli autori è concorde nel ritenere che il contesto familiare in cui l’abuso si verifica è “interamente disfunzionale”. Questo significa che la famiglia è problematica non solo nella persona che commette il reato ma nella sua totalità, in quanto gruppo con regole, comportamenti, modalità comunicative, nettamente contrastanti con i bisogni e gli interessi dei minori. Quanto detto non è immediatamente visibile all’osservatore esterno; molti nuclei familiari mostrano un’apparenza normale, dietro la quale celano squilibri e conflittualità anche molto intensi, che solo lo svelamento dell’incesto può rendere evidenti. A questo proposito può essere interessante notare che nei casi in cui l’abuso sessuale è stato compiuto dal padre convivente con la madre, quest’ultima non riesce ma i proteggere il minore dalla violenza, né prima né dopo la scoperta dell’incesto, ma anzi collabora sempre, attivamente o passivamente, consciamente o inconsciamente, al maltrattamento, negandolo o coprendolo, anche di fronte all’evidenza. Questo ci permette di comprendere la gravità psicologica che tale evento assume per la vittima, la quale perde contemporaneamente la fiducia e il sostegno di entrambi i genitori.

Per quel che riguarda le vittime molti studi hanno evidenziato una forte correlazione tra abuso e abbandono scolastico; inoltre, per quei bambini che frequentano ancora la scuola dell’obbligo risultano frequenti le bocciature, sia nelle scuole elementari che medie. Il periodo di maggior rischio per l’abuso sessuale è la preadolescenza (8-12 anni); per un quarto le vittime sono maschi.E’ importante sottolineare che non è la violenza sessuale in sé a determinare la psicopatologia nel minore, quanto piuttosto il senso di colpa, l’angoscia e la vergogna che seguono i maltrattamenti. Questi sono per lo più prolungati: nel 43% dei casi durano due anni e nel 20% cinque anni. L’incidenza delle denunce fatte direttamente dal minore è bassissima. I bambini hanno sempre bisogno di un adulto, in genere la mamma o un insegnate, nel quale riporre la fiducia e che si faccia portatore della loro voce. Le cause del silenzio sono varie: la paura di non essere creduti, la vergogna, il senso di colpa (legato al timore di essere i responsabili della “distruzione” della famiglia).

In conclusione possiamo dire che l’attenzione posta su un fenomeno come questo dovrebbe essere massima in un paese come l’Italia, nel quale la cultura della famiglia e del accudimento prolungato dei figli è molto valorizzato. Inoltre ci può rassicurare pensare che l’incesto sia prodotto di realtà familiari particolarmente caotiche, disgregate o patologiche, e che venga perpetrato da “mostri” facilmente riconoscibili. Nella realtà, tuttavia, famiglie apparentemente “normali” nascondono questo terribile segreto.

Matrimonio oggi, quali cambiamenti?

Ho deciso di scrivere una serie di post che ponga al centro il matrimonio, nelle sue varie sfumature e caratteristiche. In questo voglio affrontare il tema del cambiamento che ha investito l’istituzione matrimoniale negli ultimi decenni.

Il matrimonio costituisce l’atto ufficiale che rende visibile e socialmente riconosciuta la coppia. La ritualità (cerimonia religiosa o civile che sia) che lo accompagna, presente, anche se in forme diverse, in tutte le culture umane, ne rappresenta l’importanza, poiché attraverso questo passaggio nasce una nuova entità, la coppia coniugale, la quale costituisce l’embrione di un progetto generativo più ampio che porta alla nascita dei figli.

Nel corso del tempo la concezione del matrimonio ha subito un radicale cambiamento. Ad oggi possiamo pensare alla relazione coniugale come caratterizzata da una ritualità debole (Scabini e cigoli, 2000); vediamo di spiegare meglio questo concetto. Dall’inizio dell’epoca moderna il matrimonio non si fonda più sull’alleanza tra le famiglie di origine dei coniugi, le quali storicamente hanno avuto una forte influenza sulla fattibilità del matrimonio dei figli e sulla scelta del partner da sposare. Attualmente il matrimonio assume sempre di più il significato di un’impresa personale, che vede al centro la coppia e la sua relazione. L’importanza dei “legami di sangue”, della fedeltà nei confronti della famiglia allargata, acquista sempre minor peso. La vera importanza per la stabilità e la durata del legame matrimoniale è attribuita al legame sentimentale ed affettivo di coppia; per la qualità della coniugale coppia diviene sempre più importante il permanere di un’attrattiva sessuale, di una comunanza di interessi e di un coinvolgimento affettivo.

A dimostrazione di quanto sostenuto sta il fatto che lo stesso fidanzamento, come periodo di fondamentale importanza per la buona riuscita del matrimonio proprio per la possibilità che garantiva nel costruire un’alleanza tra famiglie, ha perso quasi del tutto il suo peso “allargato”, divenendo sempre di più un patto tra due individui. Attualmente, anche all’interno delle “terapie di coppia” (oggetto tra l’altro sconosciuto fino ad una trentina di anni fa), si attribuisce sempre più importanza all’intimità tra i partner, che è definibile come la capacità che ognuno dei membri possiede di manifestare all’altro ciò che prova, pensa e sente, insieme alla propensione a mostrarsi empatico ed in grado di fornire sostegno e attenzione.

Quanto scritto ci fa capire come la relazione coniugale sia investita di aspettative molto elevate e difficilmente sostenibili, che la rendano più fragile che in passato. Come evidenzia l’ISTAT, in Italia, il numero dei divorzi e delle separazioni è più che raddoppiato dal 1995 al 2010. Attualmente ci sono il 30% delle separazioni ed il 20% dei divorzi ogni 100 matrimoni. Riteniamo che sia il “sovraccarico” delle attese attribuite alla coppia che la rende più debole e più soggetta a delusione da parte di chi la fonda.

Un altro aspetto che sembra confermare questa conclusione è il fatto che ci sposiamo sempre di meno (il numero delle coppie che si sposa è calato in media dell’1,5% all’anno negli ultimi 20 anni), mentre aumenta in modo considerevole il numero delle unioni libere (quelle che vengono chiamate nel contesto politico attuale le “coppie di fatto”). Infatti, il diffondersi delle convivenze, dato in aumento in molti paesi europei, può essere interpretato come un tentativo di fondare la coppia più sugli aspetti affettivi (appunto intimità, reciprocità, comunanza di obiettivi) che su quelli etico-morali, rappresentati dal matrimonio (stabilità e durata nel tempo).

Concludo dunque questa breve riflessione ribadendo come la maggiore attenzione agli aspetti emotivi e relazionali della coppia, sebbene l’abbia resa più viva, passionale, fluida e paritaria, ha anche generato un suo inevitabile indebolimento. Forse anche noi come psicologi dovremmo concentrarci un po’ di più sugli aspetti di vincolo e di impegno, che la formazione di una coppia comporta, piuttosto che esclusivamente su quelli affettivi ed emotivi.

La relazione tra fratelli nel contesto familiare

La relazione tra fratelli è, di norma, il legame familiare di maggiore durata nel tempo. Essa può prendere forme assai diverse a seconda della composizione della fratria. Quando in una famiglia i figli sono due, magari della stesso genere e vicini per età, l’affinità psicologica e la condivisione di situazioni sociali è massima, con tutti i vantaggi che da ciò deriva, ma anche con qualche rischio; ad esempio nel momento in cui i genitori mostrano segni di favoritismo o utilizzano troppo spesso il confronto come strategia educativa (<<Tua sorella si che è brava scuola>>; <<Tuo fratello è più obbediente di te>>; ecc.) conflitti e scontri possono diventare molto frequenti. In ogni modo è raro che i genitori possano agire sui figli esattamente allo stesso modo; prima di tutto perché ogni persona ha un suo temperamento e, come hanno sottolineato esperti genetisti, i fratelli hanno più probabilità di essere diversi l’uno dall’altro che di somigliarsi. In secondo luogo ciascun bambino pone al genitore richieste differenti in relazione all’età e compie esperienze che ne influenzano lo sviluppo in modo diverso dagli altri coetanei e fratelli.

L’ordine di nascita, anche se di poco distanziato, determina inevitabilmente potenti discrepanze nella situazione familiare di ciascun figlio ed influenza il modo in cui la fratria interagisce. I primogeniti, per quanto avvantaggiati dall’età e candidati a primeggiare in termini di status, possono sperimentare un notevole disagio con la nascita del “nuovo arrivato” (infatti non è raro riscontrare casi di enuresi notturna -pipì a letto- anche in bambini ormai “grandi” dopo la nascita del fratellino). Per converso i secondogeniti devono confrontarsi costantemente con qualcuno più grande, il che spesso li rende più abili “negoziatori” nelle situazioni sociali, anche fuori casa. Nel momento in cui la relazione tra fratelli comprende notevoli differenze di età, essa può assimilarsi assai di più ad un rapporto adulto bambino che ad uno tra pari. In questo caso i fratelli maggiori sono una sorta di figure intermedie tra i più piccoli ed i genitori, sia nel fornire sostegno e cura, sia nel funzionare da modelli comportamentali per l’altro. Tuttavia l’intensità della relazione fraterna tende a diminuire con l’età. Non è raro che alcuni si “rendano conto” di avere un fratello solo quando il divario cronologico è meno importante che nell’infanzia(ad esempio uno 25 l’altro 30).

La rivalità tra fratelli è comunque proverbiale, quasi inevitabile, ed in effetti spesso i bambini tendono a litigare di più tra fratelli che tra amici. In ogni modo l’intensità e le modalità del conflitto dipendono in larga misura dal clima familiare, ed in particolare dalla qualità del legame di attaccamento tra la madre e ciascun figlio. Come evidenziano alcuni eminenti psicologi (Bombi e Pinto, 2001), nel momento in cui uno dei fratelli sperimenta una relazione deteriorata con uno dei genitori rispetto all’altro membro della fratria l’intensità del conflitto è decisamente maggiore (frequenti attacchi fisici e verbali, disarmonia persistente) con un rischio concreto di chiusura del rapporto in età adulta.

Dato che i conflitti non possono essere evitati, anzi NON DEVONO esserlo, in quanto la capacità di affrontare i litigi è fondamentale nella vita relazionale, diviene fondamentale per i genitori aiutare i bambini a riflettere su ciò che accade loro duarnte gli scontri. Dato che le modalità con cui si percepiscono le provocazioni dell’altro è importante tanto quanto la provocazione stessa nel suscitare la risposta aggressiva, diviene fondamentale che che i genitori incoraggino i bambini a riflettere sulle proprie convinzioni dei motivi che hanno spinto l’altro ad innescare o perpetrare il conflitto (<<Secondo te perché tuo fratello fa così?>> <<Non è detto che tuo fratello ti disprezzi, forse….>>, ecc.). I genitori non devono limitarsi ad essere arbitri dei litigi, stabilendo chi ha ragione o chi a torto; forse è più utile che vestano i panni dell’allenatore per aiutare i figli ad essere preparati ad affrontare il conflitto.

Riferimenti

  • Bombi, A. e Pinto, G., Le relazioni interpersonali del bambino, (2001), Carocci, Roma