DSA. Una riflessione

Negli ultimi anni nelle scuole elementari e medie abbiamo assistito ad un aumento esponenziale delle diagnosi di Disturbi Specifici dell’Apprendimento, DSA. All’interno di questa macrocategoria rientrano una serie di disturbi che hanno a che fare con le abilità scolastiche come la dislessia (difficoltà nella lettura), la discalculia (disturbo nella capacità di calcolo) e la disgrafia (difficoltà nell’espressione scritta). Numerosi e sofisticati test sono stati elaborati da colleghi per la diagnosi di tali disfunzioni la cui “individuazione” è diventata così sempre più precoce. Accanto all’utilità che un’accurata diagnosi di questo tipo può avere ci preme segnalare una serie di controindicazioni. I bambini in cui vengono individuate tali difficoltà spesso finiscono con l’ottenere una certificazione, rilasciata dai Servizi SMIA (Salute Mentale Infanzia e Adolescenza) e Neuropsichiatria Infantile, che gli permette di usufruire di un insegnante di sostegno all’interno delle classe nonché di un programma personalizzato, differenziato, volto al perseguimento di “obiettivi minimi”. A nostro avviso le ripercussioni di tali “attenzioni” sulla psicologia del bambino in sviluppo possono rivelarsi particolarmente dannose. Infatti spesso si genera un circolo vizioso per cui insegnanti e compagni tendono ad aspettarsi “sempre meno” dall’interessato in quanto portatore di un deficit irrisolvibile. Nel momento in cui gli altri perdono la fiducia nelle possibilità di cambiamento del bambino anche lui tenderà a fare lo stesso. Questo contribuisce a ridurre le possibilità di un recupero “vero” del problema oltre che a danneggiare l’autostima e lo sviluppo del “Sé” del fanciullo.

Inoltre la presenza del deficit genera “promozioni compiacenti” da parte dell’insegnanti che accettano di buon grado che il bambino produca nulla o quasi dato che la malattia non lo permette. Questo finisce con il generare bambini e poi adolescenti sempre più demotivati allo studio, in quanto nessuno si aspetta più niente da loro, con la consapevolezza che comunque la loro promozione è assicurata.

Salvo i casi in cui il deficit è evidente e fortemente invalidante ci domandiamo a chi servono davvero tutte queste certificazioni. Ai bambini forse no.