Terapia di coppia, l’assenza di figli può renderla necessaria?

Una persona che ho seguito in terapia di coppia dice: ”Io e mio marito siamo spesso stati giudicati “egoisti”, poiché non abbiamo voluto avere figli. La nostra intesa è sempre ottima e siamo in perfetta sintonia, al contrario altre “coppie genitoriali” spesso non hanno nemmeno il tempo per fare l’amore! Mi chiedo: ma i figli sono il collante della coppia oppure un ostacolo alla sintonia fra i partner?” L’intesa matrimoniale dipende dalla sintonia, complicità e compatibilità fra i due partner: i figli non devono essere il collante per la coppia. Il segreto delle coppie felici quindi non dipende dal fatto di avere o meno figli. Insomma, il detto “un matrimonio senza figli è come un albero senza frutti” non è per nulla valido, poiché se voi vi sentite soddisfatti della vostra relazione e reciprocamente apprezzati non dovete rimpiangere altro. L’aspetto centrale di un rapporto è legato all’investimento di energie che ci mettete per mantenere viva la relazione, attraverso momenti di svago e spazi dedicati al rapporto a due. Abitudini che, invece, tra pannolini, notti insonni e crisi adolescenziali, a volte possono venir meno nelle coppie con prole.

La dimensione naturale della coppia è un rapporto “esclusivo” tra due individui

Nel momento in cui però arrivano i figli questo aspetto cambia e si perde in parte la bellezza dello stare in coppia. Ma questo è inevitabile, poiché non si può investire in tutti i campi allo stesso modo, bisogna stabilire delle priorità e quando nasce un figlio il piccolo diventa il centro di tutte le attenzioni ed energie della coppia. Il rischio, però, è di riservare al rapporto a due solo le briciole della vita di coppia. Una dimensione che è fondamentale curare è proprio la comunicazione; essere chiari rispetto ai propri bisogni, diretti sia nelle critiche che negli elogi, non manipolativi ne pretenziosi nei modi di esprimersi, è essenziale nel proseguimento e nella crescita di una relazione. Molte coppie finisco con l’arenarsi in critiche più o meno dirette all’altro, confondendo le proprie frustrazioni con presunte mancanze del partner, generando circoli viziosi di “attacchi” e svalutazioni. In ogni caso, è assolutamente possibile essere felici anche senza essere genitori, tutto dipende da ciò che si desidera dalla relazione. Se la coppia si sente già completa fa bene a non avere figli, mentre chi inizia a sentire un desiderio di paternità o di maternità fa bene a provare l’esperienza genitoriale. Insomma, non esiste una ricetta valida per tutti. La coppia senza figli è autoreferenziale e se ciascuno dei partner riesce a realizzare le proprie aspettative all’interno del rapporto a due la longevità della relazione sarà protetta.

Genitori, ma anche amanti!

Nel momento in cui si diventa genitori può essere difficile mantenere lo stesso livello di soddisfazione: la parola d’ordine però è di non rassegnarsi. L’importante è continuare ad alimentare la relazione facendo leva su aspetti come la comunicazione, l’apertura e la trasparenza. E’ importante difendere i propri spazi di coppia e ritagliare dei momenti da dedicarsi, ad esempio, pianificando una cena al ristorante o andando al cinema o vedendo degli amici. In questo l’organizzazione della vita quotidiana è un aspetto importante in cui entrambi i partner dovrebbero mettere “testa e cuore”, senza delegare all’altro l’esclusività di questa importante funzione. Dopo la nascita di un figlio, molto spesso, la precedente pianificazione giornaliera si destruttura generando la necessità di una revisione comune.

A questo proposito, può essere importante confrontarsi di tanto in tanto per parlare delle situazioni che vorremmo modificare o che non riteniamo più fruttuose all’interno della relazione. Infine, ultimo ma non meno importante, invito le coppie a non dimenticare mai la gentilezza e la capacità di dire grazie, di farsi dei complimenti e di accarezzarsi. La sfera dell’affettività, che comprende l’attenzione il contatto fisico, l’empatia, la sessualità è il terreno all’interno del quale la coppia può crescere rigogliosa o appassire. Questo con o senza figli.

La coppia ed il suo ciclo, tra crisi e soluzioni

La coppia ed il suo ciclo evolutivo

L’uomo è un animale sociale“: nelle parole di Seneca trova espressione un bisogno connaturato a tutti gli esseri umani, ovvero il contatto, lo scambio e la vita in comune con altri uomini e donne, in una rete di rapporti che rende la vita più complessa e più ricca.

Le coppie, come molte aggregazioni sociali, nascono, crescono (ed a volte muoiono) in un ciclo evolutivo che, diverso di coppia in coppia, può incontrare diversi ostacoli o procedere spedito.

Dall’incontro dei due futuri partner nasce il germe di un rapporto che può andare incontro ad un percorso, ora lineare, ora più tortuoso, che in molti casi conduce alla formazione di una famiglia.

Già questo primo passaggio richiede una puntualizzazione. Secondo la Giurisprudenza del nostro Paese, l’art. 29 della Costituzione afferma che:

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio

Da un punto di vista psicologico, la famiglia è un concetto più complesso. Il matrimonio, come atto fondante il nucleo familiare, non è una condizione necessaria a strutturare psicologicamente una famiglia, ed assume un ruolo di secondo piano rispetto a concetti come il senso di appartenenza, la condivisione, la costruzione di un progetto di vita esclusivo e comune.

Inoltre, la formazione di una coppia, nella nostra cultura, è carica di significati, valori ed aspettative che coinvolgono non solo i due “attori principali”, ma che, con declinazioni diverse a seconda della cultura locale, mettono in movimento la rete delle famiglie d’origine, degli amici, dei parenti più o meno prossimi.

La nascita di una nuova famiglia: legami e legacci

Uno dei nodi che frequentemente rappresenta un motivo di conflitto per le giovani famiglie è il rapporto con le rispettive famiglie d’origine.

Suoceri e suocere “invadenti”, mariti e mogli ancora troppo “figli”, difficoltà nel ridefinire il proprio ruolo all’interno del nuovo nucleo familiare possono essere punti critici che, cronicizzandosi, possono accompagnare la coppia per l’intero arco della sua vita.

Il primo compito evolutivo dei partner è proprio quello di “pensarsi come coppia”. Questo implica:

  • il distacco dalla famiglia d’origine, inteso non come brusca rottura dei legami affettivi con i propri familiari, ma come delimitazione di un nuovo confine, quello tra la famiglia attuale, con le sue regole, le sue esigenze, i suoi progetti, e quella d’origine, che dovrà rispettare (o imparare a farlo) gli spazi e l’autonomia della nuova famiglia;
  • l’identificazione del/della partner come interlocutore unico per la contrattazione, la discussione, la definizione delle regole della coppia: questo è particolarmente difficile ed importante quando le famiglie d’origine cercano di “dire la loro” in merito a come dovrebbero relazionarsi tra loro i partner, o quando uno dei due cerca il conforto ed il supporto dei suoi familiari nelle sue “battaglie” contro il/la partner;
  • l’accettazione del/della partner come altro da sè: questa difficoltà sorge soprattutto quando si pretende di cambiare l’altro, o si pretende che l’altro cambi per rispondere ai nostri desideri ed alle nostre aspettative. Se è vero che ogni rapporto può essere l’occasione per mettersi alla prova e crescere, in risposta alle richieste che ogni relazione comporta ad ognuno dei partner, è pur vero che, alla base della sofferenza di molte persone c’è l’idea irrazionale “Se mi amasse veramente, cambierebbe per me”, oppure “Grazie al mio amore, lui/lei cambierà”;
  • l’apprendimento di modalità di comunicazione funzionali: molti conflitti si mantengono in vita grazie a canali di comunicazione interrotti, disfunzionali, aggressivi. Classico è l’esempio di uno dei due partner che tiene il broncio per giorni all’altro per farlo sentire in colpa, o che usa toni aggressivi, ad esempio insultando o deridendo sarcasticamente; o, più semplicemente, la mancata formulazione di richieste esplicite (“Non glielo devo chiedere io, dovrebbe farlo lui/lei spontaneamente!”)

“Quando il gioco si fa duro”

Tutte le coppie si confrontano con le problematiche sopra esposte; ogni tema della vita comune, dalla gestione dell’economia alla vita sessuale, dall’educazione di eventuali figli alle scelte professionali, può rappresentare potenzialmente un campo di battaglia, in cui colpire l’altro ed esserne feriti, a volte senza esclusione di colpi.

Tipico è il fenomeno dell’escalation: ad ogni azione di un membro della coppia, corrisponde una reazione dell’altro, che può “alzare la posta” e “colpire un pò più pesante”.

Se ciò accade, i conflitti tendono a radicalizzarsi, ed i problemi a diventare cronici: per mesi, o addirittura per anni, la coppia si carica di un fardello che pesa sulla sua capacità di crescere e lasciarsi alle spalle le difficoltà.

La principale difficoltà, in questi casi, è rappresentata dalla resistenza di ognuno dei partner ad assumersi la responsabilità della coppia. Questo comporta la disponibilità a rispondere ad alcune domande, che mettono in discussione il “modello della colpa” (“E’ colpa sua, perchè…”):

  • Sto chiedendo al mio partner/alla mia partner di cambiare un suo modo di essere?
  • Se sì, io cosa sono disposto/a a cambiare?
  • Lo/la sto colpevolizzando?
  • Se sì, mi sto attribuendo la responsabilità di aver contribuito a questo stato di cose?
  • In questo momento, siamo “uno accanto all’altro” per risolvere i nostri problemi o “uno di fronte all’altro” per dimostrare chi ha ragione?

Liberarsi dalle trappole e riprendere a camminare insieme

Tutte le coppie percorrono strade accidentate per raggiungere il loro equilibrio. Il conflitto è un’inevitabile corollario dei rapporti umani, e non è di per sè negativo o pericoloso; anzi, può rappresentare un momento di “sana crisi” che aiuti i partner a mettersi in discussione e a fare un passo avanti nella comprensione reciproca e nell’accetazione di sè e dell’altro.

Se questo non accade, ad esempio perchè i partner continuano a rinfacciarsi le reciproche “colpe” o perchè non riescono a discutere tra loro senza coinvolgere altri o senza insultarsi, la consulenza psicologica di coppia può essere un’utile occasione per imparare ad affrontare i problemi in modo costruttivo.

All’interno di un contesto “protetto”, con regole chiare e condivise, si può apprendere a vedere le cose da un punto di vista diverso, accettando di mettere in discussione la propria visione e cercando insieme di definire, affrontare e risolvere i problemi.

E’ però necessario che entrambi i partner siano accomunati dal desiderio di “far qualcosa” per risolvere le loro difficoltà. Se ciò non dovesse verificarsi, l’intervento si strutturerebbe secondo altre modalità tecniche (ad esempio, gli “interventi indiretti”) e sarebbe caratterizzato da altre procedure ed altre logiche.

Le malattie che nascono in famiglia

Nonostante molte delle attuali teorie psicologiche sulla nascita della “malattia” siano sempre più influenzate dalla medicina e dalla biologia, la famiglia con i suoi intrecci, triangolazioni e comunicazioni confuse ha un ruolo fondamentale nella genesi di un disturbo psicologico. La nostra discussione si orienta verso quelle distorsioni comportamentali, perverse e psicotiche che avvengono quotidianamente in una famiglia ma che sono così sottili e celati da non destare alcun sospetto ad un osservatore esterno ed inesperto.

In un libro dal titolo i giochi psicotici nella famiglia una nota psicologa, Mara Selvini Palazzoli ed i suoi collaboratori evidenziarono una forma di triangolazione tra i membri di diverse generazioni (generazione dei genitori e generazione dei figli) così disfunzionali al punto da creare delle condizioni di convivenza così estreme da indurre i membri più giovani verso reazioni psicopatologiche di vario genere che andavano dai comportamenti schizofrenici a vere e proprie sindromi depressive e/o disturbi del comportamento alimentare.

Gli autori dello studio evidenziarono che quanto più i vari membri di un sistema famigliare fossero invischiati tra di loro più gravi erano le reazioni psicopatologiche e tracciarono un percorso comportamentale alla base di queste reazioni che, seppur presenti  quasi universalmente in tutte le famiglie, in determinate occasioni si irrigidiscono e si estremizzano.

Gli autori individuano innanzitutto una coppia in stallo, ossia conflittuale con una comunicazione inefficace carica di accuse reciproche e di  risentimenti. Uno dei due membri assume un atteggiamento più attivo nei confronti dell’altro, con accuse esplicite, rimproveri  tesi all’evidenziazione delle mancanze o inadeguatezze del partner nei diversi campi famigliari (educazione, doveri domestici o coniugali) . Per contro, l’altro membro assume un atteggiamento passivo, di vera vittima che assorbe la accuse del coniuge e reagisce a quest’ultimo solo con lamentele celate, sospiri o sguardi di disapprovazione.

Il membro passivo aggiunge alle sue reazioni contenute una ricerca di disapprovazione verso il partner con sguardi impliciti, celati di sofferenza e di richiesta di aiuto da parte di un figlio cercando una sorta di alleanza nascosta. I suoi sguardi, i suoi sospiri hanno una funzione di allertare il figlio come se, in questi atteggiamenti, vi fossero comunicazioni del tipo. “guarda che mi tocca subire” .

Questa comunicazione celata appare così efficace a tal punto da ottenere questa complicità da parte del figlio che viene implicitamente aizzato contro l’altro genitore, quello più attivo, quello persecutore. Il figlio, quasi come un paladino della giustizia del membro passivo e debole, assume le difese di quest’ultimo con una implicita comunicazione del tipo: “visto che tu non reagisci lo faccio io per te” e mette in atto una serie di comportamenti insoliti di vera e propria protesta. Questi atteggiamenti possono essere tra i più vari quali di rabbia, di provocazione ( come ad esempio tornare tardi la sera senza avvisare, rifiutarsi di studiare, spendere troppo denaro ecc.). In pratica questi comportamenti sarebbero anche una specie di lezione verso il genitore debole quasi una dimostrazione di come dovrebbe comportarsi.

Tali atteggiamenti, tuttavia, risultano insoliti ad entrambi i partner compreso quello debole che, in realtà, ha cercato l’alleanza del figlio più per una forma di strumentalizzazione che per una vera ricerca di aiuto. Entrambi i partner non vedono di buon occhio questi atteggiamenti poiché vanno ad intaccare uno pseudo equilibrio che li ha mantenuti fino a quel momento. A prendere l’iniziativa di contrastare questo nuovo atteggiamento del figlio è ovviamente il genitore attivo con rabbia e punizioni fino al raggiungimento di un vero e proprio conflitto con quest’ ultimo. Ma la cosa spiacevole che accade è che anche il genitore passivo, quello debole, che inizialmente aveva cercato quella alleanza, ora si schiera con il coniuge prendendo addirittura le proprie difese .

Il figlio vive questa condizione come una sorta di tradimento poiché viene a cadergli addosso quel mondo di convinzioni e di alleanze che credeva di aver costruito. Inoltre questa nuova alleanza dei genitori viene vissuta come il fallimento della sua missione di protesta. Da qui mette in atto una serie di reazioni patologiche che, paradossalmente, mettono in accordo ed appianano i vecchi conflitti della coppia in quanto un nuovo interesse li accomuna. La malattia del figlio. Su questa malattia la coppia si unisce e la mantiene in vita. Quest’ultima infatti crea nella coppia una buona dose di benefici secondari che vanno dalla comprensione e compassione di altri membri della famiglia e della comunità.

Da questo studio gli autori inducono a considerare alcune  reazioni patologiche in virtù di questa perversa triangolazione e descrivono l’anoressia come un vero sciopero della fame, la depressione come la reazione ad un abbandono e la psicosi come la conseguenza di uno stato confusionale in cui ci sono stati dei voltafaccia e dei cambiamenti di carte in tavola.

In alcune famiglie anche la comunicazione assume una vera e propria forma perversa, infatti Watzlawick e collaboratori in  pragmatica della comunicazione umana descrivono  come determinate reazioni psicotiche siano la conseguenza di una comunicazione cronicamente distorta e ripetuta carica di contraddizioni in cui una richiesta o una affermazione è subito disconfermata da una affermazione uguale ed opposta da creare una vera e propria via senza uscita. Un esempio  è dato da una frase del tipo: “devi imparare ad essere autonomo, ma  l’importante è che tu faccia ciò che ti dico io” una spinta verso l’autonomia che viene contemporaneamente castrata ed impedita, o addirittura ne viene favorita la condizione opposta. Da questo atteggiamento un figlio si difenderebbe reagendo con un atteggiamento sospettoso come se si fosse perso qualche elemento della comunicazione e cercandone i sotterfugi sottostanti con un quadro simile alla paranoia. Oppure reagisce non reagendo ma abbandonandosi a sé stesso e staccandosi dalla realtà rifugiandosi in un mondo interiore con un atteggiamento simile alla catatonia o ancora  con uno stato di profonda confusione da somigliare ad un ebefrenico.

Appare ovvio  che, come conseguenza di questi giochi famigliari disfunzionali possiamo aggiungere, dal canto nostro, che il giovane figlio può reagire  con impulsi profondamente aggressivi o con vere e proprie fantasie di morte verso qualcuno dei membri della sua famiglia, impulsi e/o fantasie ovviamente inaccettate e dalle quali si difende con la messa in atto, inconsciamente, dei ben noti meccanismi di difesa descritti dalla psicoanalisi. Per cui, con il tentativo di rimuovere tali impulsi reagisce o con la regressione, abbandonandosi  alle proprie fantasie e ad atteggiamenti infantili, oppure  può rivolgere verso di sé la propria aggressività, con comportamenti autolesionistici o depressivi. Si difende mediante meccanismi di proiezione, ossia proiettando la sua aggressività sugli altri percependoli quindi come persecutori. Può mettere in atto reazioni dissociative vivendo come dall’esterno o da un altro corpo quell’esperienza ritenuta devastante oppure trasformando la sua protesta, per l’incapacità di esprimere  i suoi malesseri psicologici, in un malanno fisico attraverso meccanismi di conversione e somatizzazione.

Abbiamo visto come la psicopatologia non sia solo la conseguenza di una malattia del cervello ma l’espressione  di una perversa e distorta interazione dei membri di un gruppo coinvolto da intensi legami emotivi ed affettivi.

 

Riferimenti:

Palazzoli Selvini, et. Al., i giochi psicotici della famiglia, Raffaello Cortina 1988.

Watzlawick et. al. Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, 1971.

White, Gilliland, i meccanismi di difesa, Astrolabio, 1977.

Dipendenza dal porno, quali caratteristiche?

il punto terminale di ogni dipendenza è ciò che viene chiamato dannazione

Wystan Hugh Auden, 1952

 

La pornografia rappresenta un argomento controverso. Alcuni le attribuiscono un significato positivo definendola una sorta di mezzo iniziatico per la sessualità adolescenziale; altri la contrastano aspramente, assumendo un punto di vista etico, anche rispetto al significato che il ruolo della donna (trasformata in “oggetto” sessuale) assume al suo interno.

Da un “versante” psicologico, possiamo dire che se è possibile che un contatto sporadico con la pornografia costituisca un primo utile accostamento alla sessualità, un ricorso eccessivo ad essa può rivelarsi deleterio, in quanto non solo contribuisce alla costruzione di una visione distorta della sessualità, ma può anche favorire l’instaurarsi di un comportamento patologico di fruizione di questo materiale.

 

Anche da un punto di vista clinico non c’è uniformità di vedute intorno alla pornodipendenza da internet: secondo alcuni studiosi essa rientrerebbe all’interno dei Disturbi da Controllo degli Impulsi, le cui caratteristiche principali sono l’impulsività e la perdita di controllo di fronte ad alcuni stimoli specifici; altri autori sottolineano l’aspetto ossessivo del problema, quindi le continue “rimuginazioni” mentali intorno al tema pornografico; secondo diversi psicologi invece l’abuso di materiale cyberpornografico rientrerebbe nella categoria delle dipendenze, avendo molti aspetti in comune con la “più celebre” dipendenza da sostanze psicotrope.

 

Quest’ultima prospettiva è quella maggiormente condivisa dagli addetti ai lavori; possiamo definire la pornodipendenza come una dipendenza comportamentale (è il comportamento masturbatore ad essere reiterato) anche se mantiene tutte le caratteristiche di una dipendenza da sostanze. Cerchiamo di definire quali sono i punti in comune.

In primo luogo l’assoluta centralità dell’elemento da cui si dipende, dove il sesso su internet diventa l’abitudine prioritaria della vita di una persona.

In secondo luogo la modificazione del tono dell’umore, con frequenti oscillazioni tra euforia e tristezza.

Un terzo fattore è la tolleranza, che implica la necessità di ricorrere al cybersesso in quantità sempre maggiori per ottenere lo stesso livello di soddisfacimento.

Infine, un altro elemento in comune è la facilità nella ricadute; infatti, come nel caso delle sostanze psicoattive, è molto facile dopo un periodo di sospensione ritornare a livelli “patologici” di consumo.

 

Le cause della pornodipendenza possono riguardare due ordini di fattori. Sicuramente centrale è il ruolo dello strumento mediatico su cui si fonda, internet. Infatti il web consente ai fruitori sia facilità di accesso che anonimato, rendendo la pornografia on-line molto più pericolosa e facilitante, in termini di dipendenza, rispetto alla pornografia ordinaria; proprio in virtù di questo si parla di potenzialità psicopatologica della rete. Tuttavia, è necessario sottolineare che non sono le nuove tecnologie all’origine delle patologie ma l’uso che ne facciamo.

Altri fattori associati allo sviluppo della pornodipendenza sono i tratti di personalità; sebbene non sia possibile tracciare un identikit del futuro dipendente è stato evidenziato come traumi (quali abusi fisici e sessuali), stress familiare e/o sociale, atteggiamenti nevrotici, siano strettamente connessi con la pornodipendenza.

 

Per quanto riguarda l’entità del fenomeno “dipendenza” i dati a disposizione sono pochi; la certezza è che la prevalenza sia maschile (anche se le donne non mancano), tuttavia, sia la scarsità di ricerche in quest’ambito, sia la difficoltà delle persone  a rivolgersi presso centri di salute mentale (a causa del forte imbarazzo che purtroppo concerne la maggior parte dei problemi che riguardano la sessualità), rende difficile poter effettuare una stima attendibile.

Un discorso a parte merita il riferimento a bambini ed adolescenti. I bambini dell’attuale generazione si trovano a crescere all’interno di un contesto sociale in cui l’accesso ad internet è ubiquitario; questo fa si che per loro è sempre più facile incappare accidentalmente in siti pornografici, molto prima che la “tempesta ormonale” adolescenziale si faccia sentire. Inoltre, nel tentativo di ampliare il target di mercato, i pornografi stanno creando vere e proprie trappole virtuali ai naviganti “in erba”, ad esempio collegando pagine web pornografiche a siti “innocui”.

Infine, l’adolescenza costituisce un terreno fertile per lo sviluppo della cyberdipendenza, anche perché questa fase della vita è caratterizzata dallo sviluppo di comportamenti a rischio. Inoltre l’uso smodato di materiale pornografico, oltre a contribuire ad una percezione alterata della sessualità, può favorire un’eccessiva erotizzazione della sfera relazionale, orientando i giovani adulti verso rapporti incentrati unicamente al soddisfacimento del piacere sessuale.

Anoressia e bulimia, caratteristiche e possibilità

L’ anoressia e la bulimia possono essere considerati i disturbi dell’epoca moderna. I media continuamente trasmettono immagini di donne snelle, ricolme di successo, attenzione, amore. In molti paesi occidentali il cibo è sovrabbondante, precondizione necessaria per un comportamento basato su abbuffate alimentari. Le persone che soffrono di disturbi alimentari tendono ad essere di razza caucasica, istruiti, di sesso femminile, economicamente avvantaggiati. L’anoressia nervosa è praticamente sconosciuta nelle culture in cui la magrezza non è pensata come una virtù. Anche se, come vedremo, i fattori psicologici e relazionali familiari non possono essere trascurati per la comprensione delle patologie alimentari, è indubbio che il ruolo dei mass media ha un peso formidabile. Sempre di più la cultura riflette i valori del successo, della supremazia dell’immagine sull’identità interna, la magrezza e la perfezione del corpo sono diventati doti indiscutibili. Non a caso l’incidenza dell’anoressia è più che raddoppiata negli ultimi 50 anni, mentre l’incidenza della bulimia si aggira intorno all’ 1%, percentuale elevata. Questi dati inquietanti indicano come i disturbi alimentari rappresentino una “soluzione” sempre più comune ad una varietà di stressor ambientali, sociali e familiari.

Cerchiamo adesso di cogliere le caratteristiche psicologiche dei due disturbi, iniziando proprio dall’ anoressia.

Anoressia nervosa: caratteristiche della famiglia

Il termine anoressia può essere fuorviante per la comprensione del fenomeno, poiché letteralmente significa perdita dell’appetito. Ciò che caratterizza l’anoressia è in realtà una fanatica ricerca della magrezza, connessa ad un’opprimente paura di ingrassare. Accanto a questi temi “ossessivi” per l’individuo anoressico, per poter porre la diagnosi è necessario che il soggetto abbia un peso corporeo al di sotto del 85% del normale valore rispetto all’età e all’altezza (oppure un indice di massa corporea al di sotto 17.5). Inoltre, per poter accertare l’anoressia, un’altro sintomo fondamentale, nei soggetti di sesso femminile (il 90-95% del totale), è l’amenorrea (perdita del normale ciclo mestruale).

Una delle maggiori esperte di disturbi alimentari, la psicoanalista Hilde Bruch, ha osservato che la preoccupazione per il cibo ed il peso, tipica dell’anoressia, rappresenta una manifestazione tardiva di un disturbo più profondo della propria identità. Nella maggior parte dei casi, i pazienti con anoressia nervosa hanno la ferma convinzione di essere completamente impotenti ed inefficaci. La patologia spesso si manifesta in “brave bambine” che hanno passato la loro vita cercando di compiacere i genitori, diventando improvvisamente testarde, negati viste e scontrose, durante l’adolescenza.

L’ anoressia rappresenta una sorta di tentativo estremo di cura personale, finalizzato a sviluppare, attraverso la “disciplina sul corpo”, un senso di individualità e di sicurezza; sostanzialmente le pazienti trasformano la loro angoscia in preoccupazione per il peso e per il cibo, in modo tale da non doversene più occupare.

Numerose ricerche, condotte in diversi ambiti teorici della psicologia, hanno evidenziato come l’origine del disturbo sia legata ad una distorsione del rapporto tra il/la bambino/a e la madre. Nello specifico, la madre sembra prendersi cura del futuro paziente solo in funzione dei propri bisogni piuttosto che di quelli dell’infante. In realtà, ogni rapporto educativo “sano” tende all’ ”individuazione”, ovvero ad un graduale distaccamento dell’educato dall’educante, in modo tale che il primo raggiunga progressivamente una maggiore autonomia. Invece, la persona anoressica ha passato l’infanzia a percepirsi come una sorta di estensione della madre, un suo “braccio destro”, sentendo impedita la possibilità di esistere separatamente dalle necessità, i progetti e le apprensioni materne.

In questa prospettiva l’improvvisa diminuzione della nutrizione che viene messa in atto dal paziente, può essere interpretata come un ultimo tentativo per “farsi vedere” in famiglia come una persona che ha dei problemi propri; una di richiesta di questo tipo: “Occupatevi di me per quella che sono, non per come volete che io sia!”.

Alcuni rappresentanti della psicologia sistemica (Minuchin, 1978; Palazzoli, 1970) hanno confermato la descrizione del contesto familiare elaborata dalla Bruch. Questi autori hanno evidenziato un vero e proprio “modello familiare” dell’anoressia, caratterizzato dall’ “invischiamento”, ovvero da un eccessivo coinvolgimento di ciascun membro nella vita di tutti gli altri. L’aspetto principale è l’assenza di confini personali; i legami di dipendenza sono fortissimi, tutti la pensano allo stesso modo e non vengono accettate le differenze. Tipica è anche la posizione assunta dal padre all’interno della famiglia; questa persona appare più interessata e supportiva della madre, tuttavia solo superficialmente. Infatti, ogni qual volta la figlia ha “realmente bisogno” della figura paterna, questa si defila; inoltre, sembrano cercare nutrimento emotivo nella prole anziché offrirne. Sostanzialmente, entrambi i genitori provano una grande delusione rispetto al loro matrimonio, il che li porta a cercare sostegno emotivo nei figli.

Quando si innesca la patologia: l’inizio del disturbo

Nella pratica clinica con i pazienti che soffrono di disturbi alimentari, è comune riscontrare narrazioni di un preciso avvenimento o di un’osservazione che li ha fatti sentire troppo grassi ed a partire dal quale il problema si è manifestato; in realtà, questi commenti sono sempre l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso. Come accennato in precedenza, questi episodi sono preceduti da profondi dubbi circa la propria persona e le proprie competenze. Per quanto vari siano gli avvenimenti esteriori che possono innescare la patologia, la causa denunciata non è quasi mai il fattore veramente responsabile. Nel loro modo di pensare concreto ed infantile, le anoressiche imputano al corpo il loro malessere, tentando di risolverlo su quel “terreno”.

Le anoressiche affermano all’unanimità che si limitano nel mangiare perché sono troppo grasse. Nella maggior parte dei casi, però, il peso è del tutto normale, ma le pazienti si comportano come se nessuno avesse mai detto loro che sviluppare certe curve e certe rotondità è parte di una normale pubertà. All’interno di una percezione corporea distorta, attribuiscono a se stesse la colpa dei loro difetti, veri o immaginari, e c’è un elemento veramente autopunitivo nel modo in cui si negano qualunque comodità o piacere.

Le preoccupazioni per il peso si attivano quando la persona è costretta ad affrontare nuove esperienze, ad esempio un campeggio, un nuovo sport o la partenza da casa per l’università. In queste situazioni si sentono in svantaggio, timorose di non riuscire, di non essere all’ “altezza delle circostanze”, finendo con lo spostare tutte le loro ansie di inadeguatezza sul peso e l’aspetto fisico.

Da questo punto di vista possiamo comprendere come la patologia sia un tentativo di arrestare il tempo, di non crescere per evitare di dover affrontare le responsabilità che la vita adulta ed adolescente mette loro davanti. Il ragionamento inconscio che le pazienti faticano a percepire è il seguente: “Fino a che sarò malata potrò sottrarmi al confronto!”.

Bulimia: caratteristiche personali e familiari di un disturbo eterogeneo

Da un punto di vista diagnostico, i pazienti bulimici vengono distinti da quelli anoressici sulla base di un peso relativamente normale e dalla presenza di abbuffate, che sono descritte come atti senza controllo. I soggetti molto sottopeso, che si “ingozzano” in modo incontrollato, sono classificati come anoressiche, sottogruppo bulimico.

Gli esperti concordano come tra i due gruppi clinici esista un considerevole legame; a conferma di ciò, risultano frequenti i passaggi che il paziente opera tra una categoria clinica e l’altra. Almeno il 40/50% delle persone anoressiche è anche bulimica e studi evidenziano come, con il passare del tempo, l’anoressia nervosa possa cedere il passo alla bulimia.

Un’altra ragione che ci porta ad affermare l’assenza di un confine stabile tra anoressia e bulimia è il fatto che il quadro clinico può essere assai vario. Spesso ad entrambi i problemi alimentari si associano disturbi d’ansia, disturbi di personalità, dipendenza e depressione.

Questa profonda eterogeneità della bulimia rende complesso effettuare un quadro generale delle caratteristiche familiari/relazionali che sono alla base del problema. Quello che possiamo asserire è che anoressia e bulimia sono facce “opposte” della stessa medaglia. Mentre la paziente anoressica è caratterizzata da una maggiore caparbietà e da un elevato grado di controllo su se stessa, i soggetti bulimici presentano una generalizzata incapacità di posticipare la soddisfazione degli impulsi, quindi sperimentano costantemente una perdita di controllo. Le abbuffate e l’uso di purganti non sono generalmente le uniche aree in cui le persone dimostrano l’impulsività; essa di solito riguarda anche i rapporti sessuali, comportamenti autolesionistici ed autodistruttivi, l’uso di sostanze.

Recenti ricerche evidenziano come problematiche familiari, esperienze di abuso fisico e sessuale, autostima negativa, siano tutti fattori associati con lo sviluppo della patologia. In particolare, una scarsa stima di sé favorisce un disturbo dell’alimentazione, distorcendo la visione che le ragazze hanno del loro aspetto fisico. Quello dell’alterazione nella percezione della propria immagine corporea è una delle caratteristiche che accomuna anoressia e bulimia. In una recente ricerca, in cui ai soggetti con disturbi alimentari vengono presentati immagini di corpi femminili con diverso peso corporeo, si chiedeva di scegliere quali disegni rappresentavano meglio il proprio peso e quali potevano indicare il loro aspetto ideale. Quello che è emerso, prevedibilmente, fu una sopravalutazione delle proprie dimensioni e la scelta di figure estremamente esili come ideale.

Ritornando alle caratteristiche della bulimia, dal punto di vista delle dinamiche familiari, si riscontrano anche in questo caso problemi di “invischiamento”. In particolare, sia i genitori che le pazienti hanno difficoltà con le transizioni legate alla fase di separazione. Infatti, il disturbo spesso si manifesta quando i soggetti stanno per “uscire” dal ruolo di adolescenti, trovando lavoro, un partner stabile o trasferendosi altrove. Inoltre molte pazienti bulimiche vivono una mancanza di rispetto per i propri confini e un’intrusione grossolana della loro privacy, che si manifesta, da parte dei parenti, con abusi psicologici e, talvolta, fisici. Come nel caso delle pazienti anoressiche, ciascun membro della famiglia dipende esageratamente da tutti gli altri per mantenere un equilibrio; i genitori della famiglia bulimica hanno un inconscio bisogno che gli altri li vedano come “tutti buoni”. Le qualità non accettate vengono proiettate, trasferite, nella futura bambina bulimica, che diviene così l’unica depositaria della “cattiveria” e portatrice di tutta l’impulsività della famiglia, comportandosi di conseguenza. Si forma così un equilibrio in cui l’attenzione è rivolta alla “malattia” della figlia, piuttosto che sui conflitti presenti nei o tra i genitori.

 

Alcune considerazioni sulla terapia  

Date le implicazioni familiari che riguardano sia l’anoressia che la bulimia, riteniamo che il trattamento elettivo per questi disturbi sia la psicoterapia familiare, in particolare se il soggetto portatore dei sintomi vive ancora genitori. L’impossibilità di agire sulle motivazioni di tutti i membri, infatti, rende difficile scardinare i sintomi, che sono, di per sé, particolarmente resistenti al cambiamento.

Anche nel caso in cui si propenda per un intervento individuale, i tempi per una cura adeguata sono solitamente medio/lunghi. Scarsa sembra infatti l’efficacia di una “terapia breve”, dato che se non vengono presi in considerazione i sottostanti problemi del Sé (autostima, senso di impotenza, distorsioni relazionali) sono probabili ricadute. Inoltre, è fondamentale che nelle prime fasi dell’intervento (tranne nelle situazioni in cui è fortemente a rischio la salute del paziente) venga evitato un eccessivo investimento sul recupero del peso; il pericolo è che il terapeuta sia vissuto come l’ennesima figura genitoriale svalutante, che sa cosa è il meglio per il paziente.

 

Desiderio Sessuale: quali disturbi?

I disturbi del desiderio sessuale

I disturbi del desiderio sessuale sono delle disfunzioni sessuali, sia maschili che femminili, in continuo e costante aumento. Moltissime persone ad un certo punto della loro vita, per motivazione apparentemente sconosciute a loro stesse ed al loro partner, riducono, fino al totale scomparire, la loro vita sessuale, l’autoerotismo e la produzione di immaginario a contenuto erotico.

Quando il soggetto che ne soffre vive all’interno di una relazione, ovviamente il disturbo assume una dimensione di maggiore entità, in quanto lo scarso desiderio sessuale, non corrisponde al desiderio sessuale del partner, creando spesso dissapori, conflitti, litigi, rabbia e crisi di coppia.

I disturbi del desiderio sessuale sono principalmente due: quello ipoattivo e quello da avversione sessuale.

La caratteristica fondamentale del disturbo da desiderio sessuale ipoattivo è l’insufficienza o l’assenza di fantasie sessuali e del desiderio di attività sessuale. Questo scarso desiderio può essere globale e includere tutte le forme di espressione sessuale, oppure può essere situazionali se è limitato ad un partner o ad una attività sessuale specifica. Il disturbo, inoltre, può essere secondario ad altre disfunzioni sessuali e/o a disturbi mentali o può essere indotto da sostanze, alcol o farmaci.

Chi soffre di desiderio sessuale ipoattivo ha una scarsa motivazione a ricercare stimoli, non prende l’iniziativa sessuale (non è procettivo) ma è solitamente recettivo, cioè, se stimolato adeguatamente accetta l’offerta sessuale e ne gode adeguatamente o, nel caso peggiore, non prova un grande piacere ma comunque non esperisce emozioni negative in proposito. Sebbene il numero delle esperienze sessuali sia di solito scarso, la pressione da parte del partner oppure i bisogni non sessuali (per es., di conforto fisico o di intimità) possono aumentare la frequenza degli incontri sessuali.

Il disturbo da avversione sessuale, invece, è caratterizzato dall’attivo evitamento del contatto sessuale genitale con un partner sessuale. Il soggetto riferisce ansia, timore o disgusto quando si trova di fronte ad una opportunità sessuale con un partner. L’avversione al contatto genitale può essere focalizzata su un particolare aspetto dell’esperienza sessuale (per es. secrezioni genitali, penetrazione vaginale) o essere globale nel senso che si prova una repulsione generalizzata verso qualsiasi tipo di stimolo sessuale, inclusi baci e accarezzamenti. L’intensità della reazione del soggetto esposto allo stimolo che produce avversione può variare da un’ansia moderata, con mancanza di piacere, ad un’estrema sofferenza psicologica.

A differenza del paziente con desiderio sessuale ipoattivo, il paziente con avversione sessuale non è né procettivo né recettivo e prova avversione e disgusto, o paura, per tutto ciò che è sessualmente connotato (anche solo in immaginazione).

Le cause immediate dei disturbi del desiderio sono attribuibili ad un processo di apprendimento disfunzionale. Nel caso del disturbo da desiderio ipoattivo l’ansia da prestazione (o paura delfallimento) lega i sentimenti e le sensazioni sessuali a precedenti timori di perdite. Quest’ansia si presenta all’inizio della risposta sessuale, quando il soggetto anticipa il pensiero del sesso, da cui si difende sopprimendolo tramite elaborazione dei pensieri antagonisti negativi. L’ansia da prestazione può essere generata da fattori individuali che riguardano uno solo dei due partner (forti convinzioni religiose, una personalità ossessivo-compulsiva, disturbi dell’identità di genere, specifiche fobie sessuali, paura della gravidanza, sindrome del vedovo, preoccupazioni per l’invecchiamento, fattori legati allo stile di vita come stress e affaticamento) oppure da fattori relazionali (mancanza di attrazione verso il partner, scarse abilità sessuali del partner, differenza circa il grado di vicinanza ottimale reciproca, conflitti coniugali, incapacità di fondere i sentimenti di amore con il desiderio sessuale).

Per quello che riguarda il disturbo da avversione sessuale l’ansia è legata ad una fobia per il sesso. Essa viene associata, più o meno casualmente, ad aspetti specifici della sessualità e/o del rapporto sessuale. Una volta che la reazione d’ansia si è condizionata a certi stimoli sessuali, la persona tende ad evitare questi ultimi ogni volta che si presentano, allo scopo di non provare l’attivazione ansiosa che viene percepita come soggettivamente spiacevole. I condizionamenti originari che scaturiscono da questa associazione possono avere diverse origini: atteggiamenti genitoriali negativi verso il sesso, influenze culturali, traumi sessuali (stupro), costanti pressioni subite nel corso di una relazione protrattasi a lungo, confusione circa la propria identità sessuale.

Caratteristiche della Depressione

 «La depressione si configura come un singolare stato d’animo che costringe la persona in una condizione di prigionia emotiva e di allontanamento dal mondo. La “prigione” è data dall’individuo stesso, dal suo mondo interno che lo inghiottisce ogni giorno di più, dalle tenebre dentro le quali precipita accompagnato solo dalla spiacevole sensazione di non poter più fare ritorno. Non c’è nulla, ma proprio nulla, nella realtà esterna che possa sollecitare l’interesse del depresso, men che mai accendere un barlume di progettualità. Quando sentiamo parlare della cosiddetta “mancanza di interessi” che caratterizzerebbe le persone depresse, non facciamo altro che confrontarci con un banalissimo luogo comune, un buffo eufemismo che riesce a spostare l’attenzione solo sulla punta dell’iceberg. La depressione distrugge gli interessi della persona, li sgretola fino al punto di farli diventare finissima sabbia. E per quanti sforzi l’individuo compia, per quanto impegno possa metterci, per quanto aiuto possa ricevere, i suoi granitici interessi e le sue solide attività sono ora solo sabbia che sfugge tra le sue dita. Uno stato depressivo non lascia spazio alla forza d’animo, alle motivazioni, alla capacità di progettare. In questa cupa sensazione di disperato abbandono l’unico “desiderio” che è possibile avvertire è che l’incubo finisca il prima possibile. E per un buffo scherzo del destino è il depresso stesso a procrastinare sempre più il risveglio dall’incubo: dormendo quasi tutto il giorno — oppure aspettando con ansia di poterlo fare — la persona depressa si arrende supina alla letargia della sua vita. Eppure, sebbene possa sembrare paradossale, soprattutto quando sopraggiunge una depressione profonda è il caso di dire “non tutti i mali vengono per nuocere”. Lo stato di grave prostrazione e l’abbattimento che si vengono così a creare, infatti, costringono gioco-forza l’individuo a confrontarsi con gli aspetti più oscuri, segreti e imprevedibili della sua personalità. Sprofondando fino negli abissi dell’anima, prima o poi giunge il momento in cui “si tocca il fondo”. Gli elementi che permettono di comprendere di aver “toccato il fondo” variano da persona a persona, ma in genere è la consapevolezza di aver calpestato se stessi, di essersi lasciati risucchiare da una condizione di degrado personale e psicologico, a far si che il depresso si senta percorso da un brivido raggelante. E questo un breve ma preziosissimo momento, in cui una flebile luce rischiara per qualche istante il buio in cui si è immersi. Sono attimi da prendere al volo, in cui si deve decidere rapidamente se distendersi su quel fondale attendendo la morte dell’anima o, viceversa, se trasformare quello stesso fondale in una piattaforma di lancio da cui ripartire ed emergere. Soltanto chi avrà vissuto sulla propria pelle l’avventura spaventosa e affascinante di un viaggio nei sotterranei della propria anima potrà capire questo discorso, tutti gli altri dovranno accontentarsi di assistere increduli alle evoluzioni della psiche altrui. Un aspetto veramente interessante della depressione è dato dallo sfacciato contrasto tra la sterilità di giorni trascorsi come creature prigioniere della propria vita, e la grande fertilità del momento in cui si decide di ricominciare a vivere. In quel momento, infatti, l’individuo porta sulle proprie spalle un pesante carico: si tratta di tutte le esperienze psicologiche e delle riflessioni generate dalla depressione stessa. Che non sono una zavorra, ma un prezioso bagaglio che l’individuo potrà decidere di mettere a frutto. Da una depressione non si emerge mai come si era prima di sprofondarvi, la depressione è soprattutto metamorfosi e, spesso, arricchimento interiore. La sofferenza dell’anima e la depressione, che di essa costituisce uno dei più “illustri” rappresentanti, divengono spesso scintille da cui divampa un vero incendio creativo, o la volontà di occuparsi di rinnovati interessi.»

A. Carotenuto, Il Fondamento della Personalità, Studi Bompiani, Milano 2000


I sintomi della depressione

La depressione è un’alterazione cronica dell’umore contraddistinta da tristezza, riduzione dell’interesse e delle attività (apatia), senso di solitudine, senso di colpa e incapacità di provare piacere (anedonia). Chi ne è colpito prova un senso di noia continuo, di difficoltà nello svolgimento delle normali attività, tutto sembra essere difficile e privo di interesse. Il distacco affettivo verso i familiari e le persone care diventa sempre più forte così come la sensazione di sentirsi aridi e vuoti, privi di sentimenti. Lo stato depressivo si manifesta con una riduzione dei movimenti spontanei e con un irrigidimento della mimica; anche il linguaggio diventa più sterile, le risposte sono brevi e concitate e gli argomenti di cui trattare si riducono al minimo. Diventa tutto pesante e faticoso, muoversi, parlare, esprimere le proprie idee.



Si può uscire dalla depressione?

Col termine depressione si intende descrivere uno stato d’animo che tutti prima o poi possono provare. È normale sentirsi tristi o depressi ogni tanto, ma generalmente questi sentimenti tendono a passare velocemente, e con essi la causa che li ha dato origine. Questo può creare confusione, e spesso sottovalutare o sopravvalutare quelli che sono i sintomi che ci fanno capire di trovarci davanti a una diagnosi di depressione. Coloro a cui viene diagnosticata una “depressione” soffrono di un grave malessere che influisce non solo sull’umore, ma anche su alcune delle normali funzioni fisiche. Le persone depresse si sentono spesso tristi, indifese, inutili ed irritabili. La durevolezza e l’intensità delle emozioni provate, distingue la depressione, come malattia mentale, dalle normali variazioni di umore.

A differenza delle normali esperienze emotive di tristezza, la depressione clinica persiste nel tempo e può interferire significativamente con la capacità di funzionamento dell’individuo. La depressione può incidere negativamente su tutti gli aspetti della vita quotidiana, comprese le relazioni familiari, le amicizie e la capacità di lavorare o di andare a scuola.

I sintomi che generalmente caratterizzano un quadro depressivo sono i seguenti:

  • tono dell’umore basso
  • tendente alla tristezza
  • sensazione di inutilità o disperazione
  • senso di colpa inappropriato;
  • ricorrenti pensieri negativi tra cui quello di morte;
  • perdita di interesse per le attività preferite;
  • difficoltà di concentrazione;
  • incapacità nel prendere decisioni;
  • agitazione;
  • senso di affaticamento e rallentamento delle funzioni fisiche;
  • calo o aumento dell’appetito;
  • calo o aumento di peso significativi;
  • alterazioni del sonno;
  • insonnia o eccessiva sonnolenza;
  • tendenza ad ammalarsi con frequenza.

Quando almeno quattro di questi elementi sono presenti si può fare la diagnosi di depressione. In alcuni individui la depressione può associarsi a stati di mania in cui il tono dell’umore è eccessivamente alto, in questi casi si è davanti a uno stato detto maniaco-depressivo dove è presente una instabilità dell’umore e vi è la possibilità di compiere degli azioni senza saperle controllare. Non esiste una singola causa di depressione dato che sono molti i fattori che possono contribuire ad originarla. In alcune persone, la depressione si sviluppa a causa di più fattori concomitanti, mentre per altre può esserne sufficiente uno solo.

Spesso la depressione colpisce persone che prima stavano bene, ma che si trovano a dover affrontare problemi quali: la morte, la malattia improvvisa di una persona cara, la perdita di un lavoro, una malattia grave, etc. In altri casi invece, la depressione si sviluppa senza un’apparente causa immediata. Indipendentemente dai fattori coinvolti, la depressione deve essere diagnosticata e curata. È importante ricordare che la depressione clinica può colpire chiunque a qualsiasi età. Sebbene i meccanismi che scatenano la depressione non siano ancora completamente chiariti, possiamo ipotizzare la presenza di più concause, queste possono essere esplorate assieme al parere di un esperto.

La ricerca di un aiuto avviene generalmente all’apice del malessere, e spesso a fare questa richiesta sono le persone che stanno accanto a chi è depresso che lo spingono a chiedere aiuto o lo fanno al suo posto. E’ molto importante capire come avviene questa richiesta perché in base a questo si può decidere che tipo di trattamento effettuare. Nel caso in cui una persona si attiva per chiedere aiuto per un componente del suo nucleo familiare che non è in grado di farlo, si può pensare di intraprendere terapia familiare, e lavorare tutti insieme per uscire dagli schemi rigidi in cui si è incastrati.

Un esempio può essere il seguente: il depresso sta male e la sua famiglia si attiva per farlo star meglio, ma poiché questo è l’unico modo che chi è depresso utilizza per chiedere aiuto, questo rinforzerà il suo malessere avendo avuto il beneficio secondario di avere cure e attenzioni dalla sua famiglia. Ridefinendo in un contesto terapeutico questi giochi relazionali, si potranno sciogliere i vecchi schemi e crearne di nuovi e più salutari per tutto il sistema.

Un altro modo attraverso cui è possibile trattare la depressione è con la psicoterapia individuale. Anche in questo caso è molto importante la modalità attraverso cui avviene la richiesta e la motivazione al cambiamento, dato che il pessimismo che accompagna chi soffre di questo male da poche speranze di cambiamento.

Nella fase iniziale un fattore terapeutico è costituito da un lavoro sulla creazione della relazione terapeutica, col tempo si svilupperà la possibilità di potersi affidare e si imparerà a parlare del proprio malessere, abbandonando le modalità disfunzionali sino ad allora utilizzate.

La depressione è una malattia che affligge le persone per molti anni, e per questo il processo di cambiamento richiede tempi di trattamento lunghi, ma una buona motivazione, una solida rete sociale e familiare possono favorire l’uscita da questo doloroso malessere.

 

Depressione e “cattivi pensieri”. Il perché delle stragi familiari

La felicità è reale solo quando è condivisa

dal film Into the wild, (2007)

 

L’attenzione dei media si sofferma sovente sulle stragi familiari, dove uno dei coniugi uccide l’altro, i figli e, talvolta, se stesso assieme ad altri familiari. Questi eventi ci appaiono spesso “senza senso”, distanti, orribili, proprio perché provengono da un contesto, quello familiare, rappresentato come luogo sicuro, sede degli affetti, della reciprocità e della condivisione. Pensare che il pericolo possa venire proprio dal cuore della famiglia, trasformandola in una sorta di “teatro di morte”, getta un’ombra d’angoscia in ciascuno di noi.

Come sempre, di fronte all’ansia, tutti cercano di trovare confortanti spiegazioni, in modo da allontanare pensieri da cui mai si vorrebbe essere sfiorati. Allora si scava nella vita dell’omicida/suicida, si utilizzano parole come “mostro” e “malattia psichiatrica”, si cercano rassicuranti e lineari rapporti di causa effetto (“Lui ha fatto questo perché lei ha fatto quest’altro…”), che hanno la funzione di allontanare la possibilità che qualcosa di simile possa sfiorarci.

Quasi sempre viene chiamata in causa la depressione che affligge il protagonista, il quale è “vittima” di una visione assolutamente negativa della realtà e del futuro (il così detto delirio di rovina) arrivando ad uccidere i propri cari per sottrarli ad un destino tanto infausto.

La questione, a mio avviso, è che questi orrori non sono poi così estranei alla “gente comune”. Dopo tutto stati estemporanei di depressione, il così detto umore nero, fanno parte dell’esperienza di ciascuno. Quindi forse è utile non distogliere celermente l’attenzione, riflettendo sulle abitudini di pensiero e sugli atteggiamenti che predominano negli stati di depressione.

Numerosi psicologi ritengono che non sono tanto gli eventi negativi occasionali a determinare il disturbo psichico, quanto piuttosto il modo di “vedere” la realtà, di costruirla e dargli significato. Nelle stragi familiari, così come nelle situazioni negative di ogni giorno, non sono tanto gli eventi in sé a causare il malessere ma piuttosto le valutazioni che ne vengono date dagli attori.Sia nella meno comune depressione che nel più frequente umore nero, prevale uno stile di pensiero egocentrico e pessimistico, nel quale gli eventi negativi vengono autoriferiti, attribuiti alle proprie mancanze, mentre quelli positivi sono minimizzati e non concessi ai propri meriti.

L’egocentrismo, inoltre, impedisce di considerare in modo realistico quali ambiti sono davvero sotto il proprio controllo, ponendo gli individui in affannose situazioni nelle quali si sforzano di rovesciare l’esito di eventi sui quali hanno poche possibilità di azione. Per di più la propensione a rimuginare da soli aggrava gli atteggiamenti negativi, provocando un crescendo di valutazioni pessimistiche ed interpretazioni erronee.Tale visione distorta fa si che gli impedimenti della vita non si presentano più come sfide, le quali potrebbero essere superate solo adottando un’interpretazione diversa, ma come difficoltà insormontabili, prove tangibili della propria inettitudine.

L’alternativa ha una costruzione pessimistica della realtà è l’uso di una lente interpretativa diversa, fondata sull’apertura alle novità, su una visione creativa dei problemi, che consenta, di fronte agli imprevisti, di non catalogarli come “catastrofi” ma come opportunità di mettersi in gioco. Questo stile di pensiero contiene un decentramento da sé, la capacità (e l’umiltà) di pensare che il proprio punto di vista non è l’unico possibile. Esso implica condivisione, confronto, flessibilità. Senza apertura all’altro non c’è possibilità di rinnovamento.

Contrariamente a quanto si possa pensare, un’interpretazione pessimistica del mondo non è più profonda ed intelligente; da parte sua l’ottimismo non è sciocca convinzione che “tutto si sistemerà”, ma capacità creativa, di adattamento, che anche le situazioni più impervie e complesse concedono.

Disturbi dell’orgasmo femminile

Disturbi dell'orgasmo femminile

Con la denominazione “disturbi dell’orgasmo femminile” (viene utilizzato anche il termine “anorgasmia”) si intende quella condizione clinica che impedisce al soggetto di arrivare al piacere durante l’atto sessuale, nonostante siano state effettuate adeguate manovre di eccitazione. I disturbi dell’orgasmo femminile rappresentano un terreno di discussione medica estremamente complesso, riguardo al quale sono diffuse non poche incertezze, a causa delle informazioni fuorvianti diffuse da alcuni mezzi mediatici per nulla specialistici.

Le cause di questa sfera di disturbi possono essere innanzitutto divise in due branche: quella psicologica e quella biologica.

Quando si parla dell’eziologia delle cause psicologiche dell’anorgasmia femminile, si individuano diversi fattori causanti. Uno tra tutti è l’ansia, che può essere a sua volta collegata ad altri aspetti.

Quali?

Si tratta di una risposta che si può dare in maniera assolutamente generale, dal momento che ogni singolo caso ha una storia personale. Però, in linea di massima, è possibile individuare alcuni punti comuni. Tra questi si può ricordare la presenza di eventuali abusi sessuali durante l’infanzia o l’adolescenza, oppure un’educazione restrittiva per quanto riguarda la sfera sessuale sia a livello teorico, sia a livello pratico.

In assenza di particolari patologie fisiche, l’ansia può portare il soggetto femminile a essere protagonista dell’insorgere di un controllo involontario, che raggiunge livelli estremi. Livelli tale da non permettere alla donna di abbandonarsi al contesto emozionale creato dalla situazione che è il rapporto sessuale, a causa di una barriera difensiva eretta al fine di non mostrare nulla di quello che fa parte delle sue reazioni.

Questa forma esasperata di autocontrollo può trasferirsi, in alcuni casi, anche nei preliminari, che per molte coppie rappresentano un momento di estrema importanza dell’atto sessuale. Inficiare la fase dei preliminari può voler significare l’inibizione dell’immaginario erotico, e l’incapacità di abbandonarsi anche a pratiche di autoerotismo o di eccitazione da parte del partner.

In questo caso, uno dei metodi più utilizzati per portare la paziente alla guarigione è la terapia cognitivo – comportamentale. L’obiettivo di tale percorso terapeutico (che viene comunque adattato alle esigenze di ogni singola paziente) è, in linee generali, quello di guidare la donna a un rapporto libero con le sue sensazioni. L’iter di cura si divide in diverse fasi: la partenza è dedicata alla guida della paziente nella conoscenza del suo corpo, i passi successivi, invece, sono sostanzialmente mirati al ripristino di un tono muscolare vaginale che possa far sì che venga sopportata la penetrazione. L’anorgasmia legata a stati psicologici o psichici porta infatti spesso a una contrazione estrema dei muscoli vaginali, situazione che può essere causa di un forte dolore nel momento della penetrazione.

Per quanto riguarda invece la patogenesi delle cause fisiche e biologiche, possono essere individuati diversi punti in comune tra i soggetti che lamentano disturbi dell’orgasmo.

Prima di tutto è bene ricordare che un ruolo molto importante è giocato dall’assunzione di sostanze stupefacenti, psicofarmaci, ormoni. In particolare la categoria degli oppioidi risulterebbe particolarmente dannosa: gli studi clinici effettuati sulle donne che li hanno assunti per lungo tempo hanno portato in luce una grande frequenza nell’insorgenza sia di disturbi dell’orgasmo, sia di pesanti irregolarità nel ciclo mestruale.

Un’altra delle cause biologiche dell’anorgasmia femminile è individuata nell’insufficiente irrorazione ematica della zona genitale. Questa condizione, abbastanza simile alla disfunzione erettile maschile per quanto riguarda le basi fisiche, è stata ufficialmente teorizzata nel 1998 dai sessuologi Irwin Goldstein e Jennifer Barman (fondatrice della prima clinica dedicata alle disfunzioni sessuali femminili), i padri della pillola rosa.

Questa condizione di insufficiente irrorazione può essere effettiva causa impediente durante quello che è il momento introduttivo della seconda fase dell’intero processo orgasmico, ossia il plateau. Per far sì che questa fase avvenga, è necessario che il flusso ematico porti a un allungamento del canale vaginale, condizione che rappresenta il passo appena precedente la fase culminante del piacere.

Una terza causa dell’anorgasmia può essere ricondotta a una tonicità effettivamente scarsa dei muscoli vaginali, il che può far conseguire effettivi episodi di contrazione durante il processo della penetrazione.

Il disturbo dell’orgasmo femminile è un problema molto diffuso. Alcuni studi clinici effettuati in questi anni hanno portato alla luce un numero sempre crescente di donne che lamentano questa disfunzione, accompagnata da una sostanziale incapacità di comunicare la propria condizione al partner (molto spesso a causa dell’imbarazzo provato). Un problema che ha radici in diversi terreni, uno su tutti quello culturale, e che è necessario affrontare con gli strumenti clinici giusti, facendo il primo e importantissimo passo che è la consultazione di uno specialista.

Famiglia e depressione, un possibile legame

La famiglia è la fonte delle maggiori fortune e delle più grandi sfortune

Dr Saraceni Carlo, Psicoanalista

La depressione rappresenta un tema controverso per gli addetti ai lavori. Da molti anni, essendo questo disturbo in drammatico aumento, psichiatri e medici, spalleggiati dal potente sponsor delle case farmaceutiche, si battono affinché la depressione rientri a pieno titolo tra le “patologie organiche”.Questo tipo di pazienti si presta molto bene ad essere medicalizzato. Accettano volentieri ogni tipo di farmaco e, nel momento in cui la terapia non funziona, si autocolpevolizzano. In fin dei conti, spesso, sono cresciuti in un ambiente familiare che sconsiglia la critica, l’espressione della frustrazione e dell’ostilità e, per questo motivo, si sentono più sicuri in ambienti medici che psicoterapeutici.Tuttavia, nonostante la netta prevalenza di interventi farmacologici, ritengo che non ci sia disturbo psicologico più legato ad aspetti relazionali, in particolar modo familiari. Soltanto che tale ordine di cause non è sempre evidente e non c’è propensione a parlarne, per lo meno non come la controparte medica.In ogni modo, prima di andare avanti con la descrizione dei meccanismi familiari alla base della depressione, ritengo necessaria una precisazione. Quando affermo che la depressione è un disturbo medicalizzato non intendo negare l’importanza degli aspetti biologici. Essi costituiscono la base sulla quale si innestano le nostre esperienze, una sorta di terreno su cui si impiantano gli effetti delle relazioni umane. Tuttavia per avere un buon raccolto non si può solo concimare “chimicamente” il terreno, bisogna curarlo giorno per giorno, scegliendo che cosa seminare. Possiamo individuare due tipologie “generali” di contesto familiare depressogeno; uno legato ad aspetti clinici importanti (Disturbo Depressivo Maggiore, DMS IV-TR), l’altro connesso a forme più attenuate di umore depresso; iniziamo dalla prima tipologia.

Le caratteristiche della famiglia d’origine nel Disturbo Depressivo Maggiore

Il futuro depresso viene al mondo all’interno di una coppia coesa, in cui il livello di conflitto è basso e la tendenza è quella di un funzionamento generalmente armonioso. Questa coppia dando priorità alla coniugalità sulla genitorialità, presenta difficoltà a svolgere le funzioni genitoriali. Tali difficoltà sovente si traducono in richieste eccessive e scarso riconoscimento degli sforzi che il futuro paziente compie. Questo tipo di comportamento dei genitori non è necessariamente manifesto, può essere anche estremamente sottile, ambiguo. L’esempio tipico è la figlia nubile o il figlio “debole di costituzione” che devono occuparsi dei genitori anziani o malati. Questi non sono necessariamente poco riconoscenti ma sostanzialmente è sempre la stessa persona a doversi sottomettere alle richieste. Ad una prima analisi la famiglia della persona depressa può apparire molto unità ma in realtà sotto questa parvenza di coesione si rintraccia un fondo di espulsività e disimpegno. Anche se si parla molto di unità, il soggetto può avere l’impressione che la sua presenza sia in realtà superflua. La coppia genitoriale è effettivamente coesa ma esiste un forte contrasto tra la forza di questo legame ed il distacco emotivo nei confronti dei figli, soprattutto espresso nei confronti del paziente.La gerarchia familiare è molto rigida, con un coniuge che ricopre un ruolo dominante (in “psicologia sistemica” prende il nome di one-up) e l’altro ha una funzione subalterna (one-down). Lo stile genitoriale è tendenzialmente autoritario, anche se non necessariamente dispotico. Il genitore one-up, che è quello che esercita l’autorità, ha un ruolo più attivo nello sviluppo del disturbo depressivo; è più esigente, svalutante, squalificante. Per contro, il genitore one-down, sebbene risulti più amorevole e accondiscendente, non può ne vuole rovesciare le “regole del gioco”, contribuendo in modo passivo al mantenimento dello status-quo.Il livello di adattabilità della famiglia alle situazioni sociali è molto scarso; ogni cambiamento è osteggiato e vissuto come una minaccia, così come le fasi di sviluppo e di crescita da parte dei figli.Il tema che contraddistingue il nucleo familiare è la necessità di rispettare, di essere all’altezza, delle richieste esterne e delle apparenze sociali. Il successo sociale diviene un elemento indispensabile per essere accettati dalla coppia genitoriale; tutto questo si traduce in un alto livello di richieste e di obiettivi difficili da raggiungere per i figli, costretti a vivere in un contesto basato su richieste continue e irraggiungibili. Tale meccanismo innesca una spirale di situazioni, in cui si da per scontato, il fallimento del futuro paziente, rendendo, di conseguenza, l’incapacità “reale ed effettiva”.

In un clima familiare di questo tipo il giovane adulto si abitua a fallire e a non ribellarsi, costruendo la propria identità intorno a tematiche quali l’autoaccusa, il bisogno di perfezione, la necessità di rispettare le apparenze. Questo aspetto spiega il motivo per cui, se il depresso cede alla disperazione, cerca nel suicidio, atto supremo di depressione, la soluzione alla sua situazione. Suicidandosi la persona si autopunisce per non essere stata all’altezza delle richieste che gli altri esigevano da lui e, allo stesso tempo, si vendica dell’ingiusto trattamento di cui è stato oggetto, lasciando un amaro senso di colpa (esattamente ciò che la persona sente, quindi una sorta di: “occhio per occhio, dente per dente”) in quelli che sopravvivono.

Il periodo in cui la persona è maggiormente vulnerabile agli effetti nefasti del clima familiare è l’infanzia, inclusa la preadolescenza. Se il disturbo depressivo non emerge in seguito a stress durante l’adolescenza e la prima età adulta, diviene probabile che si “attivi” durante la prima “importante” relazione di coppia, nel momento in cui l’individuo comprende, rimanendone deluso, che, neanche in quel rapporto, l’assoluto bisogno di sostegno e aiuto può essere soddisfatto in toto. Ci occuperemo in dettaglio di questo aspetto nei paragrafi successivi; adesso passiamo alla descrizione della struttura familiare nei casi di depressione meno grave.

La famiglia del depresso nei casi di depressione “minore”

Le caratteristiche familiari delle persone con disturbi depressivi minori, che chiameremo distimiche, sono molto diverse dalle precedenti. In primo luogo la coppia genitoriale è tutt’altro che coesa; il livello di conflitto tra i coniugi è molto alto e questi non esitano ad utilizzare i figli all’interno delle loro battaglie.Catturato in questo “gioco” familiare, il futuro distimico sperimenta l’ansia legata al conflitto di lealtà, quando si avvicina “parteggiando” per uno dei genitori, si associa rapidamente la perdita della relazione con l’altro.Il tema della perdita diverrà quindi centrale per la persona, generando tristezza e ansia, ogni qualvolta la storia di vita proporrà mancanze relazionali significative (rottura di rapporti di coppia ad es.).Sebbene all’interno della famiglia le capacità genitoriali siano ben conservate, l’interesse per i figli è ostacolato dalla difficoltà della coppia a risolvere i propri conflitti, portando ciascun membro alla disperata ricerca di alleati. Si tratta, per usare una metafora, di una atmosfera politica, fatta di alleanze, coalizioni e continue rivalità. Se il primo figli cade nel campo della madre, è molto probabile che il secondo finisca nell’orbita del padre, innescando una serie di conflitti anche tra fratelli. Questo ci permette di capire come il clima emotivo familiare sia costantemente teso ed esplosivo, con un alto livello di esplicitazione dei conflitti, punizioni e ricompense. La comunicazione intrafamiliare è fortemente condizionata dalle alleanze, si può parlare con gli alleati ma non è concesso essere aperti con gli antagonisti.

Come si costruisce la coppia nei casi di depressione grave?

Considerando la descrizione (pur sempre generale) che abbiamo dato della famiglia del depresso, non ci sorprende che questi ricerchi protezione, tentando di fuggire al più presto e con urgenza, dai legami che lo imprigionano nella squalifica. La scelta del partner è dunque connessa con la necessità di ottenere ciò che gli è sempre mancato: una relazione caratterizzata da protezione e valorizzazione, piuttosto che da richieste. Nel momento in cui la incontra è possibile che i problemi finiscano.Tuttavia, spesso succede che il futuro depresso si lasci ingannare da un’offerta relazionale solo superficialmente adeguata alle sue esigenze. Il tipico coniuge del depresso, infatti, è qualcuno che ha bisogno di mostrare a se stesso e al mondo che è in grado di sostenere e proteggere chi ha bisogno del suo aiuto. Il problema insorge perché l’aiuto che offre e di cui inizialmente la persona potenzialmente depressa usufruisce, è concesso più per le esigenze del dispensatore, che deve mostrare al mondo la sua forza, che di chi lo riceve.Nel momento in cui il futuro paziente si rende conto del nuovo inganno (considerando quelli “subiti” nella famiglia di origine), può darsi per vinto, soccombendo definitivamente alla depressione. La nuova coppia, una volta emersi i sintomi, si struttura in modo rigido: il paziente si abbandona progressivamente al disturbo ed il coniuge acquista sempre maggiore responsabilità e prestigio. Questa facciata serve al compagno per mascherare le sue debolezze; tanto più la persona depressa starà male quanto più il coniuge potrà dimostrare agli altri la sua bontà, la sua abnegazione, il suo impegno.Riassumendo, la coppia si attorciglia intorno ad un meccanismo circolare, per cui le continue richieste di attenzione del paziente, frustrate dal consorte incapace di farvi fronte, fanno emergere i sintomi; questi innescano ancora di più una “reazione di aiuto” nel membro “sano” della coppia, rafforzando in chi manifesta il disturbo, l’idea di essere incapace, malato e dipendente. Se il meccanismo non viene interrotto la depressione si cronicizza.

La coppia nei casi di depressione lieve

La coppia del distimico si costruisce secondo modalità diverse dalla coppia del depresso “classico”. Generalmente si tratta di una relazione più equilibrata, in cui il potere decisionale è distribuito equamente ma che, proprio per questo, è più vulnerabile al conflitto. Effettivamente il futuro distimico tende a scegliere una persona con una storia familiare simile alla sua. Quando una nuova perdita (la morte del genitore alleato, l’emancipazione dei figli, la disoccupazione, ecc.) scatena la dinamica sintomatica nella persona, l’equilibrio di coppia si rompe, generando conflitti ancora più potenti. Il meccanismo che si instaura è il seguente: a causa dell’impatto di eventuali perdite significative, il futuro paziente esprime delle lamentele che vengono percepite eccessive dal coniuge; tale percezione impedisce all’altro di mettere in atto adeguate risposte di sostegno e solidarietà. Il suo atteggiamento critico è percepito dal partner, che risponde, a sua volta, con distanziamento ed ostilità. L’emergere dei sintomi ansiosi e depressivi, che avviene solitamente in questa fase, determina un riavvicinamento del coniuge asintomatico, ma tale ricongiungimento tende ad essere vissuto, con il tempo, come manipolatorio e non autentico dal partner (“non lo fa per me, ma per non avere problemi”, ecc.).Così facendo, la coppia si appiattisce intorno ad un processo di accuse, recriminazioni e sfiducia, che rendono cronico il disturbo.

Linee guida per l’intervento psicologico

L’intervento terapeutico, con tutte le eccezioni del caso, dato che si tratta di considerazioni generali mentre ogni situazione terapeutica è singola ed irripetibile, si muove fondamentalmente su due versanti.In primo luogo agire sulle dinamiche attuali della coppia, cercando di interrompere i circoli viziosi che mantengono il disturbo. Nel caso della depressione maggiore, ad esempio, diviene fondamentale lavorare sulle dinamiche potenza del coniuge “sano” vs impotenza del coniuge “malato”, facendo comprendere come i sintomi depressivi siano anche il prodotto di questa struttura relazionale.Nelle situazioni distimiche gran parte del lavoro terapeutico con la coppia si focalizzerà sulla riduzione del conflitto coniugale. Diviene fondamentale per lo psicologo evitare alleanze, rischio concreto poiché la coppia tende a coinvolgere nelle loro battaglie tutti coloro che tentano di intervenire nella situazione.In secondo luogo il lavoro si dovrà concentrare sullo scardinamento della rappresentazione di un sé “inefficace”, che il paziente ha maturato nella famiglia di origine, prendendo anche in considerazione la possibilità di convocare in seduta la famiglia allargata.

Riferimenti bibliografici• Kerr, M., Bowen, M., La valutazione della famiglia, (1988), Astrolabio, Roma.• Gabbard, G., La psichiatria psicodinamica, (2000), Raffaello Cortina, Milano.